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Alexis Sanchez, el hombre maravilla

By 29 Agosto 2019

La sua avventura allo United ha avuto più bassi che alti, eppure il cileno non è un giocatore da ricostruire, ma solo da rivitalizzare. L’idea di Conte è affidargli un ruolo alla Tevez, arrivato alla Juve in un momento complicato e diventato un pilastro della squadra

Qualche giorno prima di vederlo partire per Manchester, Barney Ronay scrisse sul Guardian «L’idea di Sanchez stella infelice è ingiusta. Per tanti motivi il suo comportamento come giocatore dell’Arsenal è del tutto ragionevole. Forse è frustrato perché l’Arsenal è frustrante. Forse è disilluso giocando all’Emirates perché giocare all’Emirates è frustrante». Erano i giorni delle ultime partite con la maglia dei Gunners, per i quali è stato comunque uno dei migliori giocatori della storia recente, pur non riuscendo a portare la squadra a nessuna vittoria significativa, al di là di due FA Cup.

Tra qualche settimana Alexis potrà sentire il boato di San Siro, ed è ragionevole pensare che ritroverà anche il suo entusiasmo sudamericano sopito sulle rive dell’Irwell. Alexis Sanchez, che è un classe ’88, è giocatore che ha prima di tutto una grande opportunità: bilanciare il suo peso, e la sua importanza, con quello della squadra di cui veste la maglia. Impossibile che potesse succedere nella sua prima esperienza italiana – ben presto ci siamo accorti che era troppo forte per l’Udinese – ancor più difficile, per opposti motivi, durante gli anni di Barcellona dove Sanchez non è mai stato considerato all’altezza dei suoi compagni di attacco. In Catalogna ha segnato 47 gol in 141 partite. Alcuni bellissimi come il pallonetto a Diego Lopez nel Clásico o quello che stava per regalare il titolo agli azulgrana contro l’Atletico Madrid, poi vanificato da Godin, che Sanchez ritroverà in nerazzurro. L’ultimo, perché a Barcellona avevano già deciso di sostituire il Niño con Neymar.

Sanchez è stato costretto a ripartire da Londra dove sono arrivati grandi soddisfazioni personali e la frustrazione collettiva, per poi fare rotta verso Manchester che è di fatto la sua unica vera incompiuta. Ha finito per pagare la poca fiducia della società in Mourinho e il ribaltone di Solskjaer. Un anno e mezzo di discontinuità, infortuni e un pizzico di saudade per un giocatore cha ha comunque bisogno di sentirsi importante. E d’altronde far andare d’accordo un cileno con un norvegese non deve essere impresa semplicissima. Troppo poco per parlare di giocatore da ricostruire – sono ben altri – semmai da rivitalizzare. E pochi sono bravi come Antonio Conte in questa missione.

Alexis Sanchez

(Photo by Alex Livesey/Getty Images)

L’idea, tanto per cambiare, è molto chiara: affiancare a Lukaku una seconda punta di movimento, rapida negli inserimenti, un Lautaro Martinez più concreto e che sappia creare triangoli sulla trequarti capaci di far saltare in pochi tocchi il pressing degli avversari. Una soluzione diversa da quella che Conte aveva in mente con Dzeko, ma forse ancora più immediata, quindi lontanissima dall’essere un ripiego. Alexis Sanchez può essere utilizzato all’occorrenza come esterno, magari nelle partite più difficili da sbloccare o dove servirà rimontare, difficilmente come falso nueve, un ruolo che Conte difficilmente prende in considerazione. Il suo centravanti ideale è alto, presente, difficile da spostare.

Per Sanchez ci sarà un ruolo alla Tevez, e il paragone non è poi così azzardato. Quando la Juve scelse l’argentino, Carlitos non era nel momento più felice della sua carriera. Veniva da un paio di stagioni in chiaroscuro, in molti gli davano, così come sta capitando a Sanchez, più anni di quelli che effettivamente aveva. Il lavoro che Conte è riuscito a fare con Tevez è stato sul fisico prima ancora che sulla testa, e così potrebbe essere anche per l’ex bambino prodigio. Che non è chiamato a svolgere il ruolo di salvatore della patria, ma quello di ciliegina sulla torta, un copione a lui molto più congeniale. Libero dalle pressioni di dover risolvere le partite da solo, di dover giustificare un ingaggio troppo alto o di duettare con Messi ecco che lo scenario di Alexis, che sceglierà il numero 17, cambia. Sarà una pedina molto importante del progetto, si muoverà accanto alla prima punta, garantirà opzioni differenti sul fronte d’attacco e soprattutto sarà molto utile sui calci piazzati: da troppo tempo all’Inter manca un cultore della materia.

Tevez giocò tre stagioni a livelli altissimi, prima di esaudire il desiderio di tornare in patria e successivamente accettare le offerte miliardarie dei cinesi. L’Inter e Conte potrebbero chiedere al cileno qualcosa di molto simile: l’ultimo grande strappo della carriera il passaggio da bambino a uomo delle meraviglie. La vittoria di squadra, quella che manca da tempo sia all’Inter che a Sanchez. Il campionato italiano, tranne per chi pensa ancora che questo sia il torneo più difficile del mondo, si presta molto bene a certi rilanci. Non per niente Conte, che in Premier ha allenato, ha chiesto e ottenuto due attaccanti del campionato inglese (e pare stia insistendo anche per il terzo, l’usato garantito Llorente).

Alexis Sanchez

(Photo by Clive Brunskill/Getty Images)

Nonostante i cliché vogliano che frasi come “le difese italiane sono le più difficili da affrontare” siano ancora molto abusate dagli addetti ai lavori, il livello medio delle squadre che partecipano ai due campionati dice esattamente l’opposto. Senza considerare i top club (la Juventus può giocarsela con tutte le squadre della Premier, perché è a tutti gli effetti un club europeo), basti considerare la facilità con la quale il Wolverhampton ha battuto il Torino a domicilio. I difensori del nostro campionato non sono più evoluti degli altri, né tantomeno abbiamo dei sistemi difensivi paragonabili al vecchio catenaccio. Le squadre che lottano per non retrocedere non si chiudono più come facevano una volta e il regolamento e le nuove sanzioni permettono relativamente di usare le cattive al posto delle buone.

Di conseguenza, contrariamente a ciò che si pensa, la maggior parte degli attaccanti provenienti dalla Premier trovano spazi più ampi di quello che pensano in un campionato che si gioca ad una velocità e un’intensità inferiore. Rispetto ad altri giocatori di levatura internazionale, citare Messi sarebbe fin troppo semplice, Sanchez è stato inoltre un punto di riferimento importantissimo per la sua Nazionale. A Tocopilla, sua città natale, c’è addirittura una sua statua per quella che è stato davvero un’icona di una Paese, di una nazionale indimenticabile, che probabilmente non ci sarà mai più. Realizzata l’impresa impossibile (due Coppe America, entrambe vinte in finale con l’Argentina, e il famoso Mondiale “ad un centimetro dalla gloria”) con il Cile, ora l’ex Niño può concentrarsi sul raggiungere un traguardo prestigioso con un club.

Gli ingredienti ci sono tutti: la motivazione da entrambe le parti, squadra e giocatore, il popolo appassionato (San Siro), la chiarezza delle idee dell’allenatore. Uno che ha avallato la scelta di congelare per un po’ di tempo l’inno Pazza Inter e che presto potrebbe dire a Sanchez che è ora di diventare el hombre maravilla, perché le dimensioni del niño, ormai, gli stanno strette. La meraviglia no, quella sarà fondamentale ritrovarla.

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