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La rinascita della scuola dei portieri italiani

By 16 Maggio 2019
Scuola dei portieri italiani

Mai come in questa stagione i club di Serie A si sono affidati a estremi difensori giovani e italiani. E forse il caro vecchio ritornello sulla tradizione tricolore in questo ruolo comincia ad avere senso

Sono tanti i principali luoghi comuni che caratterizzano il nostro Bel Paese. Ma ce ne sono tre di cui andiamo particolarmente fieri: la pasta, la pizza, e la grande scuola dei portieri italiani. Però, se siamo stati bravissimi a esportare i primi due in tutto il mondo, non si può dire lo stesso del terzo. Ogni città dell’universo ha almeno un ristorante italiano d’eccellenza, ma nessun grande portiere nostrano ci ha invece reso fieri all’estero.

Questo perché, forse, tra i tre luoghi comuni sopracitati, quello della grande scuola italiana è l’unico che non esiste, non è mai esistito, è solo qualcosa di personale, intimo, un modo per rassicurarci, un orgoglio patriottico che tiriamo di fronte ad ogni “papera” straniera. Le nostre mani, guardatele, sono le migliori al mondo.

La grande scuola dei portieri italiani, però, è un’invenzione. O meglio, lo è stata fino a pochi mesi fa, perché quest’anno, qualcosa è cambiato. Forse prima di questa stagione non si sarebbe dovuto parlare di grandi portieri, ma di grandi preparatori che hanno sempre tenuto al top attempati campioni. Perché sui portieri giovani, forti, talentuosi e italiani, è in realtà da pochissimo che ci si sta puntando; sembra strano, ma è recente la convinzione di avere ragazzi pronti a giocare in squadre di vertice.

Scuola dei portieri italiani

I numeri parlano chiaro. Correva la stagione 1989/90 e le prime quattro della classe di quell’anno, Napoli, Milan, Inter e Juventus, schieravano rispettivamente tra i pali: Giuliani, Galli, Zenga e Tacconi. Insomma, non male, verrebbe da dire. Però tutti loro approdarono in grandi club ultratrentenni (ad eccezione del ventinovenne Zenga) dopo aver passato la gioventù tra A e B, tra Avellino e Sambenedettese. Eppure, basta abbassare lo sguardo di un centimetro su quella classifica per individuare al quinto posto una squadra, la Sampdoria, che già da un anno schierava titolare un allora ventiduenne Gianluca Pagliuca. Scelta che da lì a poco sarà abbondantemente ripagata. Ma i suoi sette metri erano solo una piccola oasi in un deserto di maturi (e fortissimi) signori.

Dieci anni dopo la musica non cambia: la Lazio campione di Italia schiera tra i pali un trentaquattrenne Marchegiani, la Juventus addirittura rinuncia ai prodotti nostrani e si lascia abbagliare dal tulipano con le mani più grandi ci siano, Edwin Van Der Sar. A curriculum trent’anni e il Cucchiaio di Totti. Trenta ne ha anche Peruzzi, portiere dell’Inter arrivata quarta. La musica, come detto, non è cambiata, però questo è l’anno del Parma. Di quel Parma. E quindi, di quelle mani lì. Il ragazzino che difende la porta dei gialloblù ha ventuno anni, è titolare inamovibile, è sfrontato, a volte anche troppo, ma qui non ci sono scuole, tradizioni, luoghi comuni, pizze e mandolini che reggono: di Buffon ne nasce un ogni cento anni. Sì, è un luogo comune anche questo, certo, ma nel suo caso, è maledettamente vero.

E a proposito del 1999, c’è una data fondamentale: il 25 febbraio. Perché, mentre quattro giorni prima Buffon, in un Salernitana – Parma, mostrava al mondo, ben prima di Neuer, come un portiere poteva magicamente diventare difensore centrale, a Castellammare di Stabia ne nasceva un altro di Gianluigi. Donnarumma. La stagione 2009/10 è forse il punto più basso dei nostri guantoni. Julio Cesar, Doni e Dida a difendere gli avamposti delle nostre big. Tre brasiliani! Ci pensa il “miracolo Palermo” (arrivato quarto) a regalarci titolare Salvatore Sirigu, ventitré anni.

Scuola dei portieri italiani

Altro luogo comune: si stava meglio quando si stava peggio? A guardare questi numeri, e a guardarci oggi, viene proprio da rispondere che no, che la nostalgia è solo il vanto dei retrogradi e che si sta molto meglio oggi.

In un campionato che ha avuto davvero molto poco da dire è bello vedere che Perin è il panchinaro di lusso della Juve stracampione di Italia e Meret si è preso a suon di impeccabili prestazioni la titolarità nel Napoli. Donnarumma è il gioiello, ma di brillanti ce ne sono eccome: Cragno, Audero, Gollini, Sepe, e come di incanto, come se il Dio del calcio avesse voluto regalare un anno magico alla categoria, è rinato anche Sirigu, Mirante ha scalzato Olsen e un ragazzo di quarant’anni ha dimostrato ai molti distratti che la sua carriera avrebbe dovuto essere un’altra.

E lo ha dimostrato, con onore, difendendo i pali dell’ultima classifica, che per un portiere vale doppio. Ha regalato qualcosa come – letteralmente – due miracoli di media a partita, parate di una bellezza che neanche il suo più famoso omonimo Paolo avrebbe potuto dipingere, o forse sì, lo ha fatto: “Youth”, firmato Sorrentino, perché “le emozioni sono tutto quello che abbiamo”, e lui lo sa.

Stefano a gennaio non è andato all’Empoli per non togliere spazio al giovane Provedel, il motivo è chiaro: questa è stata la stagione in cui si è compiuta la grande scuola dei portieri italiani. Vecchi che proteggono giovani titolari, finalmente, delle grandi squadre.

E speriamo che non sia solo una stagione, o una mezza stagione. Ah no, per fortuna quelle non esistono più.

 

Paolo Piccirillo

About Paolo Piccirillo

Nato in provincia di Caserta nel 1987. Ha scritto Zoo col semaforo (Nutrimenti, 2010), La Terra del Sacerdote (Neri Pozza, 2013), finalista premio strega 2014, e "Dio si è fermato a Buenos Aires" (Laterza, 2015), scritto insieme a Marco Marsullo. Lavora come sceneggiatore.

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