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L’amore, Falcão e la mitologia del niente

By 15 Giugno 2020 Giugno 19th, 2020
Bonvissuto

Una chiacchierata con Sandro Bonvissuto su “La gioia fa parecchio rumore”, il suo secondo romanzo che parla di sacro e di tifo, di Roma e del mondo, di pallone e soprattutto di sentimenti universali

«Io sono un grande approssimatore, nell’imprecisione mi sento a casa. È nella precisione che mi stringono le mutande e mi fa male la testa. Nel “boh” mi ci trovo. La vita è un “boh”». Sandro Bonvissuto mi sta parlando delle partite che, talvolta, ancora sente alla radio, perché la radio mantiene «una dimensione sognante». E mentre ascolta, vede la partita «o almeno credo di vederla, e mi va bene così» perché, appunto, «la vita è approssimazione».

Sandro Bonvissuto vive a Roma, ha da poco compiuto cinquant’anni, quando non legge e non scrive lavora in una trattoria non lontano dallo Stadio Olimpico (il richiamo dell’amore). Dopo Dentro del 2012, lo scorso febbraio è uscito il suo secondo romanzo, La gioia fa parecchio rumore, pubblicato da Einaudi nella collana Supercoralli. In copertina un’illustrazione calda e palpitante realizzata da Andrea Serio, un Falcão che esulta saltando, il numero 5 sulla schiena e sullo sfondo le tribune gremite. La gioia fa parecchio rumore racconta dell’innamoramento di un ragazzino di otto-nove anni per la Roma, tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, tra il rischio della retrocessione e la finale di Coppa dei Campioni. Ma non è un romanzo sul calcio. È un romanzo sui sentimenti, è un affresco corale di una società misera e ricchissima, chiusa ma capace di accogliere.

Sandro Bonvissuto ha pubblicato due romanzi per Einaudi, “Dentro” nel 2012 e “La gioia fa parecchio rumore” lo scorso febbraio

Perché in un romanzo che parla di sentimenti, di rapporti personali, di persone e di luoghi non ci sono nomi?

«Perché quella del libro è una mitologia del niente. Perché per essere tutti non bisogna essere nessuno. Se non parlo della “tua storia” ma della Storia il confine si infrange e si accede tutti. Ho ricercato quel sapore che hanno le storie universali».

Utilizzi il calcio per parlare di altro.

«È un libro che parla di calcio al trenta per cento. Ma non ci sono nomi perché desideravo una soglia d’accesso il più ampia possibile. Ho cercato l’inclusione».

Anche Falcão non viene mai chiamato per nome.

«Mettendo i nomi dei giocatori fa un libro sul calcio, senza fai un libro sugli uomini. Poi chi lo deve sapere lo sa, chi era il capitano di quella squadra, chi era il numero cinque della Roma. La biografia di Falcão fatela scrivere da qualcun altro più bravo di me nello scrivere biografie».

Però è un libro che parla di miti.

«Certo, io ho prestato al bambino protagonista il mio mito, che era Paulo Roberto Falcão. Quand’ero ragazzino pensavo che Falcao avrebbe risolto tutti i problemi del mondo».

C’è una ritualità molto maschile nel romanzo.

«Una ritualità pagana, l’iniziazione e l’ingresso nella società dei maschi. Parliamo di aspetti evidentemente ridicoli, tribali, ma che hanno un’importanza antropologica, che ancora oggi si riverberano nelle piccole società dei maschi, dove c’è il più cattivo, il più prepotente, il più massiccio».

Bonvissuto

(Foto LaPresse)

È un’educazione sentimentale?

«È la versione al maschile dell’opera di Flaubert, se vogliamo azzardare un paragone. Il ragazzino protagonista si confronta una forma di amore universale, un amore che ha le sembianze di questa squadra, di questi colori. Un amore che in cambio non restituisce niente, come sappiamo bene noi tifosi».

Racconti un amore, quello per la propria squadra, che ora è mutato profondamente.

«Mio figlio che è adolescente ha un rapporto con il calcio, con i giocatori, che non è paragonabile a quello che avevo io o che ha il protagonista del libro. Oggi i ragazzi si relazionano direttamente con i giocatori, se devono dire a Schick “sei ’na pippa” prendono il telefono e gli scrivono sulla sua pagina Instagram. Io ricordo quando una volta incontrammo Bruno Conti al mare con i figli».

Ti sembrò un’apparizione?

«Mi sembrò che il mare avesse portato una divinità. Ma era un’altra dimensione, quando i giocatori si vedevano solo sul campo, allo stadio. Non li incontravi mai in città. A parte che noi facevamo la vita di quartiere, non uscivamo mai dalla borgata. Quando mia madre ci portava in centro ci metteva la camicetta».

E rimpiangi quel mondo?

«No, mi sembra un atteggiamento sbagliato, che non paga. Il calcio come la vita ha la sua temporalità, le sue stagioni, i suoi miti. Capisco che quando racconto a mio figlio del gol di Falcao contro il Colonia lui non mi segue, non mi può capire davvero, lui è al gol di Manolas contro il Barcellona. Ognuno ha la sua mitologia calcistica. A volte povera, come quella che ha avuto mio padre che è del ’43».

Da romanista s’è vissuto decenni di niente.

«S’è fatto la retrocessione. Era una generazione di romanisti che aveva la mitologia del nulla. Non avevano dei miti, quando lasciò Kawasaki Rocca a mio padre crollò un mondo. Era l’unico di un’altra dimensione di quegli anni. Quella di oggi non è la Roma che io conosco. Per me la Roma è quella degli anni Novanta, anni anche brutti, la Roma è quella della fine degli anni Settanta, del rischio della retrocessione, dello spareggio in casa con l’Atalanta. Ecco perché io racconto quello che so, quello che devo raccontare. Il mio approccio è palpitante. Il gol per cui ho gioito, la partita che ho visto allo stadio, la serata in cui ho pianto per la Roma. È la testimonianza di un reduce. Reduce della Roma».

Bonvissuto

Il tifo non permette razionalizzazioni?

«Per un bambino andare allo stadio vuol dire essere travolto dalle emozioni, è fare quel viale mano nella mano con papà e la bandiera nell’altra, salire la scalinata e trovarsi la botta del prato laggiù, lo stadio pieno e dirsi “anche oggi so’ arivato tardi, state sempre prima de me”. Che vuoi razionalizzare se sei un ragazzino di otto anni».

In tutto il romanzo c’è un forte richiamo tra religione e calcio.

«Noi, intendo noi italiani, siamo cresciuti in una cultura cattolica e qualsiasi evento lo riviviamo secondo quegli schemi. Quindi c’è il Messia, gli apostoli, il giorno santo, la ritualità. È un legame non solo simbolico ma molto reale. Basta pensare alle generazioni che sono cresciuti giocando all’oratorio, al campo dei preti, quando prima di iniziare si doveva fare il segno della croce e se bestemmiavi non giocavi più».

Una complessità complicata in cui formarsi.

«Hai capito noi che abbiamo subito? Il libro parla anche di questo, di cosa vuol dire essere cresciuto a Roma, la capitale del cristianesimo mondiale e a un certo punto arriva domenica, il giorno del signore e proprio quel giorno gioca la Roma o la tua squadra. Le due cose si sovrappongono beffardamente, uno sceneggiatore non avrebbe saputo scrivere un soggetto più grottesco. È quindi inevitabile che per il calcio applichi gli stessi canoni della religione. La manifestazione del sacro e la partita di pallone sono quasi la stessa cosa. E quando ci approcciamo al sacro noi sappiamo come fare, sia che andiamo in chiesa sia che andiamo allo stadio. Il ragazzino ripensa e rivive il calcio come gliel’hanno insegnato al catechismo».

E c’è un fanatismo simile nell’essere tifosi.

«Certo, il ragazzino tifoso è intransigente, è integralista, pronto a morire per la sua religione. È tutta una pazzia, chiaramente, che l’amore ricolloca in una dimensione più comprensibile. Il calcio è una sacralità moderna. Pasolini diceva che il calcio è l’ultimo episodio sacro di questa società, perché surrogava o sostituiva quello che poteva essere il teatro, condividendo le emozioni in una collettività nello stesso istante».

Il calcio come il teatro.

«Un evento straordinario, che succede in quel momento, che non si replica, non puoi mandarlo indietro. E io ci sto e tutti ci stiamo. È la magia del teatro, del calcio. Non ha repliche. È catartico. Esci da una partita, come da uno spettacolo teatrale, in una condizione d’animo migliore di quando sei entrato. Allo stadio ritualizzi lo scontro, lo consumi».

One Comment

  • Tamiflu ha detto:

    Cresciuto nell Internacional, che prima del suo esordio nel calcio non ha mai vinto niente, negli otto anni in cui Paulo Roberto Falcao giostra da regista nel Colorado questo vince per cinque volte il campionato Gaucho e per tre volte quello Nazionale.

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