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La Copa America in “altri” dieci nomi

By 14 Giugno 2019

Non sono necessariamente i più attesi, eppure alcuni di loro potrebbero essere decisivi in questo torneo. Ecco dieci nomi da appuntarsi sul taccuino per l’edizione 2019 della Copa America

Ciò che rende la Copa América un torneo speciale è il suo apparire sistematicamente paradossale e contraddittoria all’occhio europeo e al suo metro di giudizio, così come il mondo a forma di cono disteso tra due Oceani che la ospita. È il torneo in cui i grandi campioni dovrebbero travolgere come un tifone tutto ciò che c’è in campo grazie al loro talento, ma poi in fin dei conti né Maradona, né Pelé, né Messi, né Garrincha, né Zico o Neymar l’hanno mai vinta.

È una coppa senza concorrenza, che Argentina e Brasile dovrebbero giocare con la vittoria già in tasca, eppure l’Albiceleste ha vinto l’ultima edizione ventisei anni fa, la Seleção lo ha fatto nel 2007 trascinata da Julio Baptista e il Cile è attualmente bicampione in carica. La Copa América è molto di più di tutto questo, e per provare a capirla e amarla davvero, bisogna andare oltre i soliti nomi noti e innamorarsi dei giocatori veramente significativi. Ne abbiamo scelto uno per ognuna delle dieci sudamericane del torneo.

 

ARGENTINA
Giovani Lo Celso
Betis Siviglia
1996

Nonostante una narrazione distruttiva ed esagerata l’abbia inghiottita da tempo, la generazione d’oro del calcio argentino è ancora il barometro che ci indica quanto sia lecito aspettarsi dalla Selección. Scaloni lo sa, ma sa anche che sovrapporre le sorti dell’Argentina all’eterna e disperata battaglia per la rottura della maledizione albiceleste di Agüero, Di Maria e, soprattutto, Messi, sarebbe un errore da non ripetere. Per questo ha assemblato un’Argentina nuova e protesa al futuro, chiamando e responsabilizzando i migliori giocatori nati intorno alla metà degli anni Novanta, che finora avevano avuto soltanto un ruolo di contorno.

Nessuno personifica questo cambiamento meglio di Giovani Lo Celso: un anno fa, è stato costretto a guardare dalla panchina una Selección terribile e passiva nell’assegnare ogni responsabilità a Messi senza supportarlo, mentre ora è la chiave per cambiare volto alla squadra. Da quei giorni a oggi, Lo Celso ha saputo rispondere anche alla prima vera difficoltà della propria carriera, trasformando la bocciatura del Psg in un passo decisivo della propria crescita: dopo una stagione da comprimario in cui Unai Emery ha provato senza successo a trasformarlo nel sostituto di Thiago Motta, Quique Setién lo ha portato al Betis, cogliendo l’essenza del suo calcio e restituendogli la libertà di cui un giocatore come lui aveva bisogno.

Da quel punto in comune, con premesse e sviluppi diversi, è ripartito anche Scaloni: Leo Paredes imposta, Guido Rodríguez equilibra e Gio si sgancia in avanti, libero di esprimere l’anima del suo gioco, offensivo e imprevedibile. Questa è la formula che il dt rosarino sembra aver scelto per interrompere la solitudine Messi. La qualità nell’associarsi coi fuoriclasse ed esaltarli – forse la vera eredità che gli ha lasciato l’esperienza al Psg – lo porta ad essere l’unico giocatore albiceleste in grado di dialogare con Leo senza che sia necessariamente il 10 a mandare in porta il compagno: i due gol della Pulga contro il Nicaragua, indipendentemente dal livello dell’avversario, sono un esempio di quanto Messi possa beneficiare della presenza di Lo Celso. E con lui, tutta l’Argentina.

 

BRASILE
Richarlison
Everton
1997

Sarebbe dovuta essere la Copa América di Neymar, un costante uno-contro-uno tra il più forte calciatore brasiliano in attività e la forza che lo marca da due anni, impedendogli di giocare (o dominare) i momenti chiave della sua carriera, ma anche quest’anno, dopo un Mondiale condizionato dai problemi fisici e l’assenza nelle due partite il cui il Psg si è giocato le ultime due stagioni, O Ney si è fermato, come di fatto si è fermata da un po’ di tempo la sua storia.

La forza disumana del Brasile si misura anche da situazioni come questa: togliendo il più forte di questo momento storico, rimane ugualmente una squadra straordinaria, coesa ma anche estremamente talentuosa. Tite, un tecnico che normalmente punta sulla stabilità – in Brasile è accusato di rinnovare poco e sperimentare ancora meno – ha saputo cogliere il momento giusto, inserendo nella sua Seleção i tre giocatori più forti del Sudamericano Sub-20 di due anni fa: Lucas Paquetá, David Neres e, soprattutto Richarlison. L’attaccante dell’Everton è un unicum, nella rosa verdeoro: non è (soltanto) un dribblatore insistente come David Neres, versione più europea ma per ora meno graffiante di Douglas Costa, e non c’entra nulla né con Willian, né con lo sregolato talento di Éverton Soares.

Richarlison, ancor più dell’ala dell’Ajax, è la metafora della Seleção di Tite: il talento e il modo di usarlo è ben sopra media, ma poggia su una base solida che gli permette di essere decisivo non soltanto con la tecnica. Il suo enorme atletismo gli ha consentito di adattarsi brillantemente a un campionato intenso come la Premier League senza passaggi intermedi, ma senza neanche dover scendere a compromessi e sacrificarsi: quando ha la palla, si lancia in progressioni potenti e naturali come un fiume in piena, unendo la sua devastante capacità di cambiar ritmo e scappare in allungo a un’ottima imprevedibilità tecnica.

È un giocatore, nel complesso, più disciplinato di quanto il suo stile impulsivo suggerisca: sa associarsi in modo non banale ai compagni di reparto, oltre che dare una mano nei ripiegamenti. Se il suo rendimento, durante la stagione, non tendesse a calare dai picchi vertiginosi che tocca a inizio anno, probabilmente sarebbe arrivato a questa Copa América già da giocatore di un top club. Nel frattempo, un posto nel tridente della Nazionale brasiliana dovrebbe essere suo.

 

URUGUAY
Federico Valverde
Real Madrid
1998

«Ero dentro a uno stadio enorme, completamente gremito, e indossavo una maglietta bianca». Una mattina del 2002, nella sua casa del barrio Unión, Montevideo, il piccolo Federico Valverde raccontava emozionato ai genitori il sogno fatto la notte precedente. «Ti conviene sognare una camiseta aurinegra» gli risposero mamma e papà, quasi rimproverandolo. In famiglia si tifava Peñarol e la maglia bianca, se sei del Manya, è solo quella dei rivali del Nacional. All’età di diciassette anni, dopo un inizio di carriera da predestinato prima nelle inferiores e poi nella prima squadra del Peñarol – per il sollievo dei suoi genitori – quella profezia involontaria e lontana nel tempo assunse tutto a un tratto un senso: la maglia bianca era quella del Real Madrid, che lo aveva appena comprato.

In una stagione complessivamente difficile per il Madrid come quella trascorsa, Valverde ha iniziato a prendere confidenza con l’ambiente blanco, ma soprattutto è entrato nella lista dei 23 di Tabárez, dopo l’esclusione all’ultimo minuto da quella per il Mondiale di Russia. La Celeste del Maestro funziona così da tredici anni: le risposte si cercano all’interno di un gruppo solido e coeso a livello umano, non rincorrendo i periodi di forma individuale.

Pur dando la priorità per la Coppa del Mondo a giocatori già sperimentati, Tabárez ha iniziato gradualmente a inserire Valverde nel contesto celeste, dentro e fuori dal campo, preparandolo per la convocazione in Copa América. “El Pajarito”, come viene chiamato in Uruguay, è un centrocampista con prospettive illimitate e colpi da fuoriclasse, come un lancio lungo preciso e potente, una gran visione di gioco e una progressione decisa ed elegante. Un giocatore pienamente cresciuto nello stile della nouvelle vague del calcio uruguayano, una generazione di centrocampisti sempre più tecnici e completi, che stanno cambiando volto alla Celeste: non è più soltanto l’Uruguay dei guerrieri charrúa, ma la squadra di Bentancur, Nández, Torreira e, finalmente, di Valverde. Una squadra più forte, che allo spirito immutabile del gruppo e all’unicità dei suoi leader ha aggiunto una nobiltà tecnica purissima.

 

COLOMBIA
Edwin Cardona
Pachuca
1992

Copa America

«Quando tutto si complica e ogni cosa diventa oscura, Edwin accende la luce che illumina tutto». Carlos Queiroz è arrivato da pochi mesi sulla panchina della Colombia, ma è già rimasto ammaliato da Edwin Cardona, autentico giocatore di culto: l’ex ct dell’Iran ha presentato una lista per la Copa América piuttosto in linea con il lavoro di Pekerman – eredità che ha esplicitamente dichiarato di non voler disperdere – ma tra le poche novità non ha esitato a richiamare il centrocampista antioqueño.

Un personaggio perfettamente cucito sui ritmi del calcio di quella parte del mondo: il corpo massiccio, che spesso diventa un’arma per proteggere palla, tradisce una forma fisica a volte non perfetta, ma tecnicamente è un giocatore quasi esagerato. Il suo lento incedere è cadenzato da pause con cui manda a vuoto l’avversario, per poi colpire con il suo potentissimo destro, con tiri e perfetti cambi di gioco. Il suo limite più grosso sono le lunghe pause che si prende, anche dopo periodi di semi-onnipotenza: il suo primo anno al Boca Juniors, con la 10 di Riquelme sulle spalle, fu strepitoso sotto tutti i punti di vita, ma in quello seguente sparì completamente e Barros Schelotto non lo tenne nemmeno in considerazione per un posto nella doppia finale contro il River.

Oggi, dopo un lungo periodo ai margini, è tornato al Pachuca, in Messico, il campionato in cui si è guadagnato la maglia azul y oro da stella del Monterrey. Il sogno di Edwin, però, è ancora quello di giocare in Europa: a 27 anni, questa insperata Copa América è forse una delle ultimissime occasioni per realizzarlo, e farà di tutto per convincere qualche squadra europea che valga la pena puntare su un giocatore folle, meraviglioso e inaffidabile come lui. O, molto più semplicemente, proverà a farla innamorare.

 

CHILE
Erick Pulgar
Bologna
1994

Copa America

I tifosi cileni speravano di vedere la Generación Dorada appassire soltanto col tempo, come tutte le grandi storie di calcio, e diventare leggenda. Invece, quella che è stata la Roja di Sampaoli e Pizzi, bicampione d’America in carica, si è spaccata dall’interno. Secondo la stampa cilena, il capitano Claudio Bravo e Marcelo Díaz, entrambi nell’undici iniziale delle due finali vinte, sono entrati duramente in conflitto con altri referenti come Arturo Vidal e Gary Medel, e la decisione di Reinaldo Rueda di non convocare i primi due risponderebbe a un’esigenza dello spogliatoio, che il colombiano avrebbe assecondato pur di arrivare a un impegno così delicato con il gruppo più coeso possibile.

La pressione è alta e la sensazione è che l’ambizione maturata nel biennio 2015-16 non sia più sostenibile nel breve periodo. Una delle tante difficoltà incontrate da Rueda, in questo percorso è infatti la quasi totale assenza di un ricambio di giocatori pronti. Al momento, dopo la Generación Dorada, sembra esserci soltanto Erick Pulgar, il cileno con più minuti giocati nei campionati europei in questa stagione. Il centrocampista del Bologna è reduce da un finale di stagione entusiasmante e sarà il sostituto naturale come vertice basso di Marcelo Díaz – peraltro, campione d’Argentina in carica con il Racing – anche se in Cile si parla di lui come potenziale futuro erede di Vidal. Reinaldo Rueda sta pagando in prima persona le proprie decisioni con diverse contestazioni da parte dei tifosi, che non gli perdonano la mancata convocazione due idoli, ma è ugualmente convinto del suo “número cinco”: Pulgar, seppure in circostanze anomale, è il primo tassello del Cile del futuro.

 

ECUADOR
Antonio Valencia
Manchester United
1985

Copa America

Mentre il gran Mondiale U-20 giocato dalla Mini Trí lascia spazio ai sogni dei tifosi ecuadoriani sul futuro, la selezione maggiore arriva alla Copa América partendo da un monumento del proprio passato: Hernán Darío “El Bolillo” Gómez. La prima qualificazione mondiale della storia della Trí, a Giappone-Corea 2002, è opera sua, così come il recente primo Mondiale di Panama. «Non sono antiquato, nel calcio non esiste la modernità» ha garantito il “Bolillo”, che ha la fama di personaggio sopra le righe e brutalmente onesto.

Le sue convocazioni per questa Copa América sono state criticate dalla tifoseria per diverse ragioni, come l’assenza praticamente totale di giovani da lanciare in vista del Mondiale 2022 e la mancata convocazione dei giocatori più in forma del campionato locale – su tutti, Fidel Martínez, che è già a 10 gol in 13 partite. A Gómez non importa assolutamente nulla: “Soy ciego, sordo y mudo” dice. Ha formato un gruppo di giocatori esperti e affidabili, ritenuti adatti al suo obiettivo di sviluppare un gioco intenso e aggressivo, più simile possibile al Liverpool di Klopp. La chiamata più significativa della lista è quella di Antonio Valencia: seppur prossimo ai trentaquattro anni, il “Bolillo” lo ha coinvolto ancor di più nella sua Trí, nominandolo capitano del nuovo ciclo. “Per me è come il Pibe Valderrama, la sua esperienza è incredibile” ha detto. “Diranno che non gioca, ma può aiutare molto i compagni che non hanno il suo stesso trascorso. Finché non sarà lui ad andarsene continuerò a chiamarlo”. Valencia ha appena lasciato il Manchester United dopo dieci anni e ora sembra a un passo dal ritorno in Ecuador, con la maglia della LDU Quito.

 

PARAGUAY
Derlis González
Santos
1994

Copa America

Il nome di Derlis González è lì, fissato insieme agli altri ricordi memorabili della Copa América 2015. Era il numero dieci del Paraguay di Ramón Díaz, che replicò l’impresa di quattro anni prima eliminando nuovamente il Brasile di Dunga ai calci di rigore, con conseguente accesso in semifinale. Due tiri dal dischetto, uno nei novanta minuti e l’altro nella definizione, li segnò proprio l’incontenibile esterno destro del Basilea, durante la miglior partita di un torneo individualmente strepitoso. Il costoso trasferimento alla Dinamo Kiev sembrava soltanto l’inizio di un’ascesa che però aveva toccato il proprio apice ancor prima di cominciare.

Oggi, a quattro anni da quella Copa América, la carriera di Derlis González è nuovamente in cerca di una svolta: dopo aver lasciato l’Ucraina per trasferirsi al Santos – dove sta ritrovando fiducia e gol insieme al re di quei giorni cileni, Jorge Sampaoli – si è inserito bene anche nel sistema di un altro allievo di Bielsa, Eduardo Berizzo, che sta ponendo le basi per rendere il Paraguay la sorpresa dei prossimi anni. Pur essendo in carica soltanto da febbraio, il “Toto” ha subito cercato di fissare la propria idea di gioco, incontrando immendiatamente il feedback positivo del suo nuovo gruppo. Nell’ultima amichevole prima della Copa, contro il Guatemala, il calcio aggressivo e propositivo di Berizzo sembrava già sottopelle e Derlis ha segnato il gol del 2-0: i presupposti per riprendere il discorso di quattro anni fa sembrano buoni.

 

PERU
Paolo Guerrero
Internacional
1984

Copa America

L’importanza di Paolo Guerrero, per i peruviani, va oltre il campo. È sicuramente il calciatore più forte ad aver vestito la Blanquirroja in epoca recente, e nella storia se la gioca con pochissimi, tra cui Teodoro “Lolo” Fernández e Teófilo Cubillas. Ciò che rende “El Depredador” una figura speciale è la sua storia, in cui si è imbattuto in tutti gli ostacoli che incontrano i peruviani per emergere e, senza lasciarsi scoraggiare, li ha superati a forza di sacrifici. Non è un discorso retorico, in un Paese che per questioni di disorganizzazione e poco professionismo disperde la maggior parte del talento che produce. Per questo, la squalifica per doping che ha rischiato di fargli saltare i Mondiali è stata un duro colpo per i tifosi, la cui maggioranza ha comunque continuato a credere che la causa dell’esito positivo di quel test fosse il tè prodotto con foglie di coca che Paolo dice di aver assunto. Al termine del Mondiale 2018, la battaglia legale è proseguita e Guerrero si è ritrovato squalificato per altri otto mesi, riuscendo a esordire soltanto ad aprile con l’Internacional, la sua terza squadra brasiliana dopo Corinthians e Flamengo. Ovviamente, segnando a ripetizione.

Questa Copa América arriva in un momento particolare, per la Nazionale peruviana: Ricardo Gareca, il tecnico argentino che l’ha presa in consegna quattro anni fa riuscendo a centrare un Mondiale che mancava da prima che Guerrero nascesse, potrebbe lasciare il Perù a competizione conclusa. Nonostante l’immediata eliminazione, la Blanquirroja in Russia ha confermato alcune certezze e arriva in Brasile con l’obiettivo di chiudere un ciclo nel migliore dei modi. In una Copa incerta e ricca di novità, la stabilità del Perù può regalare sorprese. Così come la motivazione di Paolo Guerrero, capitano e miglior marcatore della storia del suo Paese, a cui mancano solo sette reti per diventare il miglior goleador in assoluto in Copa América. Orgullo peruano.

 

VENEZUELA
Wuilker Fariñez
Millionarios FC
1998

Nella Vinotinto attuale, ci sono due dei sei migliori portieri della storia nazionale, per record di reti inviolate. Il migliore, quarto in classifica, è proprio il tecnico Rafael Dudamel, che da giocatore è stato un indimenticato portiere della selezione venezuelana e ha chiuso la carriera con 7 cleen sheet in Nazionale. L’altro ha evitato di subire gol soltanto una partita in meno rispetto al suo allenatore, ed è il sesto di sempre, pur avendo soltanto 21 anni: Wuilker Fariñez è la grande speranza del calcio venezuelano e dopo aver preso il posto di Dani Hernández – quinto, nella stessa classifica  – debutterà finalmente in Copa América.

È un portiere diverso dai canoni a cui si è abituati in Europa: non arriva al metro e ottanta (1.78 m), ma tra i pali è istinto puro: agile, esplosivo, a volte pecca in alcuni accorgimenti tecnici ma compensa con dei tempi di reazione fenomenali. Le modalità con cui si è sempre imposto sono le stesse con cui para, improvvise e accecanti: a 16 anni debutta nel Caracas, a 17, dopo una stagione da titolare, si guadagna la convocazione senza presenze alla Copa América in Cile, a 18 debutta in Copa Libertadores e a 19 esplode al Sudamericano e al Mondiale Sub-20, che la Vinotinto chiude seconda dietro l’Inghilterra. Attualmente sta giocando la sua seconda stagione al Millionarios, in Colombia, ma non avrà problemi a trovare presto una destinazione in Europa.Wuilker, insieme a Herrera, Soteldo, Peñaranda e Hurtado, – la next big thing della delantera vinotinto, che Dudamel ha preferito non chiamare – è una fotografia nitida di come il Venezuela stia crescendo dal basso, con selezioni giovanili talentuosissime, ma soprattutto con una passione sempre più forte per il calcio, anche nella terra del béisbol.

 

BOLIVIA
Alejandro Chumacero
Puebla
1991

Copa America

Chumasteiger, il boliviano più famoso in attività. Guardando i lineamenti del miglior centrocampista della Bolivia – peraltro, il giocatore più basso e più leggero dell’intera competizione – si nota subito un’inspiegabile somiglianza con Bastian Schweinsteiger, che gli è valsa il soprannome. Alejandro Chumacero ha soltanto 28 anni, ma ha già giocato dodici stagioni da professionista, debuttando sedicenne nel The Strongest, una delle due squadre più prestigiose della Bolivia. È lui l’uomo più rappresentativo della Verde, che nella propria storia una Copa América è anche riuscita a organizzarla e vincerla in alta quota, nel 1963. Dallo scorso anno, Chumacero è riuscito a coronare il sogno di giocare all’estero, con i messicani del Puebla, animando i suoi tifosi più accaniti, convinti che se sul suo passaporto ci fosse raffigurato un qualsiasi altro animale totemico sudamericano al posto del Condor delle Ande, la sua carriera sarebbe stata diversa.

Foto: Getty Images. 

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