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Essere il Leeds United, nonostante tutto

By 13 Febbraio 2020
Leeds United

«We are not famous anymore». Vent’anni sull’ottovolante del Leeds United, dalla semifinale di Champions alla Championship, dal crac di Ridsdale agli esoneri di Cellino fino ad arrivare a Marcelo Bielsa

«You are not famous anymore»: gli altri li prendevano in giro così. Ma quando tutto quello che può andare male va in effetti male, quando Murphy non è un centrocampista ma il postulatore della legge della sfiga, l’unica salvezza si trova nell’autoironia. In bacheca ci saranno anche tre titoli di campione di Inghilterra e una FA Cup, in passato ci sarà pure stata una finale in Coppa dei Campioni, ma quando la realtà sono un posto in terza divisione, un fallimento e una penalizzazione monstre, allora tutto quello che resta è zittire gli altri cambiando di segno allo sfottò.

«We are not famous anymore», sì, e la presa in giro che fu diventa un marchio di fabbrica da portare in giro con orgoglio, a Scunthorpe in campionato come a Manchester in coppa, a Colchester come a Wigan, quando quelli famosi sono gli altri. E se capita di invadere l’Etihad con seimila tifosi solo per veder perdere 4-0, non esaltatevi, cari Citizen: «We lose every week, you are nothing special», e insomma cosa vi esaltate a fare, tanto perdiamo sempre, ma ci siamo ugualmente.

Storia di vent’anni da Leeds United, un ottovolante di discese ardite (la maggior parte) e rare risalite, per una club che pure è stato membro fondatore della Premier League nel 1992, e che fondatore, in quanto ultimo campione della First Division, due anni dopo essere tornato in massima serie. L’allenatore era Wilkinson e c’erano, alla rinfusa, McAllister e Batty, Speed e Strachan, bomber Chapman e un Dorigo che pareva addirittura un campione, perfino il primo Cantona british.

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Reiss Nelson segna il primo gol nel match di FA Cup tra l’Arsenal e il Leeds United all’Emirates Stadium, il 6 gennaio 2020 (Photo by Julian Finney/Getty Images)

Un altro mondo, sino ad oggi, con un Leeds quasi costantemente nelle prime due posizioni in Championship e l’obiettivo reale di tornare laddove non si trova dal 2004, a patto di non bruciare tutto ancora una volta.

Un altro mondo, del resto, è anche l’ultimo indirizzo conosciuto ai più quando si parla di Leeds: Elland Road, 19 settembre 2000, Champions League. C’è il Milan, c’è soprattutto un Nelson Dida alla seconda gara in rossonero. Piove come sa piovere in Inghilterra, Lee Bowyer calcia da fuori, il brasiliano para, e invece no, la palla va dentro, una rete grottesca che potrebbe segnarne il futuro e invece, per paradosso, finisce per segnare il futuro dei Whites. I quali invero, in quella stagione, si spingono sino alle semifinali dove verranno eliminati dal Valencia, ma il guaio lo fanno in Premier.

Già, perché il proprietario, il leodensian Peter Ridsdale, ha capito bene dove arriva il denaro e, nella sua mente, si vede costantemente qualificato alla Champions. Fa debiti, consente al manager O’Leary di spendere e acquistare chi vuole, perché il suo Leeds deve stare lì. Ridsdale punta tutto e tutto perde, perché il quinto posto del 2002 è l’inizio della fine. La hybris di Ridsdale è il presupposto per l’avverarsi della legge di Murphy, e quando i segni meno in cassa diventano noti durante l’amministrazione controllata il destino è segnato.

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26 Nov 2000, il presidente del Leeds Peter Ridsdale presenta Rio Ferdinand a Elland Road (Ross Kinnaird/ALLSPORT)

La retrocessione in Championship nel 2004 è seguita da quella in League One nel 2007, con la presidenza Bates, da ultimo in classifica e con Elland Road venduto a una società con base alle Isole Vergini. «We are not famous anymore», eccoci, perché passare da Rio Ferdinand a Matt Heath, da Olivier Dacourt a Sébastien Carole, dalla coppia d’attacco Viduka-Fowler a Healy-Blake senza quasi passare dal via, è roba per cuori forti, per le dure scorze dei tifosi del West Yorkshire, i quali comunque Elland Road l’hanno pressoché sempre riempito.

Ma cos’è successo al Leeds, nel periodo non collegato? Un po’ di tutto, e di quel tutto qualcosa è uscito anche dall’Inghilterra per arrivare sin qui. L’aspetto letterario, prima di tutto, e così i titoli e le pagelle positive che la squadra non riusciva ad ottenere li ha ricevuti, sotto forma di recensioni, lo scrittore David Peace, il quale nel 2006 è uscito con The damned United – pubblicato in italiano tre anni più tardi con il titolo de Il maledetto United – romanzando mirabilmente una storia ormai datata, ma di suo appunto romanzabile, vale a dire l’esperienza di 44 giorni sulla panchina del Leeds di Brian Clough.

Dalla pagina alla pellicola, ed eccone la trasposizione cinematografica, con un Michael Sheen – il Tony Blair di The Queen di Stephen Friars – tanto immerso nei panni di Old big ‘ead almeno quanto, soprattutto fisicamente, Timothy Spall era lontano da quelli di Peter Taylor. Un successo, il libro (il film tutto sommato pure, ma solo in Inghilterra), e la successiva notizia dai non più famosi giunse nel 2010, quando con un gol di Beckford il Leeds eliminò a Old Trafford lo United dalla FA Cup.

Poi più nulla sino a Massimo Cellino che, nel 2014 – dopo non essere inizialmente stato ritenuto dalla Football League fit and proper person per condurre un club, decisione poi annullata – rilevò il club e cominciò da par suo, con un esonero. La eco di un’avventura poco esaltante riportò il Leeds in pagina. Ciò che rimane è storia molto recente: l’era Radrizzani, il riacquisto di Elland Road, la panchina affidata a Marcelo Bielsa – personaggio di assoluto livello calcistico e intellettuale, ma che gode anche di ottima stampa – e il celeberrimo caso di fair play contro l’Aston Villa ai play off, raccontato dagli aedi attraverso affettuosissimi canti di santificazione.

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(Photo by George Wood/Getty Images)

Oggi? La Championship 2019-2020 vede il Leeds ripercorrere più o meno la strada della scorsa stagione, mantenendosi con costanza nelle prime due posizioni che valgono la promozione diretta. Tuttavia un anno fa, fra fine dicembre e gennaio, quattro k.o. in sei gare (contro Hull, Forest, Stoke e Norwich) minarono le certezze, sino al braccino finale – un punto nelle ultime quattro contro i dieci dello Sheffield United: fu sorpasso – e, relegati ai play off, gettarono alle ortiche la più facile delle occasioni per tornare famosi per davvero.

L’inerzia di queste ultime settimane (quattro punti in cinque partite) lascia un senso di deja vu, col WBA che si allontana e il Fulham che ha appena agganciato al secondo posto la squadra di Bielsa. Ecco: forse non è nemmeno questa la volta buona.

Lorenzo Longhi

About Lorenzo Longhi

Lorenzo Longhi, giornalista e autore, scrive di sport sotto molteplici punti di vista. Saggista per Treccani, ha collaborato con Sky Sport, Il manifesto, Alias, l’Unità e Avvenire.

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