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L’importanza della scelta di un allenatore

By 14 Giugno 2019

Molte società sono in ritardo nell’annunciare i nuovi tecnici anche perché la decisione è sempre più rilevante

Il fatto che a metà giugno parecchie panchine siano ancora in attesa di assegnazione testimonia la cura richiesta dalla scelta dell’allenatore. Il peso della decisione è aumentato parallelamente alla crescita dell’influenza dei tecnici sulle squadre: un mister, ormai, non è soltanto un allenatore, ma il depositario dell’identità della società, colui dal quale (quasi) tutto comincia e attorno al quale si sviluppa.

La Juventus rinuncia ad Allegri nonostante i trofei in bacheca e la certezza di un percorso vincente perché si è accorta che le vittorie non bastavano più. Era necessaria una proposta di calcio attraente, in grado di calamitare l’attenzione e l’entusiasmo dei tifosi, ma anche della platea estesa degli appassionati generici. La Juve aveva bisogno di cambiare veste, di alimentare il progetto non più con gli scudetti, ma con il gioco, anche a costo di bruciare il vantaggio guadagnato sulle rivali nazionali.

Non è un caso che, in qualunque caso, il prossimo allenatore bianconero sarà diverso, per certi versi antitetico, da Allegri. Una figura in linea con Max sarebbe illogica perché smentirebbe le motivazioni alla base del divorzio. La morale è che la Juve, una società in cui da anni sono la proprietà e la dirigenza a dettare la linea, e l’allenatore era chiamato a seguirla, ribalta la gerarchia e si affida al tecnico per cambiare prospettiva. È come se ammettesse la necessità di una nuova spinta dal basso, dal campo, perché dall’alto non si può invertire la rotta.

Così asseconda la nuova gerarchia del calcio per cui l’immagine della squadra, il modo in cui gioca e si mostra agli occhi del mondo, è primaria perché se è coinvolgente, diventa il motore dell’intero club. Perché i tifosi, grazie al gioco, cominciano a riconoscersi nel tecnico, a dargli quindi credito, e di conseguenza abbracciano la squadra con più convinzione e saranno predisposti ad accettare gli insuccessi perché questi ultimi diventano parte di un percorso condiviso che condurrà al successo. In questo contesto, il tecnico diventa l’uomo fondamentale perché è allo stesso tempo l’autore e il garante del progetto, l’unico a conoscerne la genesi e a poterlo alimentare.

Colui che siede in panchina disegna il gioco della squadra che è ciò con cui quest’ultima si mostra. E non è una questione di bellezza o bruttezza del gioco ma di necessità di possedere un “gioco”, inteso come modo di stare in campo e riproduzione costante e convinta di un’idea: ognuno ha la sua, non ne esiste una corretta e una sbagliata, l’importante è che sia riconoscibile.

L’esempio di Allegri è emblematico: la Juve ha rinunciato a lui perché ha pensato di aver bisogno di un modo di stare in campo e interpretare le partite univoco, non più camaleontico, e che un nuovo tecnico, meno flessibile nell’imporre la propria idea sarebbe stato l’unica soluzione possibile. L’allenatore, quindi, è sempre più obbligato a coniugare i risultati alla resa estetica della squadra, a mostrare se stesso attraverso la formazione in campo, e può giustificare l’assenza dei risultati solo con una resa elevata e apprezzata dai tifosi e dalla critica, in grado di promettere il raggiungimento dell’obiettivo in un futuro prossimo.

scelta allenatore

LaPresse.

Anche la lentezza nelle scelte del Milan e della Roma (che alla fine ha scelto di affidarsi a Paulo Fonseca) è indicativa circa la rilevanza del tecnico. Non è soltanto figlia di circostanze avverse nella dirigenza, anzi, per paradosso è in virtù di queste difficoltà che la scelta del tecnico assume un’incidenza ancora maggiore. Non è un caso che il Milan, travolto da una nuova rivoluzione tra le scrivanie, stia pensando di affidarsi a Giampaolo: è il tecnico ideale per ristrutturare la squadra basandosi su un’idea di gioco codificata, d’impatto e riconoscibile fin da subito.

Il gioco di Giampaolo è una fonte di energia per la rosa perché semplifica i compiti dei giocatori, li posiziona all’interno di un perimetro di idee in cui possono sempre ritrovarsi e difficilmente si perdono. È un filo che tiene tutti uniti, una bussola che punta sempre in una direzione, una costante. Per un club che ha perso l’identità, come poteva essere la Sampdoria di qualche anno fa, e che è reduce da passaggi di proprietà e annate difficili, avere un tecnico in grado di ridisegnare un’immagine è la soluzione ideale, se non l’unica, per ripartire.

Lo stesso ragionamento sembra aver guidato la Roma nella ricerca dell’allenatore. Fonseca appartiene alla categoria di tecnici capaci di caratterizzate la squadra, di renderla riconoscibile. Il suo Shakhtar replicava a tratti il Manchester City di Guardiola, mescolandolo con momenti di ragionamento più tipici del calcio portoghese, in cui Fonseca è nato e cresciuto. Lo stesso ragionamento ha portato l’Atalanta a sacrificarsi per blindare Gasperini, la cui rilevanza nell’ascesa dei nerazzurri è sotto gli occhi di tutti. Il vecchio detto per cui il tecnico conta relativamente non è mai stato veritiero, ma anche per i più testardi è ormai decaduto di fronte ai recenti fatti.

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LaPresse.

Non è un caso che un tecnico come Mourinho sia rimasto fuori dalle prime scelte dei grandi club europei. José paga la sua incapacità di caratterizzare il gioco della seconda fase della sua carriera. Non è riuscito a dare un’impronta al Manchester United, dove era stato chiamato per diventare l’uomo immagine di un club bisognoso di un nuovo spigolo solido dopo Ferguson, ma è stato divorato da un approccio sbagliato: anziché contare su un’idea di gioco, Mou ha puntato tutte le sue fiches su un’idea di gestione della rosa, che nella sua carriera è stata sinonimo di successi, ma che nel calcio contemporaneo non è più sufficiente perché è richiesto altro oltre alla vittoria.

Può sembrare un paradosso, ma in Europa questa tendenza è già avviata da tempo. Klopp e Pochettino hanno fatto scuola in Premier: sono stati eletti dai rispettivi club come depositari della crescita dei club stessi, uomini simbolo per due società che avevano bisogno di una direzione da mantenere per alcuni anni per ritrovarsi e andare oltre la dimensione a cui erano scivolate o storicamente abituate. Non è un caso che tutti e due siano ormai ben oltre i tre, quattro o cinque anni di gestione senza coppe (Klopp ha rotto l’incantesimo con la Champions, dopo 3 anni e 7 mesi a Liverpool): la longevità dei tecnici è sempre più estesa perché da essa dipende la riuscita del progetto.

Le mancate vittorie sono un eventuale dazio da pagare per la costruzione di un’impalcatura in grado di reggere nel tempo. La pazienza è diventata una virtù anche delle società che solitamente non ne hanno di fronte a tecnici che non soddisfano subito le aspettative: si pensi al Psg e al Bayern, che a meno di ribaltoni, sembrano intenzionate a confermare Tuchel e Kovac, nonostante i dubbi che hanno costellato la stagione appena terminata (per entrambi con i titoli nazionali, ma senza il salto di qualità in Europa).

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Getty Images

L’incidenza degli allenatori, infatti, si misura anche nella resistenza del loro lavoro una volta che essi cambiano squadra: se l’erede in panchina riuscirà a lavorare sulle basi già gettate, vorrà dire che l’identità del club è ormai radicata ed è un punto di partenza perenne per ogni gestione.

Il Barcellona è forse l’esempio maximo: grazie a Guardiola, non è mai ripartito da zero, ma ha aggiornato un modo di giocare con cui ormai era riconosciuto, adattandolo di volta in volta alla visione del tecnico giunto in panchina, dei giocatori a disposizione e delle esigenze della stagione, ma senza mai stravolgere l’assetto. Perché rivoluzionare il modo di giocare significa anche togliere i riferimenti a tutte le entità che partecipano alla vita del club, dalla dirigenza ai tifosi, passando per i giocatori e i componenti dello staff.

L’allenatore non è più soltanto un uomo di campo, anche se per paradosso è sul campo che ha ritrovato una centralità nelle società. O meglio, ha trovato una nuova centralità. È però riduttivo anche definirlo “manager” perché la partecipazione alle scelte di mercato è soltanto un corollario. È l’una e l’altra cosa all’ennesima potenza, come se i due vasi fossero diventati comunicanti e si alimentassero a vicenda.

Claudio Savelli

About Claudio Savelli

Giornalista, tra le altre cose. Fa, vede, scrive, tendenzialmente di calcio e sport, ma non solo. È firma di Rivista Undici e Libero, ma non solo. Infatti lo trovate anche qui.

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