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Robbie Fowler, il dio di Liverpool

By 9 Aprile 2020

Oggi Robbie Fowler compie 45 anni. Ecco la storia di un ragazzino che tifava per l’Everton che è diventato una divinità per i Reds

Se gli eroi sono sempre giovani e belli, gli dei no, loro possono concedersi persino il lusso della bruttezza. Robbie Fowler bello non lo è mai stato, la faccia sporca da ragazzo dei quartieri bassi, la forza d’animo di chi dalla vita non ha avuto niente facile, e quei lineamenti storti, che paiono disegnati a casaccio da qualche artista bizzoso, eppure in pochi hanno saputo incarnare il calcio inglese degli Anni 90 quanto lui.

Ultimo baluardo di un football fatto di sudore, bava alla bocca e sangue, attore protagonista di uno show che ancora non aveva conosciuto l’algida perfezione del look alla Beckham, The God è stato l’anima del Liverpool pur essendo nato e cresciuto con un cuore blu al 100%.

Michael Steele/ALLSPORT

Non è questione di nobiltà, figurarsi. Di quella Fowler non se n’è mai fatto nulla. Veniva dai ceti più umili e nel suo profondo non li ha mai lasciati, nemmeno quando ha iniziato a guadagnare milioni di sterline per fare qualcosa che effettivamente in pochi veniva bene come a lui. È che quando era bambino, il sabato pomeriggio lo passava a Goodison Park, e sognava di giocare per l’Everton. Peccato che il destino avesse altri piani per lui e abbia deciso di mettere sulla sua strada un osservatore in orbita Liverpool, facendogli indossare una maglia rossa già a scuola, per poi passare alle giovanili e quindi alla prima squadra ad appena 17 anni.

Ora, che cosa avesse di speciale quel ragazzino smilzo e bassottino è materia per veri intenditori di calcio. Perché il calcio di Fowler è sempre stato caratterizzato da pochi ma essenziali movimenti, privo di fronzoli, appoggiato su scaltrezza, senso della posizione, e un fiuto del gol fuori dal comune. Così è diventato il settimo marcatore di sempre della Premier League, alle spalle di Thierry Henry, Frankie Lampard, Sergio Aguero, Andy Cole, Wayne Rooney e del centravanti che più di tutti lo ha accompagnato nel suo percorso da professionista, quell’Alan Shearer che poteva essere il partner perfetto nell’attacco della nazionale inglese e che invece finì per cannibalizzarlo con la sua presenza e il suo carisma.

Robbie Fowler

Graham Chadwick /Allsport

In qualche modo, il suo primo gol da professionista è già una sorta di piccolo manifesto. Il 22 settembre 1993 Souness lo fa esordire contro il Fulham, nell’andata del secondo turno di Coppa di Lega. Fowler ha da poco compiuto 18 anni ma non sembra patire affatto l’emozione della prima volta. A sette minuti dalla fine della partita sigla la rete del 3-1 per i Reds avventandosi su un cross dalla destra e colpendo al volo di piatto sinistro. Un solo tocco per lasciare il segno.

Nella gara di ritorno segnerà tutte le reti del 5-0 della sua squadra. L’unica in cui si aggiusta il pallone prima di calciare, peraltro col destro, è l’ultima. Le altre quattro arrivano tutte di prima, tutte da dentro l’area piccola o appena fuori dalla stessa. In 180 minuti, Robbie Fowler ci ha già raccontato perfettamente che giocatore è, anche se forse l’apice dell’essenzialità lo raggiungerà solo nove anni più tardi, con la maglia del Leeds, andando a deviare di nuca sotto porta una punizione calciata in rete da Ian Harte contro il Middlesbrough.

Ben Radford /Allsport

Rapido, abilissimo a leggere i tempi e il posizionamento della linea difensiva, dotato di un sinistro potente e affilato, Fowler incanta la Kop, che non ha problemi a perdonarli la sua fede toffee. Nel giro di qualche anno diventa The God, il giocatore che più di ogni altro incarna lo spirito di una squadra che è grande ma non dimentica le umili origini della città che rappresenta.

Così come non le scorda Fowler, che nemmeno fa nulla per nasconderle. È un giocatore professionista, uno delle più micidiali macchine da gol che il calcio inglese abbia mai visto, ma è ancora un figlio della Liverpool operaia, uno di quelli che vivono la settimana in attesa di una pinta di birra al pub con gli amici. Gioca a pallone e lo fa anche piuttosto bene, ma il suo cuore è nei docks, tra gli scaricatori di porto.

Pensa a loro anche il 20 marzo 1997, quando segna – come al solito di sinistro, come al solito con un tocco di prima – il gol del 3-0 nel ritorno dei quarti di finale di Coppa delle Coppe contro i norvegesi del Brann Bergen. Nell’esultare, Fowler alza la maglia sotto la Kop, mostra una scritta che da lontano, ai più distratti, sembra il logo di una nota casa di moda. Si leggono una C e una K in bella vista, solo che alla sinistra della C c’è scritto “Do” e alla destra della K, con un po’ di attenzione e delle ottime diottrie, si può leggere “ers”. È un messaggio di vicinanza ai lavoratori del porto di Liverpool, che scioperano perché 500 di loro sono stati licenziati in tronco, sull’onda lunga del neoliberismo conservatore marchiato Thatcher, mentre il governo laburista di Tony Blair stava sostanzialmente a guardare senza intervenire.

Robbie Fowler

Ben Radford /Allsport

Forse Fowler lo sa a cosa va incontro. Sa che quella sua manifestazione di simpatie politiche non passerà certo inosservata in patria, che avrà le sue conseguenze. Sa che quel gesto è destinato a essere divisivo, forse persino all’interno dei suoi stessi tifosi. Ma se ne frega e fa quello che ritiene giusto fare. Ovviamente tra i portuali non può che incontrare nuove simpatie, probabilmente anche tra quelli che – come  lui da bambino – tifano Everton.

Quattro giorni dopo, in una gara di Premier contro l’Arsenal, va giù lanciato a rete uno contro uno con David Seaman. L’uscita del portiere sembra fallosa, lo è per l’arbitro che indica il dischetto. Persino oggi, a rivedere più volte il replay, si ha l’impressione che un contatto tra il guantone di Seaman e lo stinco di Fowler ci sia. Robbie però si rialza di corsa, si gira verso il direttore di gara, agita il dito a dire “no”. Per lui quel rigore non c’è, lui quel rigore non lo vuole. È volato per terra ma il contatto, almeno secondo lui, non è da punire. Rifiuta una conclusione ad altissima percentuale di realizzazione perché a lui non piace vincere facile, non piace vincere barando. Stavolta il gesto non divide, unisce tutti, in Inghilterra e oltre i confini del Paese.

Robbie Fowler

Laurence Griffiths /Allsport

Sarà un altro contrasto, ben più forte, con un altro portiere a tarpargli le ali alle soglie del Mondiale di Francia ’98. Al 90′ del derby con l’Everton, The God va a saltare di testa su un pallone irraggiungibile. Thomas Myhre esce col pugno sul pallone e lo travolge. Cadendo, Fowler mette il piede male, il ginocchio gira, il crociato anteriore si rompe. È un infortunio destinato a lasciare il segno per un giocatore che ha sempre fatto della rapidità la sua arma principale. Ma più di tutto, a pesare sulla sua carriera, è un altro evento. Fowler ha solo 23 anni ma al suo fianco sta esplodendo un ragazzo che ne deve ancora compiere 19. Segna e segnerà meno di lui, ma avrà una carriera di ben altro spessore. Il suo nome è Michael Owen e Francia ’98 diventerà l’occasione per la sua rivelazione al Mondo.

Di derby in derby, da Myhre a Myhre, Fowler scrive il capitolo più noto della sua storia un anno dopo l’infortunio al ginocchio. Da tempo circola la voce che tra i suoi vizi non ci sia necessariamente solo la birra. Il gossip l’ha accostato a Emma Bunton, la bionda delle Spice Girls, e le male lingue dicono che di tanto in tanto si diletti con la cocaina. I tifosi dell’Everton non fanno che ricordarglielo coi loro cori e lui sfrutta la prima occasione utile per prendersi la sua rivincita. Al quarto d’ora del derby ad Anfield segna su rigore il momentaneo 1-1 dopo il vantaggio di Dacourt. Corre verso la porta, si mette a carponi, e finge di sniffare la linea di fondo.

Robbie Fowler

Ross Kinnaird /Allsport

Il cattivo gusto dell’esultanza fa a pugni col minuto di silenzio per i 10 anni dalla tragedia di Hillsborough con cui si è aperta la partita. “And I’m not sure that’s the most sensible of the celebrations for Robbie Fowler, but he’s enjoying the moment”, dice il telecronista. Col tempo Fowler avrà modo di pentirsi di quell’esultanza, anche perché gli inglesi queste cose non le prendono bene e gli piombano addosso una multa da 60 mila sterline e quattro giornate di squalifica. Poco tempo dopo si fa squalificare e multare per un gesto omofobo rivolto al difensore del Chelsea Grame Le Saux.

Intanto Owen continua a togliergli luce. Robbie resiste qualche stagione, riesce persino a ritagliarsi i suoi spazi da protagonista nella stagione magica del mini-treble Red del 2001, segna in finale di Coppa di Lega e in quella di Coppa Uefa, ma l’anno dopo a ritirare il Pallone d’Oro va il più giovane compagno di reparto. Il resto della carriera è un dignitosissimo declino, tra Leeds, Manchester City e ancora una volta Liverpool, poi Cardiff, Blackburn, l’Australia e la Thailandia.

Oggi, a 45 anni, appare un po’ imbianchito e arrotondato in volto, ma con gli stessi lineamenti pasticciati di un tempo. “Non ricevo i riconoscimenti che probabilmente meriterei”, ha detto in una recente intervista rilasciata a The Athletic. E francamente è difficile dargli torto.

One Comment

  • mauriziomorelli ha detto:

    Bell’articolo, complimenti, su queste anime dannate che popolino il calcio inglese, sarebbe opportuno a mio modesto avviso scrivere qualcosa proprio sulle squadre calcistiche tipo Everton e Manchester City offuscate dai rivali più famosi a che poi vantano tifosi negli strati più popolari della città.

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