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Quella coppa eterna

By 17 Maggio 2019

Il 19 maggio del 1999 la Lazio batte per 2-1 il Mallorca e si aggiudica l’ultima edizione della Coppa delle Coppe, entrando per sempre nella storia

A volte una vittoria può avere le caratteristiche di un diamante. Proprio come dice la pubblicità, “è per sempre”. Tra i suoi record, non tutti positivi, la Lazio può annoverarne uno piuttosto particolare. Venti anni fa la squadra romana conquista un trofeo continentale giunto alla sua ultima edizione, la Coppa delle Coppe.  È il 19 maggio 1999. Per il finanziere romano Sergio Cragnotti quella è un’affermazione significativa: si è attestato nel gotha del calcio italiano (e non solo).

La fase discendente, che lo porterà a lasciare la Società in altre mani, inizierà qualche anno più tardi. Ma quel mercoledì il presidente è un uomo soddisfatto. Ha appena finito di comporre il tassello fondamentale di un mosaico calcistico e imprenditoriale invidiabile.

La Lazio ci era andata vicina già l’anno precedente quando si era conquistata il diritto di giocarsi la finalissima della Coppa Uefa. Un percorso quasi netto, senza mai perdere una partita. Giusto qualche pareggio ogni tanto, mai sconfitte. Poi, al Parco dei Principi di Parigi, avviene il tonfo che a quel punto pochi si aspettano. Si può perdere una finale, certo, ma nello scontro tutto italiano con l’Inter, la sconfitta è cocente.

La sera del 6 maggio non c’è partita: 3-0 e il trofeo va ai nerazzurri. Forse è un problema di mentalità, magari c’è troppa stanchezza. Sta di fatto che da aprile in poi la squadra capitolina, guidata dal tecnico svedese Sven-Göran Eriksson, ha un crollo (6 sconfitte nelle ultime 7 giornate). Prima la Lazio abbandona la corsa scudetto perdendo posizioni in classifica, poi salva la stagione 1997/98 vincendo la Coppa Italia. Insomma, tre fronti di combattimento si concretizzano in un solo trofeo.

L’anno successivo la squadra ci riprova. Vanno via talenti come Jugović, Fuser e Casiraghi ma la squadra non risulta indebolita, tutt’altro. L’attacco si rinforza con la presenza contemporanea di Salas e Vieri che vengono affiancati a Roberto Mancini, vera pietra angolare del progetto cragnottiano già dall’anno precedente. Il centrocampo si arricchisce della capacità di gioco di Sinisa Mihajlović (poi arretrato sulla linea dei difensori) e del dinamismo sulla fascia di Sergio Conceição.

Il “ministro della difesa” Nesta tranquillizza tutto il pacchetto arretrato, Marchegiani tra i pali compreso. Non è una Lazio sempre spettacolare, ci sono all’interno della rosa individualità talvolta scontrose che il tecnico deve armonizzare, forse qualche primadonna di troppo. Ma tale è la qualità complessiva da garantire quasi sempre il risultato, magari grazie alla giocata del singolo nelle giornate storte.

La stagione comincia in sordina, Nesta ha subìto un grave infortunio ai Mondiali di Francia e potrà rientrare soltanto a gennaio. A settembre anche Vieri patisce uno stop che si protrarrà oltre il Natale. La personalità di Mancini, la grinta di Nedvěd e l’estro realizzativo di Salas tengono a galla la squadra nei momenti più duri. All’inizio del 1999 la squadra ha ricompattato le proprie fila e può tentare la fuga in campionato. A ranghi completi sembra una squadra difficilmente battibile, in Italia come all’estero.

Come detentrice della Coppa Italia, la Lazio partecipa alla Coppa delle Coppe. È un trofeo affascinante ma la UEFA ha già deciso: un’ultima stagione e poi, dopo 39 edizioni consecutive, verrà soppresso. Al primo turno la squadra romana supera con una certa difficoltà gli svizzeri del Losanna (1-1 in casa e 2-2 fuori).

Al secondo l’avversaria è ancor più ostica: è il Partizan Belgrado. Il 22 ottobre 1998 è un giovedì e allo Stadio Olimpico arrivano gli slavi. La Lazio è in emergenza assoluta, ha la difesa rimaneggiata e l’attacco falcidiato. Mancini è addirittura costretto a fare da assist mana se stesso. Finisce 0-0 e il timore che l’avventura europea dei biancocelesti stia per finire appare fondato. Anche perché nella partita di ritorno a Belgrado, dopo 17 minuti la Lazio sta perdendo. Ma non è la stessa di due settimane prima, non fosse altro perché è rientrato in squadra Salas e Bokšić è pronto a subentrargli.

È proprio l’attaccante cileno a pareggiare su rigore e ad aprire la strada al gol di Stankovic, prima di siglare anche il terzo gol. La partita finisce 2-3 e l’avventura continua. Anche il Chelsea e la Lokomotiv Mosca hanno superato il turno, mentre formazioni blasonate come il Paris Saint-Germain e il Newcastle sono cadute nel turno precedente. La Coppa delle Coppe riaprirà i battenti a marzo mentre già all’inizio del 1999 si è profilato il duello di vertice per lo scudetto. Soltanto il Milan sembra reggere il ritmo delle truppe erikssoniane.

Lazio Mallorca 1999

Sergio Cragnotti è un finanziere innovativo, concreto e insieme spregiudicato (anche troppo, secondo chi lo critica). Non sarà un benefattore del prossimo ma la mission è il bene delle sue imprese, non certo il sol dell’avvenire. E poi ha comunque un merito importante, quello di avere strappato la Capitale al limbo della rassegnazione: si può vincere anche a Roma. Ha idee chiare che vorrebbe concretizzare, soprattutto le vorrebbe vedere applicate anche al calcio.

Ha capito prima di altri quale sarà il futuro dello sport e che, al di là della passione, una squadra va gestita senza eccessivi sentimentalismi. La sua concezione del mercato è aggressiva, del resto nel mondo del calcio è arrivato tardi e non c’è tempo da perdere. Non può vantare la forza economica degli Agnelli, né quella politica di Berlusconi, dunque deve sempre giocare d’anticipo, anche a costo di forzare qualche correttezza.

Del resto, nel mondo dell’imprenditoria, santi immacolati non ce ne sono. Applica al calcio la sua visione d’impresa: è abituato a comprare a poco e a rivendere a tanto, con un fiuto per gli affari che quasi tutti gli invidiano. Se compra a 10 e può rivendere a 100, lo fa senza problemi, in barba a qualsiasi remora. «È un presidente senz’anima» sentenzia qualcuno, ma alla fine la Lazio è ogni anno più competitiva.

I profitti vengono a loro modo reinvestiti e alla fine, anche chi lo critica finisce con il copiarne il tratto operativo. Quando nel maggio 1998 la Lazio appare per la prima volta nel listino di Piazza Affari qualcuno grida allo scandalo: «Condivide il debito e tiene per sé i profitti», dicono. Sarà, ma poi Roma e Juventus faranno presto la stessa cosa senza destare le stesse ondate di perplessità generale. Nel frattempo i risultati stanno dando ragione al patrón. Dopo qualche stagione di assestamento la Lazio ha cominciato a togliersi soddisfazioni importanti. Dopo anni di anonimato, i titoli arrivano, non soltanto quelli finanziari.

La sera del 29 aprile 1998 la Lazio conquista la seconda Coppa Italia nella sua storia, 40 anni esatti dopo la prima. Lo scudetto lo vincerà la Juventus al termine di un confronto con l’Inter che avrà lasciato strascichi polemici per via di qualche decisione arbitrale indigesta ai nerazzurri. La vittoria biancoceleste invece è cristallina e non ammette repliche. Il Milan è costretto a piegarsi al termine di un doppio confronto appassionante.

Ad agosto ha ufficialmente inizio la stagione 1998/99 e la Lazio la comincia nel migliore dei modi. È sua anche la Supercoppa Italiana. 2-1 alla Juventus malgrado l’incombenza di giocare fuori casa, una formazione in piena emergenza e un rigore dubbio che Del Piero trasforma a pochi minuti dal termine. Nella primavera del 1999 Eriksson & co. lottano su due fronti competitivi. La squadra è uscita dalla Coppa Italia per mano dell’Inter ma è in testa alla classifica del campionato. Per di più, si sta poco alla volta spianando la strada per arrivare alla seconda finale europea consecutiva. A marzo la Lazio deve fare visita ai greci del Panionios.

Il doppio confronto si rivela una pura formalità: il 7-0 finale è l’aggregato di uno 0-4 a domicilio e di un 3-0 conseguito allo Stadio Olimpico in piena rilassatezza. Sono rimaste quattro squadre a contendersi la Coppa delle Coppe: il Chelsea, la Lazio, la Lokomotiv Mosca e il sorprendente Mallorca, allenato da un allenatore emergente che arriverà presto in Italia: l’argentino Hector Cuper.

I bookmaker danno per favoriti gli inglesi ma il Chelsea cadrà, proprio per mano del Mallorca. Ai romani tocca la Lokomotiv, formazione scorbutica e muscolare, che non sarà un capolavoro di estetica ma che raramente lascia giocare bene l’avversaria. A Mosca finisce 1-1. Stavolta è il croato Bokšić a salvare una Lazio meno brillante del solito, forse attraversata da tensioni legate ai troppi impegni agonistici. In effetti, in campionato la squadra ha un calo. Tre giorni dopo la partita con i russi la Lazio perde il derby e una settimana più tardi paga la stanchezza del momento venendo sconfitta in casa dalla Juventus.

Una scudetto che sembrava vinto è rimesso in discussione, il Milan è soltanto un punto sotto. Il 22 aprile uno 0-0 casalingo con la Lokomotiv garantisce l’imbattibilità stagionale della Lazio in Europa ma soprattutto l’accesso alla finale del 19 maggio. Se la giocherà a Birmingham, Inghilterra, con gli spagnoli del Mallorca. Nel frattempo, il 15 maggio il Milan diventa primo in classifica dopo un discusso pareggio tra Fiorentina e Lazio all’Artemio Franchi. Lo scudetto vola via così, la domenica successiva. I rossoneri sono campioni d’Italia.

 Si arriva alla finale di Birmingham. Sugli spalti del Villa Park il tifo è in maggioranza biancoceleste ma anche i supporter della squadra baleare si fanno sentire. Non è soltanto l’ultima partita in assoluto di Coppa delle Coppe, è anche la cinquantesima finale europea di una squadra italiana. I romani vantano maggiore peso tecnico ma gli spagnoli sanno aspettare per poi offendere con ripartenze rapidissime.

Alla prima vera occasione la Lazio è in vantaggio. Sono passati 7 minuti quando dalla tre quarti destra Pancaro mette al centro un pallone alto sul quale Vieri si avventa in elevazione. Dalla torsione viene fuori una parabola arcuata sulla quale il portiere Roa non può arrivare. Una curva ammutolisce, l’altra esplode di gioia. Sembra l’inizio di una goleada e invece la formazione biancoceleste lascia campo all’avversaria. Errore grave, perché dopo 4 minuti il Mallorca ha già pareggiato.

Biagini sfugge a Stanković lungo la corsia sinistra per favorire la sovrapposizione di Soler. Sul cross né Mihajlović né Nesta chiudono l’azione e Dani trafigge Marchegiani da pochi passi. 1-1. Non è una bella Lazio quella che si vede, e la sensazione improvvisa è quella di dover assistere alla riedizione della finale di Coppa UEFA 1998.

La gabbia che Cuper ha costruito per arginare l’inventiva di Mancini appare efficacissima. Nedvěd è in buona serata ma gli arrivano pochi palloni giocabili, Vieri combatte, Salas risulta latitante. All’inizio della ripresa la Lazio sembra aver ammortizzato il buon primo tempo del Mallorca e cerca di far valere la maggiore qualità. Tuttavia la partita non vuol sapere di essere bella.

Tra gioco “a folate” e qualche occasione per entrambe, si arriva al minuto 81. Da una percussione di Vieri, lanciato da Salas, nasce il pallone buono per il destro al volo di Nedvěd dal limite, angolatissimo, imprendibile. 15mila tifosi laziali sono in delirio per la seconda volta. I minuti passano, Eriksson si copre con Lombardo per Nedvěd e Fernando Couto per Mancini. Massima sofferenza in campo e sugli spalti ma di concreto non succede nulla fino al fischio finale.

La Lazio ha vinto il suo primo trofeo continentale. La Coppa delle Coppe rimarrà per sempre sua, specie se nessuno la ripristinerà in futuro. Non è semplicemente un trionfo in campo. È anche una vittoria di civiltà: le due tifoserie si applaudono a vicenda, in un ideale abbraccio sportivo che la stampa italiana non sottolineerà mai abbastanza. Sergio Cragnotti alza anch’egli la Coppa. La sua Lazio sarà a Monte Carlo il 27 agosto, per giocarsi la Supercoppa Europea, contro la vincente fra Bayern Monaco e Manchester. Birmingham è solo il punto di partenza e il meglio deve ancora venire.

Diego Mariottini

About Diego Mariottini

Roma, 1966, giornalista. Autore di romanzi e saggi a carattere sportivo. Ha collaborato con Gazzetta dello Sport. Si occupa di comunicazione e mobilità sostenibile, anche a livello radiofonico

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