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Il senso dell’intuizione per Martín Palermo

By 24 Marzo 2020

Martín Palermo è stato uno dei giocatori più rappresentativi del Boca Juniors. A oggi è ancora il miglior marcatore della storia del club. El Loco si racconta in esclusiva a QuattroTreTre ripercorrendo la sua carriera.

 

Un ex calciatore iperattivo e ottimista come Martín Palermo è probabilmente una delle voci più liete da ascoltare durante un periodo di confinamento. Isolato a casa con sua moglie e le sue figlie dopo l’ordine del governo argentino di una quarantena in scala nazionale, l’idolo del Boca Juniors torna sulla sua carriera in un momento di impasse per lui e per il mondo

Come vive un periodo come questo un uomo iperattivo come te?
È dura, lo ammetto. Usciamo per comprare beni essenziali, come tutti del resto. E anche se oggi non sto allenando sento la necessità di sentirmi attivo e di poter realizzare alcuni tipi di attività o di allenamento. Ma adesso dobbiamo restare in casa. Tutti.

Del resto hai iniziato a lottare presto nella tua vita…
Fin da piccolo, ma ho avuto la fortuna di avere dei genitori in gambissima.

Sei figlio di un sindacalista che ti ha inculcato da subito certi valori
È così. I miei genitori mi hanno insegnato come le cose vadano guadagnate partendo dal basso con sforzi, sacrifici, dedizione e perseveranza. Si tratta di valori assoluti che ho conosciuto da che ho memoria e mi hanno aiutato ad arrivare dove sono arrivato grazie ai miei propri meriti. Mio padre mi ha fatto comprendere fin dal primo momento quale fosse il ruolo della lotta sociale nella vita. E io l’ho applicato al calcio.

Anni fa in un incontro con Hernán Crespo il tuo compatriota ammise che più del talento nella sua carriera lo ha aiutato il lavoro
Il lavoro è importantissimo nel calcio. Soprattutto per coloro che come me hanno giocato ad altissimi livelli. Il talento è innato, ma devi svilupparlo e perfezionarlo, migliorando tutto il tuo potenziale. Il talento, insomma, non basta. Se vuoi arrivare davvero in alto devi avere forza di volontà e dedizione.

(Photo by The Asahi Shimbun via Getty Images)

Che aspetti hai dovuto migliorare più di altri quando sei diventato professionista?
Tecnicamente tantissimi! Soprattutto ho dovuto imparare a usare meglio il mio piede peggiore, il destro. Poi ho dovuto migliorare i miei movimenti in campo e la tecnica di tiro. Se forse c’è un’arte nella quale ho avuto fin da subito un potenziale assoluto è stata quella del colpo di testa, la mia specialità.

Tuttavia si è sempre avuta l’impressione che tu fossi un giocatore molto istintivo…
Beh, il gol ce l’hai nel sangue o niente. È vero che comunque va effettuato un lavoro importante sulla finalizzazione e sul posizionamento, ma l’intuizione per un attaccante è tutto.

Un gol su tutti nel quale hai fatto sfoggio di questa tua virtù?
Sicuramente quello segnato al Perù nelle eliminatorie per i mondiali 2010. In quel gol feci fede al mio senso del gol perché la palla attraversò trenta gambe in totale prima di arrivare a me. Nel mio cuore speravo che passasse tra tutte quelle persone e alla fine mi arrivò sul piede. Fu un secondo di intuizione pura e dovetti ‘solo’ mettere il piede. Quello è un gol che non ti insegnano a scuola calcio, e se poi ci aggiungi la mistica della pioggia e l’importanza per staccare il pass ai mondiali…

Per di più un gol segnato al Monumental, la casa del River Plate, eterno rivale del tuo Boca…
In quel momento non importava che io giocassi per il Boca. In quel momento vestivo la maglia dell’Argentina ed eravamo tutti uniti. E lo stadio intero lo festeggiò sotto una pioggia battente. Fu epica pura.

Possiamo dire che, oltre al gol di Maradona all’Inghilterra e a quello di Caniggia al Brasile quello è stato uno dei gol più trascendentali della nazionale argentina?
Sicuramente è stato uno dei più gridati dai tifosi. Insieme ai gol che hai citato e a quello di Kempes nella finale del ‘78 contro l’Olanda è nella top 5 dei più importanti ed emotivi.

Anche il festeggiamento è rimasto nella storia, con Maradona a tuffarsi sull’erba…
Con Diego ci siamo abbracciati tanto dopo la partita. Lui ebbe fiducia in me in un momento delicato come quello (Palermo entrò all’inizio della ripresa per Enzo Perez ndr), perché, come diceva lui, io avevo una calamita sul piede sinistro. E con quel gol, a 35 anni, mi ero guadagnato di diritto il posto ai mondiali 2010…

È vero che da piccolo avevi iniziato a giocare come portiere?
Sì, ma solo perché mio fratello maggiore mi portava con lui ed era più facile farmi giocare. Appena ho iniziato a giocare per conto mio ho messo subito in chiaro che a me i gol piaceva farli, non evitarli.

La tua storia nel Boca è iniziata allo stesso tempi dei gemelli Barros Schelotto, che venivano come te da La Plata ma che non tifavano Estudiantes come te bensì Gimnasia.
All’inizio non fu facile, perché la rivalità tra le due squadre di La Plata è fortissima: con entrambi ci eravamo già sfidati ai tempi del liceo e sapevamo di essere di squadre rivali. Poco a poco, però, sia io sia Gustavo e Guillermo ci rendemmo conto che la priorità era il Boca.

Che ruolo ebbe Maradona in quel caso?
Fu lui a chiedere all’allora presidente Mauricio Macri di ingaggiare tutti e tre. Poi fu il Bambino Veira, tecnico dell’epoca, a mettere insieme in stanza me e Guillermo. Ricordo che in stanza lui guardava sempre la televisione, anche quando io volevo fare il riposino, e al principio non ci parlavamo mai. Poi un giorno che dovevamo rientrare a La Plata tornammo insieme a casa e da quel momento cominciammo a cementare un rapporto che oggi è di grande amicizia e che è partito dai trionfi sul campo ed è arrivato fino alle nostre famiglie.

Che significa essere un idolo di uno stadio come la Bombonera?
Sento una gratificazione assoluta. Poi, ti dirò, non so quanto sia davvero un idolo per i tifosi, questo possono essere solo loro a dirtelo. Io posso dirti che per il Boca nutro un sentimento speciale ed è soprattutto grazie ai tifosi. Sono stato un privilegiato a vivere il ciclo più vincente della storia del club e ad essere il massimo goleador di sempre di questa squadra. Mi piace pensare che il mio destino fosse legato a questo grande club, nient’altro.

Che momento hai più nel cuore con la maglia Xeneize?
Personalmente la doppietta nella finale di Coppa Intercontinentale del 2000 contro il Real Madrid è forse il momento che mi ha segnato di più quando penso ai miei gol, anche se ne ho fatti tanti.

Quel 2-1 del novembre 2000 contro i Galácticos è stata la partita perfetta?
Fu perfetta per come l’avevamo immaginata. Eravamo convinti di poter vincere nonostante tutto. Sapevamo chi avevamo di fronte ma avevamo fiducia nei nostri mezzi. E in questo Carlos Bianchi fu fondamentale, lui ci fece capire che potevamo farcela a chiudere un ciclo strepitoso vincendo tutti i titoli possibili.

Martín Palermo

(Photo by The Asahi Shimbun via Getty Images)

Oggi difficilmente il Boca potrebbe competere alla pari con il Real Madrid.
Credo di no, ma il mio Boca era uno squadrone. Non importava quale rivale ci fosse di fronte. Eravamo tutti giocatori complementari l’uno con l’altro, e ripeto, il ruolo di Bianchi fu fondamentale…

Con Riquelme hai formato una delle coppie più letali di sempre, anche se nella vita di tutti i giorni non vi frequentavate più di tanto…
Ci intendevamo alla grandissima in campo. Lì ci conoscevamo a menadito. E anche in quell’ambito agivo in modo istintivo. Ad esempio, in occasione del secondo gol al Real Madrid nella finale del 2000, appena lo vidi prendere palla nella nostra metà campo iniziai a correre verso la porta di Casillas. E tutti sappiamo come andò a finire.

Oltre a quella doppietta e il gol al Perú, che altra rete non dimenticherai mai?
Quella al Velez di testa da quaranta metri.

Quali sono stati i difensori che ti hanno fatto soffrire più di tutti?
Nei miei inizi all’ Estudiantes senza dubbio Ruggeri, che ancora menava duro nella sua tappa al San Lorenzo. Poi Ayala, Sotomayor e Pellegrino, anche se quello che più mi diede filo da torcere fu Nesta nella finale di Intercontinentale giocata in Giappone…

(Photo by Junko Kimura/Getty Images)

Hai potuto giocare ed allenarti sia con Maradona sia con Messi. Anche in questo sei un privilegiato…
Non intendo entrare in nessun paragone. Con entrambi ho goduto spettacoli incredibili in allenamento e in campo. Sono le bandiere del calcio nostrano e ringrazio che siano entrambi argentini.

La tua parentesi europea al Villarreal fu solo sfortunata?
In parte sì. Mi toccò vivere un’epoca embrionale del Villarreal che poi avrebbe fatto molto bene in Europa. Poi arrivò la mia rottura di tibia e perone, che condizionò il mio periodo in Spagna. Decisi di tornare al Boca perché sapevo che era casa mia. Era destino che trionfassi nuovamente con il Boca, come poi accadde nella Libertadores 2007.

Ora che sei allenatore, che differenze riscontri rispetto a quando giocavi?
Adesso soffro molto di più, perché non posso scendere in campo…

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