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Odegaard allo specchio

By 3 Febbraio 2021

Il giovane norvegese, che sembrava potersi ritagliare un posto al Real Madrid, è stato ceduto in prestito un’altra volta, all’Arsenal. Saranno sei mesi-chiave per capire il suo futuro

 

Martin Odegaard ha 22 anni, ma sembra già vecchio. D’altronde è sui taccuini degli addetti ai lavori dal 2015, da quando il Real Madrid l’aveva acquistato giovanissimo dallo Stromsgodet al termine di una telenovela che andava avanti da mesi: anche Ajax, Bayern Monaco e Liverpool si erano interessati al norvegese, che aveva già esordito in nazionale. Poi il blitz dei blancos, un affare da 4 milioni, la firma su un contratto di sei anni (poi rinnovato fino al 2023) e il parcheggio alla squadra B, il Castilla. Chissà se, guardando indietro, Odegaard, che da poco è finito in prestito all’Arsenal, si è pentito.

 

Illusione

Un anno fa il mancino norvegese era il giocatore più in palla della Liga. Forse addirittura di tutta Europa. Grazie a lui la Real Sociedad, che l’aveva ottenuto in prestito dal Real Madrid, si stava esprimendo a un livello molto alto, con Odegaard come punto di riferimento centrale della trequarti nel suo 4-2-3-1. Tutt’altra posizione rispetto a quella, larga a destra sempre sulla trequarti, degli esordi da professionista.

In realtà il suo ruolo alla Real oscillava tra quello di fantasista e la posizione di centro-sinistra nel rimodellamento a tre del centrocampo del club di San Sebastian. Lì i baschi avevano trovato una ricetta vincente accoppiandolo a Mikel Oyarzabal, che giocava leggermente più avanti, nel tridente offensivo. La connessione tra questi due poco più che ventenni aveva raggiunto livelli telepatici.

LaPresse

Odegaard è un giocatore abbastanza peculiare. Innanzitutto ha bisogno di toccare molti palloni per scatenare la sua furia creativa. Non ha paura di rischiare il “laser pass”, il passaggio filtrante quasi da videogioco, con il suo piede sinistro fatato, molto efficace anche sui calci da fermo. I suoi numeri nella scorsa stagione con la Real Sociedad, comunque, nonostante fosse finita in calando, parlano di una presenza fissa nella produzione offensiva della squadra arrivata sesta nella Liga e in finale (ancora da disputare) di Coppa del Re: 3.3 tiri, 78.8 palloni toccati, 3.2 occasioni create a partita. Con 7 gol e 9 assist in 36 partite complessivamente con i baschi.

L’ambiente aveva giocato un ruolo fondamentale nel rendimento di Odegaard, senza dubbio. La Real Sociedad, squadra giovane allenata da un tecnico giovane che aveva sempre lavorato coi giovani (Imanol Alguacil), era una sorta di paese dei balocchi. Senza nessun Lucignolo o Pinocchio, naturalmente, ma in cui si parlava la stessa lingua del “dare del tu alla palla”. Oyarzabal, Odegaard, Isak, e poi molti dei titolari: quasi nessuno arrivava ai 25 anni d’età. Il che poteva portare a oscillazioni degne di un sismografo, tra partite perse in casa in maniera sciagurata e imprese su campi all’apparenza inespugnabili, come il celeberrimo 4-3 in Coppa del Re al Bernabeu contro il Real Madrid, con gol in apertura proprio del norvegese.

“Squisito nel tocco di prima” secondo il quotidiano Marca, in brodo di giuggiole per quel ragazzino in grado di dirigere l’orchestra di una squadra di alto livello della Liga. Forse la miglior partita dell’anno di Martin, stimolato senza dubbio dal giocare contro la sua ex e futura squadra, perché è sembrato chiaro a tutti che al termine del prestito, come poi effettivamente è successo, Odegaard sarebbe tornato al Real. E non da comparsa, ma per recitare un ruolo da protagonista.

 

Zizou pensaci tu

 (Photo by Juan Manuel Serrano Arce/Getty Images)

Il problema è che a Madrid Martin ha trovato un altro ambiente e tutt’altra disposizione tattica. Intanto Zidane non usa mai il 4-2-3-1, quanto piuttosto un 4-3-3 o al massimo un 4-4-2 con il centrocampo a rombo; e poi dei nuovi si fida relativamente, ci vuole un bel po’ perché “Zizou” levi i suoi pretoriani, specie a centrocampo dove ruotano in sostanza sempre i soliti quattro e cioè Casemiro-Kroos-Modric-Valverde.

Persino Isco, infatti, spesso decisivo in passato come vertice avanzato del rombo, è finito nel dimenticatoio e c’è sempre un Hazard da gestire col contagocce e il belga è un giocatore-chiave per qualsiasi squadra, uno che condiziona schieramenti e tattiche. Quindi figuriamoci Odegaard, calciatore difficile da imbrigliare in una mediana dove se sta bene comanda Modric, Kroos è intoccabile col suo gioco raffinato di taglia-e-cuci, e Casemiro è la possanza fisica necessaria per bilanciare la tecnica degli altri due. Senza dimenticare Valverde, appunto, che è un jolly da utilizzare a seconda della partita, e che soprattutto pur essendo molto giovane anche lui (è coetaneo di Martin) non era arrivato al Real sommerso dalle aspettative come invece il norvegese. Certo, la dirigenza del Real ha speso 550 milioni negli ultimi anni per ringiovanire la rosa e si ritrova sempre con le stesse facce; ma questo è un altro discorso.

(Photo by Juan Manuel Serrano Arce/Getty Images)

Morale, che ha fatto Zidane inquesta stagione? Ha mescolato le carte, inizialmente, per testare Odegaard: quindi tre volte titolare in un 4-2-3-1 contro l’Inter a San Siro in Champions (vittoria) e nella Liga contro la Real Sociedad e il Villarreal (due pareggi) e poi un 4-4-2 a rombo contro il Betis (vittoria). Sempre da trequartista, senza mai convincere. Fino a quando, contro lo Shakthar, il Real ha perso 2-0 nell’ultima partita da titolare del norvegese.

Quella sconfitta, una delle peggiori partite dell’anno dei blancos, ha chiuso la porta a Odegaard, che da lì in avanti, dall’1 dicembre scorso, ha giocato solo cinque minuti in campionato, complice anche un infortunio muscolare. Di sicuro, però, Zidane lo ha messo in uno stanzino. E persino quando è sceso in campo nel finale del facile 2-0 al Celta Vigo l’allenatore francese non ha perso tempo per cazziarlo per la troppa mollezza. Curioso, perché stando ad alcuni retroscena Zidane ci credeva in Odegaard, tanto da accelerare per il suo ritorno immediato, senza lasciare il norvegese in prestito per un’altra stagione.

Eppure, anche qua, le statistiche sono una cartina di tornasole: i dribbling per partita sono passati da 2 di media alla Real Sociedad agli 0.1 del Real Madrid, i falli subiti da 1.2 a 0.1 e i passaggi-chiave da 2 a 0.7. Insomma, un crollo evidente assieme al minutaggio. Sono appena 11 le partite disputate dal norvegese con la maglia dei blancos dal 2015 in avanti senza aver mai segnato o fornito un assist. Con la nazionale, per dire, siamo già a 25 presenze.

(Photo by Shaun Botterill/Getty Images)

Il risultato? A gennaio Odegaard ha chiesto di essere ceduto e la notizia è uscita pubblicamente, segno di una situazione arrivata oltre il livello di guardia. Subito la Real Sociedad ha drizzato le antenne, ma il Real Madrid ha posto una sorta di veto per i club della Liga, temendo magari un’altra ripassata come nella passata Coppa del Re ma in campionato. I baschial posto del norvegese avevano preso a parametro zero David Silva, un giocatore molto simile a Martin, ma con gli infortuni a catena che hanno colpito l’ex Manchester City il bisogno di tappare il buco si è reso impellente.

Molto meglio per una cessione la Premier, insomma, e una squadra non in Champions League tipo l’Arsenal. Due milioni di prestito oneroso e valige fatte in direzione Londra.

 

Nuovo scenario

Non a caso Odegaard è arrivato ai Gunners praticamente in contemporanea con l’addio di Ozil, finito al Fenerbahce. I due giocatori si assomigliano molto e si è trattato quasi di un passaggio di consegne, anche se il norvegese è solo in prestito fino a fine stagione. Entrambi sono creativi, amano avere il pallone tra i piedi, e in aggiunta entrambi sono mancini. Anche il tedesco ha sempre reso meglio come trequartista dietro un’unica punta, sia all’Arsenal che in nazionale. Ballano solo quattro centimetri di differenza in più di altezza per Ozil (1.80 contro 1.76), ma per il resto le coincidenze sono parecchie.

Il problema dei Gunners di quest’anno è la siccità offensiva. L’attacco sta facendo una fatica bestiale: con 26 reti in 20 partite è il peggiore tra le prime 12 squadre della classifica. L’Arsenal è anche undicesimo per tiri totali (233), decimo per tiri in porta (83) e tredicesimo per dribbling (8.4 di media a partita). E insomma, ci vuole qualcuno che metta un po’ di brio, che metta in condizione le punte di segnare.

All’Arsenal, come alla Real Sociedad l’anno scorso, Odegaard troverà una rosa molto giovane, con l’età media attorno ai 26 anni e diversi titolari poco oltre la ventina. Anche questo probabilmente sarà un punto a suo favore nel processo di adattamento alla Premier, il quarto campionato dove Martin scenderà in campo da professionista dopo la Tippeligaen, l’Eredivisie olandese e la Liga.

 (Photo by Shaun Botterill/Getty Images)

E troverà anche un allenatore come Arteta, che schiera i suoi sempre con il 4-2-3-1, a meno di cambiamenti dovuti agli infortuni. Dopo un inizio d’inverno agghiacciante in cui l’Arsenal era precipitato addirittura in zona retrocessione adesso la situazione sembra essersi comunque assestata. L’esordio di Martin con la maglia rossa dei Gunners non è stato indimenticabile, come del resto l’intera partita in cui è entrato: uno scialbo 0-0 contro il Manchester United, dove è rimasto in campo per meno di dieci minuti, concedendosi appena due appoggini corti. Ha preso il posto, in un cambio ruolo per ruolo, di Smith Rowe. Insomma, ha solo preso confidenza.

In questo periodo di “Rinascimento norvegese”, con Alf-Inge Haaland nettamente uomo-copertina del movimento ma anche con il buon rendimento di Hauge e dell’altro attaccante Soerloth, sarebbe strano vedere Odegaard restare qualche giro indietro rispetto ai compagni di nazionale. Lui che era stato il primo a rimettere la Norvegia sulla mappa quando ancora era sedicenne.

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