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Da Icardi a Lukaku, com’è cambiato l’attacco dell’Inter

By 20 Ottobre 2019

Archiviata l’era del finalizzatore Icardi, ora l’Inter coinvolge le punte nel comporre le uscite fulminee e verticali e per combinare nell’ultimo quarto di campo. Le qualità e i limiti della coppia Lukaku-Lautaro,  l’unicità di Sanchez e l’opzione Politano: ecco tutte le carte in mano a Conte

Più radicale, improvvisa e rapida della transizione da Luciano Spalletti ad Antonio Conte, nell’estate dell’Inter, è stata solo la trasformazione del reparto offensivo. Mauro Icardi, re in un castello decadente, aveva sviluppato una relazione ambigua con il livello dell’Inter dell’ultimo lustro: se da un lato è stato oggettivamente enorme il beneficio che una squadra in possesso di pochissime soluzioni offensive ha ricavato appoggiandosi totalmente alle sue mortali doti di finalizzatore, dall’altro il suo profilo tecnico non sembrava prestarsi a un tipo di gioco più articolato, che la crescita a cui stava andando incontro l’Inter avrebbe necessariamente richiesto di lì a poco.

Nei primi mesi della sua ultima stagione sulla panchina nerazzurra, Spalletti provò a portare il gioco del centravanti argentino a un livello superiore, chiedendogli di utilizzare la sua ottima tecnica individuale in un lavoro di playmaking che, specie in alcune partite – vedi Inter-Psv – fu in grado di svolgere in modo sorprendente. Un primo calo nel rendimento individuale e, soprattutto, il caso che ne ha determinato la cessione al Psg interruppero presto questo esperimento, ma la trasformazione dell’attacco nerazzurro nel tassello centrale di un gioco di cui, fino a quel momento, era stato soltanto il culmine, si sarebbe concretizzata con Conte.

L’Inter di oggi coinvolge le punte nel comporre le sue uscite fulminee e verticali, nel combinare nell’ultimo quarto di campo quando l’avversario si compatta, o come valvola di sfogo su cui scaricare quando la costruzione tra difesa e centrocampo non si sviluppa al meglio: per rendere al massimo, l’Inter di Conte ha bisogno del massimo dalla sua coppia d’attacco.

(Photo by Tullio M. Puglia/Getty Images)

Romelu Lukaku, in questo senso, è l’immagine più fedele di questo cambio di tendenza. Il suo profilo tecnico è praticamente opposto a quello di Icardi: se l’argentino è sembrato finora più a proprio agio nella sua comfort zone di padrone dell’area di rigore, pur avendo dimostrato di avere i mezzi tecnici per evolversi, l’ex Manchester United ha confermato fin da subito la propria propensione al gioco di squadra, applicandosi anche senza particolari doti tecniche. Quando riceve palla in posizione avanzata, la sua prima opzione è sempre associarsi con un compagno e tessere l’azione, preferendo rischiare una sponda di prima intenzione o un passaggio non scontato piuttosto che rubare un tiro sporco.

I numeri confermano questa tendenza di inizio campionato: in Serie A ha calciato in media 1.9 volte ogni 90 minuti, mentre Lautaro Martínez quasi il doppio delle volte (3.6 ogni 90′). Un dato che, forse, crescerà leggermente quando il giocatore ritroverà la propria miglior forma, dopo un inizio di stagione fisicamente non al top. La sua arma più pericolosa, infatti, è lo scatto esplosivo abbinato alla forza fisica, che lo rende difficilissimo da contenere quando ha metri a disposizione in conduzione o in transizione.

In spazi più angusti, perde margine di manovra, ma non l’intelligenza nella scelte, un bagaglio in dribbling piuttosto basicma sufficiente a costruirsi un angolo di tiro e un fiuto del gol importante, anche da media distanza. Per ricevere il meglio da Lukaku bisogna sgravarlo da un tipo di lavoro estraneo alle sue caratteristiche, ovvero quello spalle alla porta, a conservare il pallone per far salire la squadra, e lasciarlo libero di lanciarsi il più possibile in progressione, con il bersaglio di fronte.

(Photo by Tullio M. Puglia/Getty Images)

Paradossalmente, nonostante si tratti di un numero nove piuttosto atipico, Lautaro Martínez si trova molto più a proprio agio nel ricevere il pallone di spalle: la sua natura profondamente istintiva, legata a una ricerca sistematica del duello, lo porta spesso a bruciare l’uomo alle spalle con un controllo che diventa un dribbling ancor prima di iniziare, o con una giocata di prima intenzione che manda a vuoto l’anticipo avversario e vale spesso il fallo.

L’istinto è la cifra del calcio di Lautaro, fin dai primi anni di carriera in Argentina: quando l’Inter risale il campo velocemente, a pochi tocchi, il Toro è nel suo habitat naturale, un calcio a ritmi alti in cui l’istintività è un valore aggiunto, anche quando si associa con aperture di prima intenzione o palle di tacco per il compagno che sale. La sua efficacia in rifinitura si abbassa drasticamente insieme ai ritmi di gioco: non è un attaccante di manovra in grado di fermarsi, modulare i tempi dell’azione e imbucare come un numero dieci – o come Edin Džeko – infatti, nel complesso, i numeri denotano una precisione ancora piuttosto carente, con il 54,3% dei passaggi riusciti.

In compenso, però, Lautaro è un elemento imprevedibile per le difese grazie alla sua specialità: l’1vs1, che tenta 2,4 volte a partita in campionato, mentre Lukaku soltanto una. L’intesa tra il belga e l’argentino è lo specchio delle loro caratteristiche: in transizione, con spazi e ritmi alti, creano enormi pericoli, mentre contro difese schierate faticano maggiormente.

Una fonte di rifinitura alternativa a Stefano Sensi, determinante in questo inizio di stagione sia nel facilitare le risalite che nel dare fantasia all’attacco posizionale, sarebbe potuto essere Alexis Sánchez, ma il suo lento inserimento nell’undici nerazzurro riprenderà nel gennaio 2020, a causa del brutto infortunio subito in Nazionale. I minuti giocati dal cileno nel sistema Inter sono pochi, esattamente 130 tra Champions League e Serie A, ma sufficienti a constatare quanto le sue caratteristiche siano congeniali alla situazione attuale dei nerazzurri.

(Photo by Alex Caparros/Getty Images)

Alexis ha giocato sempre al fianco di Lautaro Martínez, con cui ha sviluppato un’intesa molto viva. Al Camp Nou, durante lo straripante primo tempo contro il Barcellona, si sono viste le migliori uscite della squadra di Conte, sia per sicurezza e precisione palla al piede dei difensori che per partecipazione delle punte: Sánchez e Lautaro, a turno, si abbassavano a ricevere, giocavano di prima, conquistavano il fallo o completavano la giocata con un movimento coordinato nello spazio. Il cileno ha un bagaglio tecnico immenso e, soprattutto, completo: non patisce a giocare spalle alla porta, ha la proprietà tecnica per associarsi a ritmi alti, ribaltare il campo con precisione, vedere e tenere vivo il gioco. La pausa e il dribbling, infinitamente meno frenetico rispetto a quello di Lautaro, diventano un’arma per conservare il pallone e far salire i compagni, se isolato.

Quando l’Inter attacca a difesa schierata, il cileno scende tra le linee a dare appoggio e consistenza alla manovra, ma ha saputo ugualmente farsi trovare al posto giusto e al momento giusto in occasione del gol contro la Sampdoria. Il primo Sánchez nerazzurro, nel complesso, pur non essendo ancora al top per brillantezza e strappo, ha dimostrato di essere un giocatore tecnicamente differente e dotato di soluzioni offensive illimitate: fino al suo rientro, l’Inter dovrà rinunciare sia a una fonte di gioco che a un potenziale risolutore.

Le rotazioni, fino a gennaio, saranno in mano a Matteo Politano, che dovrà trovare il proprio equilibrio tra le difficoltà di dover fluttuare tra le linee, completamente disarmato nel gioco spalle alla porta, e la sua capacità di accendere la partita a colpi di fiammate individuali. Lui e Sebastiano Esposito, uno che, per estro, senso del gioco e personalità sembra perfetto per sfruttare questo momento, saranno le altre due punte a disposizione di Conte. Ora come non mai, nella difficoltà, il cammino dell’Inter di Conte passa per l’attacco.

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