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Cosa non è (ancora) diventata la Supercoppa

By 22 Dicembre 2019

La Supercoppa ha superato i 30 anni, ma non è ancora riuscita a farsi prendere sul serio. Partite disputate all’estero senza i tifosi delle due squadre, difficoltà a inserirla in calendario e nessun impatto sulla crescita di un movimento calcistico

Avevano ragione i tedeschi, che per anni si rifiutarono di renderla istituzionale e ufficiale. La supercoppa nazionale, scimmiottamento di quella europea (già trofeo di serie B tra quelli UEFA), è una sorta di refugium peccatorum in cui si annidano tutte le contraddizioni del sistema calcio e delle singole squadre.

Un trofeo in più, utile a salvare stagioni e cicli – quello di Benitez a Napoli come allenatore, quello di Lotito nella Lazio come presidente devono molto a questo trofeo di consolazione, che comunque fa legna lì nella bacheca se hai vinto poco nella tua storia – ma che è nato male e cresce peggio.

Erroneamente attribuita alle mire espansionistiche di Silvio Berlusconi, già portatore sano di Mundialito e in futuro di coppe familiari, nacque, l’idea di questa finale, in una cena in cui tifosi della Sampdoria, il giornalista Enzo D’Orsi e il presidente della stessa, il mitico Paolo Mantovani, festeggiando la Coppa Italia vinta nel 1988 si chiesero perché non imitare la Charity Shield inglese.

(Photo by Claudio Villa/Getty Images for Lega Serie A)

Il numero uno blucerchiato si convinse e persuase anche il presidente di Lega Nizzola e così arrivò il terzo alloro nazionale. Inizialmente ospitato dalla squadra vincitrice dello scudetto, vide già però agli albori – 1993, 2002, 2003 – trasferte improbabili al Kennedy Memorial Stadium di Washington (oltre 30 gradi, umidità sconvolgente, melina finale per rimanere in piedi), allo stadio 11 giugno di Tripoli, in Libia, al Giants Stadium del New Jersey.

Viaggi scomodi e poco attenti ai tifosi delle squadre coinvolte – proibitivo per loro raggiungere quelle finali, si privilegiavano i locali, spesso cooptati in un clima surreale -, a partire dagli orari di inizio. Dal 2009, le trasferte furono una regola: quattro volte in Cina (tre a Pechino, una a Shangai) e due in Qatar in sette anni e otto edizioni, un passaggio a Roma con una Lazio eroica che vince 3-2 contro un’imbattibile Juventus e poi Arabia Saudita, in barba ai diritti umani e alle scelte politiche di un paese che dalle donne ai giornalisti, opera una strage silenziosa da decenni, anche per mano governativa (per poi accontentare gli occidentali con un’operazione di facciata che impedisce solo quest’anno, nello stadio, la segregazione di genere in diversi settori, non bastò questo né il massacro di Kashoggi o la guerra contro lo Yemen per andare altrove).

(Photo by Claudio Villa/Getty Images for Lega Serie A)

Ma cinesi e sauditi hanno sempre pagato bene e puntualmente, così tutto è passato in secondo piano, e lo stesso vale per il Qatar e i suoi lavoratori senza diritti, soprattutto nel comparto Mondiali 2022, bellamente dimenticati nel momento in cui i petroldollari hanno inondato Lega e finaliste. Pecunia non olet, anzi, non petrolet.

L’accordo con l’Arabia Saudita, iniziato nel 2018 e che si concluderà nel 2022, è di quelli da leccarsi i baffi. A fronte dell’impegno di giocare tre delle cinque edizioni a Riyad, le due squadre si prendono 3,375 milioni di euro a testa. Inoltre, 750.000 euro saranno destinati alla Lega Serie A per un totale di 7,5 milioni di euro.

Le spese restano a carico degli organizzatori e l’accordo porterà un totale di 22,5 milioni puliti di euro in tre edizioni. Bella somma, ma per la dignità di un movimento calcistico, per la mancanza di rispetto nei confronti di tifosi, addetti ai lavori – tra partite anticipate e altre rinviate, campionati sempre più spezzettati, campi e impianti non all’altezza -, per lo svilimento di una coppa già minore è abbastanza? La risposta è facile ed è un no. Soprattutto se calchi il suolo di una terra che gronda sangue.

(Photo by Marco Rosi/Getty Images)

E se per lo meno quest’anno l’orario non sarà improbabile – si giocherà alle 17.45 italiane e non a colazione – la Coca Cola Super Cup (eh sì, la multinazionale ci ha messo il marchio: peccato che sia anche sponsor della Juventus, una delle due “finaliste”, con cui ha un accordo biennale da milioni di euro, ma non è la prima volta che i bianconeri si trovano in una situazione simile) sembra un po’ la maglia dei ciclisti o quelle monoposto di Formula 1 dove ogni centimetro della casacca o della scocca è buono per essere venduto.

Ecco così che la Juventus farà l’ennesima maglia speciale, “celebrativa” – in realtà figlia di una strategia marketing decisamente aggressiva – in questo caso con i nomi dei giocatori in arabo, e che la Lega, per monetizzare ancora di più stia pensando al modello Liga, con una competizione allargata a quattro squadre (la vincitrice della Coppa Italia e le prime tre del campionato).

Questo nonostante sia complicato trovare spazio già per questa sola partita, figuriamoci per tre: ci sono 30 milioni di euro di buoni motivi per farlo, però, ben dieci a partita. E pazienza se il concept di una manifestazione già debolissima va a farsi benedire.

(Photo by Claudio Villa/Getty Images for Lega Serie A)

La Supercoppa non è mai stata presa molto sul serio. In tempi recentissimi, la prima sortita a Pechino, uno Juventus-Napoli 4-2 ai tempi supplementari, è avvilente: dalle espulsioni discusse di Pandev (con Mazzoleni che sostiene di aver sentito un insulto a lui diretto… in macedone!) e Zuniga che falsano una bella partita, al Napoli che si rifiuta di partecipare alla premiazione, passando per De Laurentiis che una settimana prima prova a farla saltare – con tanto di caso diplomatico – e pochi giorni dopo contesta aspramente manifestazione e cinesi.

Fortuna che la rivincita sarà una delle tre partite più belle delle 31 giocate (con Inter-Roma 4-3 e Lazio-Inter 4-3), un 2-2 che si trasforma in trionfo azzurro ai rigori (a oltranza), in uno stadio appena “scartato”, nuovo di pacca (o mai usato, non si è capito) e con tifo posticcio e forse pure “sovvenzionato” dall’organizzazione di Doha. Nel 2015 in Cina succede di tutto: campo ridicolo, giardinieri e agronomi della Lega messi alla porta dagli organizzatori, regia (cinese) che non è degna neanche di una tv locale. Il mondo ride, la Rai piange. La Lega fa finta di niente.

(Photo by Marco Rosi/Getty Images)

Vincere la Supercoppa è talmente poco ambito che persino un cannibale come Allegri l’ha persa un paio di volte. E Conte una. Difficile, onestamente, prendere sul serio una partita che le partecipanti spesso vedono come una scocciatura, che tra agosto e dicembre ancora non ha trovato una collocazione temporale, che si vende al miglior offerente senza nemmeno osservare le minime regole di opportunità e di etica.

E allora, per dirla alla Nanni Moretti, ce la meritiamo la Coca Cola Supercup, giocata a Riyad, capitale di un paese antidemocratico, violentissimo (la tortura è all’ordine del giorno per chi ha la colpa di lottare per libertà e diritti), accusato di crimini internazionali spaventosi, il tutto per un pugno di euro. E per una presunta crescita del movimento, che così dovrebbe trovare maggiore appeal all’estero.

Bene, si è giocato un terzo delle 31 Supercoppe all’estero e i nostri diritti tv, fuori dai confini, sono quelli che hanno avuto l’aumento più limitato (e fino a due anni fa erano al centro di una decrescita infelice), i nostri stadi sono vuoti e la Serie A, dei grandi campionati europei, è il meno visto nel mondo, Ligue 1 esclusa. Se non fosse per il gol in terzo tempo a Genova di Cristiano Ronaldo, l’interesse verso questo Juventus-Lazio sarebbe minimo. Quello dei mille tifosi italiani che sono arrivati fino a Riyad.

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