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Si può davvero diventare allenatori grazie a Football Manager?

By 31 Ottobre 2019

Il re dei giochi manageriali di tutto il mondo può davvero trasformare un gamer in un allenatore di un vero club?

Football Manager rappresenta un raro caso di prodotto (video)ludico capace di offrire un’opportunità di lavoro ai propri utenti. Gli esempi non mancano. José Cheira è diventato osservatore del Porto. Matt Neill ha girato diverse squadre inglesi come scout e data analyst, dal Truro City al Plymouth Argyle fino al Rotherham. Jeroen Thijssen si è inventato l’inedita professione di consulente dello scouting, prestando i propri servizi “a chiamata” a varie società olandesi, senza alcun vincolo di esclusività. Andrej Pavlovic è recentemente entrato nello staff del FK Bezanija, seconda divisione serba, in qualità di data analyst, anche se per ora solo su base volontaria, visti i problemi economici del club.

Tuttavia, il cuore del re incontrastato dei manageriali di calcio conosciuto una volta con il nome di Championship Manager (o Scudetto nella versione italiana), rimane il ruolo di allenatore, lo step più alto al quale, nella traslazione tra il virtuale e il reale, un videogiocatore possa ambire. Ma è davvero possibile passare dalla bedroom di casa propria alla dressing room (con puntate più o meno sporadiche anche nella boardroom) di una qualsiasi società calcistica?

Una risposta affermativa la darebbe certamente Ole Gunnar Solskjaer, che nel 2013, quando allenava con successo il Molde, confessò al quotidiano Dagbladet l’importanza di FM nella costruzione della propria carriera da allenatore. L’attuale tecnico del Manchester United sottolineò come la banca dati del gioco era “talmente accurata da assomigliare, quando si tratta di capire chi ha le potenzialità per diventare un buon calciatore, alla vita reale”. Ovviamente Solskjaer possiede un nome, un bagaglio professionale e un network relazionale sconosciuti al campione da tastiera che trascorre intere serate a personalizzare schemi e allenamenti in vista del primo turno di coppa nazionale della squadra da lui gestita.

Football Manager

(Photo by Jan Kruger/Getty Images)

«L’allenatore non è un data analyst», commenta Giovanni Armanini di Onefootball, consulente della Tech start-up Mi Hiepa (VR e analisi dati), ma anche un’esperienza lampo come direttore organizzativo del Brescia Calcio. «Ma un bravo data analyst può diventare un buon allenatore, in particolare se oltre alla capacità di interfacciarsi con i dati ha tutto quel bagaglio di conoscenze ed esperienze – allenamento sul campo, tattica, gestione del gruppo – che caratterizzano una figura complessa come quella dell’allenatore».

L’endorsement di Solskjaer può quindi reggere, poiché «l’utilizzo intensivo di un db come quello di FM sviluppa, anche inconsciamente, la capacità di predittiva e di valutazione, la cultura della performance. Tutti utilissimi strumenti di lavoro, tenendo però ben presente che il campo di conoscenze necessarie a un allenatore professionista non si esaurisce a quelle che FM può insegnare e affinare».

Affidare a un perfetto sconosciuto, privo di qualsiasi esperienza reale in materia, il ruolo più complesso e articolato all’interno del club, assomiglia a un atto di fede. Qualcuno però ci ha provato, oppure ha tentato di farci credere di averlo fatto. Quest’ultimo è il caso di Vugar Huseynzade, salito agli onori della cronaca qualche anno fa per essere stato ingaggiato come allenatore del Fc Baku, nella massima divisione dell’Azerbaigian. Ne parlarono tutti i principali media sportivi d’Europa, ma il fake nacque in realtà da una battuta mal interpretata, e ancor peggio tradotta, fatta da Huseynzade nel corso di un’intervista con un giornale svedese.

©Jonathan Moscrop – LaPresse

Fresco di nomina come direttore sportivo del Fc Baku, quando gli fu chiesto che esperienza avesse nel mondo del calcio lui replicò: “gioco a Football Manager dal 2002”. Sui media si parlò di esonero nel precedente tecnico, di squadra condotta in zona qualificazione alle coppe europee. Eppure sarebbe bastato gettare un’occhiata all’organigramma societario di questo club oggi defunto per scoprire il vero ruolo ricoperto da Huseynzade, in realtà vittima della superficialità dei media piuttosto che millantatore.

Diversa, nonché vera al 100%, la vicenda di Paul Wandless, ex cassiere di un supermercato inglese rimasto disoccupato a seguito della crisi economica che all’inizio degli anni 10 aveva colpito il Regno Unito. Conobbe una ragazza norvegese, si trasferì nel paese scandinavo “per vedere cosa sarebbe successo” e si mise ad allenare il Bjerkreim IL, ottenendo il posto grazie a una mail in cui raccontava i suoi ottimi risultati a FM.

Il club era reduce da quattro ultimi posti consecutivi ma sole due retrocessioni, grazie alle riforme dei campionati operate dalla Federcalcio norvegese. Ha lasciato la squadra lo scorso agosto dopo tre anni e mezzo e, visto il tono dei messaggi ricevuti sulla pagina societaria di Facebook, il suo lavoro è stato molto apprezzato dai tifosi. Si parla di calcio amatoriale, alla base della piramide dal già non eccelso calcio norvegese. Ma un campione dei videogiochi privo di qualsiasi contatto con il mondo del pallone reale non può che partire dal basso.

Il primo caso di passaggio da un impiego analitico a uno manageriale, ad un certo livello, è avvenuto nell’ottobre del 2017 quando l’allora 25enne William Still guidò il Lierse, serie B belga, per 9 partite, centrando 7 vittorie consecutive e raccogliendo 22 punti su 27 disponibili. Still lavorava nel club come video-analista (esperienza maturata in precedenza con altre due società pro belghe, St. Truiden e Standard Liegi) e scout. L’esperienza terminò per questioni regolamentari, poiché Still non aveva il patentino da allenatore.

Football Manager

(Photo by Warren Little/Getty Images).

Tornato alla sua vecchia mansione, oggi lavora come video-analista e assistente-allenatore per il KFCO Beerschot di Anversa, sempre nella serie cadetta belga. Interrogato su Football Manager, appare alquanto dubbioso. «Ci ho giocato, certo, ed è un bellissimo gioco. Però rimane tale: un gioco. Ho studiato marketing sportivo e video-analisi al Myerscough College di Preston, a 19 anni ho avuto la mia prima esperienza di campo facendo il vice della selezione under-14 del Preston North End. Poi tanta gavetta, delusioni incluse. Con una certezza: un’analista non può essere un topo d’ufficio. Non esiste solo il computer, bisogna stare sul campo, integrare la teoria con la pratica. I giocatori non si muovono con il joypad, né li si può guidare con il mouse. Lo dico spesso ai miei colleghi: se non avete l’erba del campo sotto i piedi, allora non potrete mai far bene questo lavoro».

Lo storico head scout di FM per l’Italia, Alberto “Panoz” Scotta, punta invece l’attenzione sull’aspetto carismatico. «Non basta allenare in FM per diventare un vero allenatore ma, più che per la componente tecnica, a mio avviso è l’aspetto manageriale, quello di gestione del gruppo dal vivo, a rappresentare una conditio sine qua non per sedersi su una panchina vera e portare la propria squadra alla conquista dei traguardi prefissati. Qualora un vero leader, con anni di esperienza di FM alle spalle, provasse a cimentarsi nel ruolo di allenatore, credo potremmo assistere a qualcosa di sorprendente».

In netta contrapposizione all’entusiasmo di Solskjaer e al temperato ottimismo (con le dovute premesse e distinzioni) di alcuni addetti ai lavori è invece Amy Price, docente della St. Mary’s University di Twickenham, nonché collaboratrice con la Federcalcio inglese in qualità di Affiliate Tutor, Coach Mentor e antesignana nello studio sull’applicazione delle meccaniche dei videogiochi al coaching. Per lei, la questione si riassume in una sola parola: folle. «È davvero ridicolo pensare che un ottimo giocatore di FM possa allenare nella realtà. In primo luogo, l’ambiente competitivo nel quale ci si trova immersi alla guida di una squadra vera è qualcosa che nessun gioco potrà mai simulare. Secondo: se da un punto di vista puramente tattico essere un fenomeno a FM potrebbe anche tornare utile per preparare una partita con giocatori veri, poi subentra la componente psicologica, ovvero convincere i giocatori a eseguire i compiti attribuiti. Esiste una sfera psicologica, emotiva e relazionale, relativa all’allenare un essere umano, che è qualcosa di unico e che si può imparare solo nel mondo reale».

Alec Cordolcini

About Alec Cordolcini

Da oltre dieci anni si occupa di calcio olandese e belga per diverse testate nazionali, dal Guerin Sportivo alla Gazzetta dello Sport, da Il Giornale a Rivista Undici. Ha pubblicato due libri: "La Rivoluzione dei Tulipani", dedicato al calcio olandese, e "Pallone Desaparecido", sul Mondiale 1978.

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