Feed

Jurgen Klopp contro Jurgen Klopp

By 1 Maggio 2019 Maggio 2nd, 2019
Jurgen Klopp

Il tecnico del Liverpool è quello che ha più da perdere in queste semifinali. Innovatore, teatrale, iconico, il tedesco rischia di vedersi appiccicare addosso l’etichetta di perdente di lusso

Se ami il calcio, sei un romantico. E se sei un romantico, di quelli veri, non puoi che tifare il Liverpool di Jürgen Klopp. Non il Barcellona di Messi e Suarez, che pure è tecnica e palla a terra, non il tenace Tottenham del coriaceo Pochettino, tutto agonismo e concentrazione, neanche quell’Ajax che sognare il mondo fa con quei giovani robot intrisi di tecnica e tattica, troppo belli per essere veri.

Se ami il calcio, ami uno sport irrazionale, anaerobico nell’anima, ami l’errore e l’invenzione, la profonda ingiustizia che nasconde in ogni sua manifestazione. Ami il Liverpool, una squadra che la sua ultima Champions l’ha vinta con Benitez contro Ancelotti, con quel 3-3 in recupero che Dudek ancora ricorda e racconta con un intervento divino su Shevchenko – letteralmente, sostiene che la Vergine Maria ci abbia messo lo zampino – giocando male, e che poi ha insegnato calcio e ha pianto immeritatamente nel 2014 perdendo uno scudetto già vinto, a favore del City, per lo scivolone, metaforico e reale, del suo capitano e condottiero Steven Gerrard contro il Chelsea.

Una formazione che vince una Coppa dei Campioni ai rigori contro la Roma, all’Olimpico, e poi vive il dolore, l’onta, la squalifica dopo l’Heysel. Liverpool è la crisi della città negli anni ’50 e i Beatles negli anni ’60, le fabbriche chiuse e i giovani che la invadono.

Liverpool, però, ora è Jürgen Klopp. Ed è per questo, non per i motivi precedenti, che dobbiamo tifare i Reds. Perché l’unico vero allenatore moderno in Europa è proprio questo tedesco belloccio e sfrontato, preparatissimo e ottimo gestore della propria immagine, manager e tattico, perdente di successo e vincente con troppe finali perse alle spalle.

Ciò che ci piace del calcio non è il tiqui taca di Guardiola, il Sarrismo pieno di gioia e rivoluzione o la sua versione pro (l’Ajax), ma neanche l’Allegrismo speculativo, il Mourinho raffinato catenacciaro. Entusiasmanti quando tutto funziona, ma destinati a bruciare in fretta o a non accendersi mai. Il calcio è Klopp (o Ancelotti, soprattutto ai tempi del Milan e del Real), è un modulo e un allenatore devoti alle doti individuali senza però dimenticare la strategia, il gioco di squadra, la ragnatela di verticalizzazioni e sovrapposizioni.

Non ci serve l’ennesimo triplete del Barcellona, il sogno Ajax che poi si smembrerebbe in tanti corposi assegni, la vittoria di garra degli Spurs. Ci serve la consacrazione del calcio dei fab four, Firmino, Mané, Salah e Van Dijk. Giocatori che lui ha voluto – gli ultimi tre a dispetto dei prezzi alti, prima criticati e poi benedetti: ne ha preso uno l’anno, e il brasiliano, altro acquisto oneroso, che arrivò pochi mesi prima e lui seppe far esplodere -, ci serve che vinca un conoscitore di calcio come pochi altri senza ambizioni da profeta.

Jurgen Klopp

Ci serve quel sorriso che di fronte all’ennesima beffa, che potrebbe portare i suoi Reds al ventinovesimo campionato senza diventare campioni d’Inghilterra (a due giornate dalla fine ha un punto meno del City di Guardiola ed entrambi hanno superato i 90 punti), dice «è il calcio, è un campionato divertente, questo conta».

Nel calcio isterico di oggi, nel calcio drogato da interessi economici eccessivi, dalle televisioni cannibali (che però in Inghilterra sono anche il motore di un movimento incredibilmente in salute) e da cinesi e soprattutto arabi che stanno provando a far saltare il banco, lui è ancora l’uomo del gioco, della sportività, della curiosità. Di chi non ha paura di riconoscere il valore altrui – che siano i suoi giocatori, i collaboratori o gli avversari – prima dei propri meriti.

È uno a cui riesce tutto bene – persino un brutto spot per automobili – ma che ancora non è tra i grandissimi perché ha perso troppo, pur essendo un vincente. Sì, perché se arrivi in alto nonostante tu non abbia mai la squadra più forte è possibile che tu non vinca quasi mai: sei arrivato dove non avresti dovuto e vicino al sole le tue ali potrebbero squagliarsi sul più bello.

Con autoironia lui stesso si è definito Normal One, in contrapposizione a Mourinho, ma la verità è che c’è poco di normale nel vincere due campionati tedeschi con il Borussia Dortmund contro la corazzata Bayern, umiliata anche in tre finali (due supercoppe tedesche e una DFB Pokal). Ma tutti ricordano solo quella di Champions del 2013, in cui i bavaresi prevalsero con poco merito. A Liverpool ne ha persa una di Europa League, col Siviglia, e quella contro il Real delle atroci papere di Karius. Tre finali europee (solo una alla portata) che pesano su una carriera incredibile, fatta di miracoli – questo Liverpool così in alto e con un valore di cartellino della rosa aumentato del 38% lo è – e di squadre normali e campioni inespressi divenuti fuoriclasse conclamati.

Jurgen Klopp

Klopp è coltivatore di campioni, motivatore, tattico attento e uno tra i pochi, in campo e fuori, capace di accrescere la tecnica di un suo tesserato: è allenatore antico e modernissimo, è straordinario e incompiuto, come quei Reds che spesso annichiliscono le partite per 70 minuti per poi distrarsi o sgonfiarsi negli ultimi 20, è equilibrio e compattezza ma anche accelerazioni improvvise e cali più o meno programmati.

È il 4-3-3 heavy metal – definizione sua, che diede “criticando” Wenger per il suo possesso “orchestrale” che faceva poco rumore – che diventa anche 4-1-2-1-2 o 4-2-2-2, è il pressing di posizione quando si perde palla, l’ossessione della riconquista ma non sul possesso dell’avversario a meno che non sia in difficoltà.

Una sorta di tattica pugilistica, alla Muhammad Alì. Le sue squadre, come Cassius Clay, sanno essere “farfalla e ape” e in questo senso Salah ne é la sintesi suprema: maturato con Jürgen, è diventato giocatore completo, implacabile, organizzatore e finalizzatore di trame, capace di nascondersi per poi diventare cecchino o assistman con eleganza ed efficacia.

Con lui i giocatori migliorano tutti: li responsabilizza (Van Dijk, regista difensivo e marcatore), li obbliga a essere eclettici con continui cambi di posizione – i suoi attaccanti a volte si trovano sulla linea di tiro di un compagno, tanto si scambiano, sovrappongono, tagliano -, cerca continuamente al centro del campo l’uomo giusto per la partita giusta, alternando in possesso e in rottura Wijnaldum, Milner e non di rado Fabinho, usando come catapulta Oxlade-Chamberlain e Henderson come diga.

Non ha paura di far spendere 85 milioni per un difensore, ma neanche di scoprire e puntare su Robertson e Alexander-Arnold, uno preso dall’Hull City e l’altro dal vivaio dei Reds, lanciarli in Champions e farli diventare frecce incontenibili, assist man, due gemelli delle fasce che ormai salgono insieme in campo ma anche nella mixed zone, tanto è la loro sincronia.

E d’altronde Lewandowski, Reus, Gotze, Gundogan, Hummels (con Subotic a 19 anni formò la più giovane coppia di centrali difensivi della Bundesliga), Kagawa devono a lui ricchi contratti e carriere sontuose. Klopp è allenatore di progetti, eppure arriva quando si è a un passo dal baratro: il Mainz lo scelse che era ancora giocatore per salvarsi dalla B. Doveva essere una soluzione temporanea, rimase sette anni. Il Borussia lo prese che è nella parte destra della classifica, il Liverpool dopo l’esonero di Brendan Rodgers. Nessuno scommette su di lui quando arriva, tutti lo rimpiangono quando se ne va.

Jurgen Klopp

Elmar Neveling, suo biografo, ne ha celebrato il carisma – «parla con convinzione, a braccio, senza bisogno di prepararsi: è un grande intrattenitore, ha una risata contagiosa e il rispetto con cui tratta tutti tiene l’intera rosa in tensione: non lascia nessuno indietro ma pretende che tutti diano tutto» – e quella che molti chiamano “aura”, ma anche il senso profondo della lealtà e l’umiltà.

«Ha due collaboratori da cui non si separa e che cita e celebra appena può: il bosniaco Željko Buvač, soprannominato “la mente” (che, però, lo scorso gennaio ha trovato un accordo ufficiale con la società per lasciare il Liverpool) e il video analyst Peter Krawietz: figli tutti e tre di quel Mainz dei miracoli e di Wolfgang Frank, che nella terra di Beckenbauer mise in atto la rivoluzione copernicana della difesa a quattro e dell’eliminazione del libero.

Tanti si sono seduti in panchina grazie a quel maestro, scomparso nel 2013”. Siamo sicuri che quell’allenatore rivoluzionario sarebbe tra le dediche speciali di Jürgen se dovesse alzare quella maledetta coppa dalle grandi orecchie. Sembra impossibile che ce la faccia: Barcellona in Europa e Guardiola in Inghilterra sembrano pronti a beffarlo relegandolo a un nuovo fallimento di successo. Poco male, come dice Herr Klopp “ho imparato tanto dai miei fallimenti, solo perdendo puoi migliorare”. Così è nato quel calcio supersonico, veloce, massacrante. In cui o rimani, combatti e diventi grande oppure scappi. Perché lui non fa sconti a nessuno. Nemmeno a se stesso.

 

Foto: Getty Images.

Leave a Reply