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La rivolta in Cile passa anche per il calcio

By 22 Novembre 2019

Lo sciopero dei calciatori cileni è un movimento senza precedenti. Lo stop alle partire ha un prezzo altissimo per club e giocatori. Ma come ha spiegato Medel, «bisogna giocare la partita dell’uguaglianza»

 

El odio quedó atrás

No vuelvas nunca

Sigue hacia el mar

Tu canto es río, sol y viento

Pájaro que anuncia la paz

 

Così cantava Víctor Jara pochi giorni prima che i militari cileni ponessero fine alla sua arte in seguito a torture e varie pistolettate il 16 settembre 1973, cinque giorni dopo il golpe effettuato dalle forze comandate da Augusto Pinochet con la regia occulta ma non troppo della Cia. La speranza delle sue parole veniva trasmessa in avanti da altri artisti o letterati, alcuni dei quali furono costretti alla fuga. Tra i principali musicisti a scegliere l’esilio forzato ci furono gli Inti Illimani, che durante il colpo di stato erano in tournée in Italia e si stabilirono a Roma fino al 1988. Braccato all’università, Jara, membro del partito comunista cileno, fu uno dei tanti prigionieri politici ammassati al famigerato estadio Nacional prima di essere deportato al vicino estadio Chile, dove fu assassinato e che ora porta il suo nome.

Quarantasei anni dopo, il suo grido sembra risuonare nuovamente dalla cassa di risonanza dell’impianto calcistico più importante del paese andino. Per due ragioni: la prima, in ordine cronologico, è lo spostamento della finale di Coppa Libertadores da Santiago, città designata da un anno, a Lima; la seconda per la scelta praticamente senza precedenti dei calciatori cileni di rinunciare a disputare prevista per martedì 19 novembre proprio nella capitale peruviana. Da oltre un mese, in realtà, le proteste del popolo cileno hanno messo in subbuglio le principali città del paese, da Santiago a Valparaíso fino a Concepción. E il calcio ne ha subito le conseguenze.

(Photo by Alexander Hassenstein/Bongarts/Getty Images)

Empatia

Con lo sciopero indetto dalla nazionale, Gary Medel e compagni hanno dimostrato di sentirsi empaticamente molto vicini alla popolazione. Le proteste, che partono dai componenti della classe media in giù, sono iniziate il 14 ottobre quando un gruppo di studenti si ribellarono contro l’aumento del prezzo del metrò accendendo la miccia in varie stazioni e facendo partire così una rivolta indirizzata alla politica neoliberista del presidente Sebastián Piñera.

Esattamente dalla tortura di Jara nel paese andino vige una politica economica dalla faccia scintillante ma poco sostenibile: in quel di Santiago è facile vedere negozi all’ultima moda o centri commerciali che fanno sembrare di trovarsi a Dallas, eppure tra un quartiere e l’altro le differenze sono e le baraccopoli sono limitrofe ai quartieri bene. I grandi successi della nazionale cilena, la cui prima pietra del successo è stata posta da Marcelo Bielsa, sono arrivati nell’ultima decada in un contesto sociale diviso. Fino a quando il popolo, in tutti i sensi, ha detto basta. Ed essendo il calcio il gioco più popolare in assoluto, non sorprende che i calciatori abbiano voluto dare un segnale. Al di là delle simpatie politiche di ognuno, non si era mai assistito a uno sciopero unanime dei rappresentanti di una nazionale di calcio.

(Photo by Marcelo Hernandez/Getty Images)

 

Un prezzo caro

A questo sciopero si è aggiunto, ovviamente, uno stop assoluto dei campionati, fermi ormai da quasi cinque settimane. La vicenda in sé già grave ha peggiorato ulteriormente lo status del calcio cileno, nel quale il pubblico allo stadio scarseggia e che ha risentito in maniera pesante della mancanza di afflussi di denaro liquido dall’inizio delle proteste. Il sistema calcio è strettamente vincolato al mondo degli impresari.

Tra tutti spicca il presidente del principale club del paese andino, il Colo Colo, ossia Anibal Mosa Shmes, imprenditore di origini siriane che ha acquistato pian piano la società Blanco y Negro, ossia quella che gestisce a livello amministrativo il Colo, comprando alcune quote (il 12,5%) proprio all’attuale presidente Piñera. Non stupisce, dunque, che sia i club sia il Sifup, ossia il sindacato dei calciatori professionisti cileni in piedi dal 1960, abbiano sollecitato quanto prima di riprendere il campionato fermo alla venticinquesima giornata di trenta in calendario.

Questo perché le perdite per le cinque partite rinviate, tra tutte il Clásico tra Universidad Católica e Colo Colo, hanno supposto perdite di quasi 4 milioni di euro in totale provenienti da sponsor e diritti tv, molti dei quali servivano addirittura a pagare gli stipendi.

Una delle realtà più colpite da questo stop è stato il Palestino, attualmente terzo in classifica e in cerca di una qualificazione in Libertadores. Secondo fonti del club le cinque partite sospese sono costate qualcosa come 100mila euro, una cifra enorme per una squadra di modeste dimensioni. Il caso del Palestino è particolare in quanto quasi metà dei giocatori in rosa terminano il loro contratto a fine stagione, ossia l’8 dicembre. Dover allungare il compromesso di partite di campionato significherà quindi che il club dovrà pagare per altre settimane il salario a dei calciatori il cui peso non avrebbe quasi influito sul bilancio di fine anno a livello contabile. Jorge Uauy, presidente del club tricolore, ha dichiarato al quotidiano La Tercera: «Globalmente ci sono state perdite per tutti i club, ma a perderci più di tutte sono le società piccole come la nostra che con gli incassi dello stadio di solito riusciamo a pareggiare la manutenzione dei servizi dello stesso».

(Photo by Marcelo Hernandez/Getty Images)

Cittadini

Come in ogni rivoluzione, anche in questo caso c’è stato un prezzo caro da pagare. I calciatori si sono sentiti molto vicini ai cittadini, nonostante nessuno di loro sia entrato totalmente nel merito. Il più tagliente è stato, come sempre, capitan Medel, che via social ha affermato: «Bisogna giocare una partita più importante, ossia quella dell’eguaglianza, per cambiare tante cose affinché i cileni tutti possano vivere in un paese più giusto. Il Cile ha bisogno di pace, ma non vanno dimenticate le richieste che hanno dato origine a questo movimento». Una dichiarazione di petto di un uomo che non dimentica da dove viene e che si sente un cittadino come gli altri.

Seppur in tempi di democrazia, l’appello di Medel ricalca la passione e la genuinità di un ex calciatore sempre appartenuto al popolo, quel Carlos Caszely che durante la dittatura di Pinochet si dimostrò sempre ostile al governo coercitivo imperante nel suo paese, rifiutandosi di stringere la mano al dittatore prima della spedizione mondiale in Germania del 1974. La sua voce fu decisiva ai tempi del referendum nazionaledel 1988 per determinare un ulteriore periodo di presidenza di Pinochet, quando si oppose pubblicamente riuscendo ad influenzare un buon numero di persone.

Trentun anni dopo quel referendum, il Cile vive un altro terremoto. Ma stavolta non si tratta di un sisma, bensì di un movimento di masse. E tra essi, non potevano mancare i calciatori di una generazione dorata del paese latinoamericano. Perché il fútbol è vita. È movimento. È ribellione.

Antonio Moschella

About Antonio Moschella

Nato a Napoli, nel cuore del Mediterraneo, viaggia lavorando e lavora viaggiando. Senza fissa dimora, sfoga su varie testate la sua voglia di raccontare calcio e società. Con l’America Latina sempre nel cuore.

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