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Carlos Bianchi, lost in translation

By 26 Aprile 2019

Leggenda in patria, nel 1996 l’argentino è sbarcato a Roma. Ma fra scelte sbagliate e letture tattiche stravaganti la sua rivoluzione si è spenta ad aprile

A Roma, con sprezzante ironia, ancora oggi lo ricordano come il “Mago Galbusera”, mentre in Sudamerica, sin da quando era calciatore, è conosciuto con il soprannome di “El virrey”, il viceré, che non è proprio il numero uno, ma poco ci manca. Carlos Bianchi compie 70 anni continuando a portarsi appresso il mistero di come abbia potuto fallire nel calcio italiano, sulla panchina romanista, nella stagione 1996-97.

«Conservo un buon ricordo, non serbo rancore – le parole di Bianchi al “Corriere dello Sport” nel 2011, interpellato sull’esperienza da allenatore giallorosso – ma la mia carriera non si è fermata a Roma, ho continuato a vincere». Difficile dare torto al tecnico argentino, bollato per sempre da critici e tifosi capitolini, ma orgoglioso della sua bacheca ricca di trofei.

La grande “colpa romana” di Bianchi, oltre ai risultati scadenti, è quella di aver pensato concretamente di cedere, sia pur in prestito, Francesco Totti alla Sampdoria: «Non è vero niente. Era Sensi che lo voleva vendere. Per me Francesco è un idolo. Totti a Roma può fare anche il Papa», si è lasciato sfuggire “El virrey” nel 2013, senza però possibilità di replica da parte del presidente Sensi, scomparso cinque anni prima.

Ma chi è davvero Carlos Bianchi? Sicuramente un vincente. Da calciatore è stato un formidabile bomber: non elegantissimo, aveva un’incredibile capacità di segnare in tutti i modi. Era sempre al punto giusto nel momento giusto. I 121 gol segnati nel Velez Sarsfield, in Argentina, tra il 1968 e il 1973 (con due titoli di capocannoniere della Primera Division) gli sono valsi l’ingaggio da parte dei francesi dello Stade Reims. Nella Ligue 1 si è ulteriormente esaltato, realizzando 179 gol in 220 gare disputate con Reims, Paris Saint-Germain e Racing Strasburgo, e vincendo per 5 stagioni su 7 la classifica dei cannonieri (nel suo anno migliore, il 1977-78, è salito a 37 gol in campionato con la maglia del Psg).

Tornato in Argentina, nel Velez, si è tolto la soddisfazione di vincere ancora un titolo di capocannoniere, l’ottavo della sua carriera, appendendo gli scarpini al chiodo nel 1985, dopo un breve deja-vu nello Stade Reims. Tra i calciatori argentini soltanto Lionel Messi e Alfredo Di Stefano hanno realizzato più gol in gare ufficiali di Carlos Bianchi, che ha chiuso a quota 403 reti in carriera. Meno brillante la sua avventura nella nazionale albiceleste con cui ha giocato 14 partite, segnando comunque 8 gol, tra il 1970 e il 1972.

Carlos Bianchi fallimento Roma

In panchina, poi, “El virrey” ha costruito la sua leggenda. Non si può neanche sostenere che da allenatore non abbia conosciuto il calcio europeo perché la gavetta di Bianchi si è svolta in Francia, con quattro buone stagioni alla guida dello Stade Reims, in Ligue 2, e un’altra nel Nizza, portato a una faticosa salvezza nel 1990 in Ligue 1. Poi, nel 1993, il “suo” Velez gli ha affidato la guida tecnica e Bianchi si è fatto conoscere in tutto il mondo: ha vinto tre campionati argentini, ma soprattutto una Coppa Libertadores, superando 1-0 il San Paolo, e una Intercontinentale, battendo 2-0 a Tokyo il Milan di Fabio Capello, nel 1994.

Rientrato in patria dall’infelice parentesi romanista, ha scritto la storia del Boca Juniors tra il 1998 e il 2004, guidando gli “Xeneizes” alla conquista di quattro titoli argentini, tre Coppe Libertadores e due Intercontinentali (nel 2000, superando 2-1 il Real Madrid, e nel 2003, battendo ancora il Milan, stavolta guidato da Ancelotti, ai rigori). I successi più importanti sono arrivati puntando sul modulo 4-3-1-2 mentre al Velez prediligeva un canonico 4-4-2. Con “El Fortín” ha avuto il merito di imporsi senza stelle di assoluto livello, nel Boca invece poteva contare su uomini come Riquelme, Samuel, Burdisso, Palermo e un giovane Carlos Tevez.

Nel 2005-06 ha ritentato l’avventura europea, con l’Atletico Madrid, resistendo soltanto 18 giornate prima di essere sostituito con José Murcia. «Carlos Bianchi ha svolto un ottimo lavoro, ma non tutto ha funzionato come noi volevamo e ci aspettavamo – ha spiegato l’attaccante serbo dell’Atletico, Mateja Kezman, all’indomani del divorzio – non sono sorpreso che il mister non sia più con noi: dopo tanto tempo senza vittorie l’unica soluzione possibile era un cambio di panchina». L’ex tecnico della Roma, a questo punto, ha scelto di privilegiare la vita privata a quella professionale, concedendosi soltanto un’ultima esperienza nel Boca Juniors, tra il 2012 e il 2014.

Carlos Bianchi fallimento Roma

In una carriera piena di successi gli resta quell’ombra romana. Il presidente giallorosso Franco Sensi ufficializzò l’ingaggio di Bianchi a maggio del 1996, congedando dopo tre stagioni Carletto Mazzone: «Per anni qui in Argentina ho cercato di evitare di invischiarmi nel dibattito tra “menottisti” (Cesar Menotti ha una forte propensione al gioco offensivo, n.d.r.) e “bilardisti” (Carlos Bilardo è un teorico del difensivismo, n.d.r.) – le parole dell’allenatore sudamericano al momento di prendere l’aereo per Roma – a chi vuole sapere come mi definirei dico che sono un “offensivista realista”».

Il feeling tra Bianchi e l’ambiente giallorosso durò però poche settimane: la squadra non ha mai avuto continuità, cadendo pesantemente in più di un’occasione come contro la Sampdoria (1-4 in casa), l’Atalanta (0-2 in casa), l’Inter (3-1 a San Siro) e la Juventus (3-0 a Torino). I calciatori non erano riusciti ad assimilare i dettami tattici di Bianchi, che ci aveva messo del suo legando poco con il talentuoso Totti e facendosi notare per sostituzioni spesso insensate: quando la Roma perdeva era solito inserire attaccanti al posto di centrocampisti e difensori, con il risultato di sbilanciare la squadra e annientarla definitivamente.

A complicare le cose ci ha pensato il fallimento al centro della difesa di Roberto Trotta, fedelissimo di Bianchi nel Velez, bocciato dal suo stesso mentore dopo le prime 6 giornate. In occasione della sua ultima apparizione, al Bentegodi di Verona, nel settore ospiti apparve un eloquente striscione “Trotta vattene”. La settimana seguente il difensore argentino fu addirittura rispedito per 15 giorni in patria, a campionato in corso, per ricaricarsi e curare un ginocchio. A gennaio poi la cessione al River Plate.

Carlos Bianchi fallimento Roma

Proprio nel mercato invernale il presidente Sensi tentò, senza successo, di raddrizzare la situazione ingaggiando Candela, Tetradze, Pivotto e il portiere di riserva Berti, rispendendo a casa, oltre a Trotta, anche il deludente attaccante svedese Dahlin. La stagione, già macchiata dalla prematura eliminazione in Coppa Italia ad opera del Cesena e di quella in Coppa Uefa, al secondo turno, per mano del Karlsruhe, si trasformò in uno stillicidio.

A inizio aprile, dopo un 2-1 incassato a Cagliari, Sensi non poté fare a meno di esonerare Bianchi: «Ero certo di finire la stagione con un piazzamento Uefa – le parole del tecnico argentino a “France Football” pochi giorni dopo il divorzio – ma il presidente Franco Sensi non ha resistito alle pressioni della stampa romana che aveva già ottenuto la testa dell’allenatore della Lazio. “Ho 71 anni” mi ha detto la settimana scorsa “la situazione si è fatta troppo dura, non posso continuare così”. Ecco come è finita la mia avventura romana».

I giallorossi, tristemente settimi dopo 26 giornate (9 vittorie, 9 pareggi e 8 sconfitte), furono poi traghettati fino alla conclusione del campionato dalla coppia Ezio Sella-Nils Liedholm. «Mi piace ricordare che quando sono stato esonerato, la Roma era settima in classifica – la sua versione nel 2013 – dopo di me ha finito il campionato sfiorando la retrocessione in Serie B».

Carlos Bianchi fallimento Roma

Nella Capitale non si convinceranno mai che Carlos Bianchi è stato un ottimo allenatore così come lui non ammetterà mai, orgoglioso com’è, di aver commesso più di qualche errore in giallorosso. Soltanto una cosa è certa: la Città Eterna ha rubato un pizzico di cuore al “Viceré”, che più di una volta è tornato a Roma per il solo piacere di fare il turista.

Nel 2011, ai tempi di Luis Enrique, ha addirittura varcato i cancelli di Trigoria per salutare qualche vecchio amico mentre nel settembre scorso è stato sorpreso da una telecamera per le strade del centro: «Sono qui per una passeggiata» la sua risposta a chi gli chiedeva maliziosamente se fosse in città per sostituire Di Francesco. Stregato da Roma, ma non dalla Roma.

 

Foto: LaPresse.

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