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La crescita silenziosa di Alessandro Bastoni

By 10 Gennaio 2020
Alessandro Bastoni

Elegante, disciplinato, concreto e poco appariscente. Così Bastoni ha conquistato Antonio Conte e si sta prendendo l’Inter. A modo suo, con calma

 

Contro il Napoli, Alessandro Bastoni ha giocato una partita precisa, pulita, matura. Più o meno come gli è capitato di fare in tutte le otto precedenti occasioni in cui Antonio Conte lo ha messo in campo in questa sorprendente stagione. Le ultime tre consecutive da titolare, al posto di Diego Godin, che tutto si aspettava meno che di arrivare all’Inter e dover fare i conti con la feroce concorrenza di un ventenne di Casalmaggiore. Eppure, così stanno le cose. D’altronde Conte era stato chiaro già dal ritiro, quando, dopo appena qualche giorno di lavoro, aveva deciso di opporsi al prestito di Bastoni, sbattendo la porta in faccia a mezza Serie A che lo chiedeva con insistenza. “Di qui non si muove. È un’alternativa importante”.

Nella rigida scala di valori contiana, il merito occupa un gradino molto in alto. Curriculum, status, carta d’identità, sono tratti accessori con poca influenza sulle scelte del tecnico pugliese. Ciò che invece cattura morbosamente la sua attenzione, oltre alla totale dedizione per il lavoro – parola che ripete come un mantra in ogni intervista – che ogni giocatore deve mostrare, è la capacità di assorbire velocemente i suoi concetti e portarli al meglio sul campo. Un punto d’interesse per ogni allenatore, certo, ma per Conte un po’ di più. Sono già diverse le occasioni in cui ha fatto vedere che la promessa “chi si dimostra affidabile, con me gioca”, non è solo uno slogan.

A quanto pare, Bastoni ha dimostrato nel quotidiano di essere un’ottima spugna, oltre ad avere qualità uniche tra i difensori della rosa interista. Se il fatto di essere mancino è certamente un quid in più per trovare posto in una difesa a tre a cui è richiesto di partire sempre dal basso, curando al meglio la fase di prima costruzione, non è l’unico vantaggio di cui Bastoni ha potuto godere per entrare nelle grazie del suo allenatore. “Mi piace perché fa quello che gli chiedo”, ha detto Conte nella conferenza stampa post-Napoli. E quello che gli chiede è di accorciare e scalare coi tempi giusti, prendersi responsabilità in fase di impostazione, non temere l’uno contro uno quando la squadra si alza in pressione.

(Photo by Claudio Villa/Getty Images)

In questo senso, Bastoni ha dalla sua non solo caratteristiche che ben si sposano con questa filosofia, tra cui un sinistro educato, intelligenza nelle letture, e un corpo agile seppur slanciato, ma anche la fortuna di essersi formato in un contesto di gioco con principi simili ai tempi dell’Atalanta. Le richieste di Gasperini – che lo lanciò prematuramente tra i grandi facendolo esordire in serie A a 17 anni -, infatti, non erano così dissimili. Anzi, per certi versi, soprattutto per quanto riguarda il gioco d’anticipo e il coraggio di accettare il duello individuale anche in zone del campo potenzialmente pericolose, si trattava di concetti quasi portati all’estremo, una palestra perfetta per calarsi con disinvoltura nel sistema di gioco di Conte.

Un percorso di crescita coerente che ha spezzato la sua linearità nella parentesi di Parma, una squadra portata a difendere bassa per poi sfruttare le ripartenze con veloci verticalizzazioni, e in cui Bastoni si trovava spesso a marcare dentro la sua area. Tuttavia, anche la scorsa stagione, trascorsa in prestito in Emilia, è stata preziosa. Dopo un inizio un po’ difficile, Bastoni si è conquistato una maglia da titolare e non l’ha più smessa, collezionando 24 presenze e un gol. Giocare con continuità gli ha permesso di conoscere meglio la Serie A, i suoi tempi, la sua fisicità, e acquisire maggiore consapevolezza nei suoi mezzi, elogiati in precedenza da tutti i tecnici da cui è passato tra settori giovanili e rappresentative nazionali. A dirla tutta, a guardarlo giocare sembra che la fiducia in se stesso non gli sia mai mancata. Non si serve di atteggiamenti boriosi per manifestarla, al contrario è la sua placidità, la leggerezza dei suoi gesti che ne traducono la totale confidence, inusuale per un ragazzo nato nel ’99.

In stagione gioca una media di 58 palloni a partita con l’88% di precisione nei passaggi, esegue sette contrasti ed effettua poco più di un passaggio chiave. Numeri virtuosi, impreziositi dalla forma che Alessandro Bastoni riesce a dargli: fa tutto questo con una calma serafica, che spesso sembra flemma e invece è controllo. Ammanta le sue giocate di eleganza, nei movimenti e nel tocco di palla; persino i suoi contrasti e le sue spazzate appaiono sinuosi. Come quegli uomini che mettono la camicia anche per andare a comprare il pane. E si capisce che a una certa estetica tiene quasi come alla praticità del suo calcio, ispirato da riferimenti sportivi come Sergio Ramos (“lo ammiro, ma non raggiungerò mai il suo livello”) e Stephen Curry, atleti non solo fenomenali ma anche “belli da vedere”, interessati a muoversi sul campo con stile. La sua è un’eleganza del tutto naturale, dentro la quale, dunque, non cade nel tranello di specchiarsi.

Conserva una certa signorilità anche nella sua corsa con le spalle un po’ ricurve, come quella che a un certo punto del secondo tempo di Napoli-Inter l’ha portato da una parte all’altra del campo in conduzione, ingobbito sul pallone che accarezzava con cura passando in mezzo a Fabian Ruiz e Zieliński, prima di arrivare al limite dell’area avversaria e scaricarlo sull’esterno a Lukaku con la solita precisione e pulizia. Bastoni adora giocare il pallone ed è molto abile a farlo. Non perde lucidità anche nelle situazioni più critiche, fidandosi sempre del suo sinistro, che spesso è un’arma utilissima per giocare palloni che tagliano le linee avversarie, sia in fase di uscita bassa, sia nell’attacco di una difesa posizionale.

Si esalta – parole sue – a veder giocare squadre come Barcellona e Manchester City, e, a pensarci bene, sembra proprio in classico difensore di cui Guardiola può invaghirsi, come anni fa gli capitò per Stones, che tanto ricorda Bastoni per morfologia e predisposizione a giocare il pallone, e come fu per Leonardo Bonucci. Oltre alla serenità con cui si muove sul campo, e alle scelte che prende – indicatore essenziale per valutare la maturità di un giocatore –, ciò che impressiona è la naturalezza con cui si sta guadagnando spazio, la compostezza con cui sta affrontando la sua crescita vertiginosa.

Ad Alessandro Bastoni non piace il rumore, si capisce. Per tratteggiarlo fedelmente, forse, bisognerebbe descriverlo sottovoce. Nulla sembra sconvolgere il suo mondo silenzioso, né il fragoroso scoppio del prezzo pagato dall’Inter per averlo (31,1 milioni gonfiati dal giochino della plusvalenza fittizia), e che due anni fa fece scandalo, né la progressiva affermazione ai danni di un totem del calcio mondiale come Diego Godin. Anche in questo sembra incastrarsi a meraviglia con i due compagni di reparto, De Vrij e Skriniar, altri abitanti di mondi silenziosi, solidi e schivi, estremamente pratici e attenti a eseguire le consegne del loro tecnico, lui sì chiassoso e vulcanico. Se l’Inter al momento è la miglior difesa del campionato con 15 gol subiti, oltre al lavoro collettivo e all’attenzione nella fase difensiva di tutto il blocco-squadra, buona parte del merito è proprio della muta applicazione dei suoi difensori.

Recentemente la Uefa l’ha inserito tra i 50 giovani più promettenti in circolazione, unico italiano nella lista. Gli appassionati di calcio giovanile e molti degli addetti ai lavori non saranno stupiti della sua crescita e del suo rendimento: sono anni che Bastoni è considerato un talento, tra i difensori più promettenti della sua generazione. Eppure, se non per il prezzo del suo cartellino, finora di Bastoni si è parlato poco. O almeno, se ne è parlato poco nella misura in cui si tende a parlare moltissimo di ogni giovane calciatore italiano che si rende protagonista di qualche buona prestazione, incorrendo spesso nel rischio di esaltare precocemente un giocatore con stucchevoli e premature agiografie.

(Photo by Chris Ricco/Getty Images)

La scarsa pubblicità mediatica di cui ha goduto è dovuta, forse, non solo al fatto di essere un difensore, ma anche alla semplicità di un ragazzo posato nell’aspetto e nei modi, poco appariscente, a cui nemmeno i tatuaggi riescono a conferire un aspetto volgare. Un ragazzo con la faccia da nipotino esemplare, buono, bravo e intelligente, che aiutava i nonni a coltivare i terreni: «Da piccolo mi divertivo a scoprire cose nuove, spesso raccoglievo i pomodori nell’orto». Non proprio un tipo da prima pagina, e probabilmente gli sta bene così, perché gli permette di coltivare nel silenzio a lui caro il sogno che ha ritratto sul braccio, dove un bambino con la maglia numero 6 e un pallone sottobraccio osserva dai piedi di una scala una cima illuminata.

È logico pensare che nel suo imminente futuro, che non è la cima di quella scala ma ci si avvicina molto, ci sia la nazionale maggiore, lui che di quelle minori ha sempre fatto parte. Che si tratti già del prossimo Europeo o immediatamente dopo conta poco. Ciò che importa, è che l’Italia può essere fiduciosa del fatto di poter puntare su un giovane difensore con caratteristiche contemporanee, che assecondano la strada identitaria tracciata dal ct Mancini nel suo nuovo, e fino a questo momento eccellente corso. Se a centrocampo o sugli esterni la Nazionale ha negli ultimi tempi scoperto e abbracciato giocatori che possono far ben sperare per il futuro, in difesa, dopo aver perso per strada Mattia Caldara – almeno per il momento – è il solo Gianluca Mancini a dare garanzie in prospettiva di un ricambio generazionale.

Prima di compiere questo salto, Bastoni, oltre a doversi scontrare con la difficoltà di tenere sempre alto il livello delle sue prestazioni, deve lavorare su alcuni aspetti del suo gioco. Su tutti, ed è stato lo stesso Conte a precisarlo, la cattiveria: «Non è solo il futuro, è il presente dell’Inter. Ha personalità, gioca la palla come voglio, ma deve diventare più cattivo perché prima di tutto è un difensore. Se fa questo step diventerà un grande giocatore».

E Bastoni è lì che vuole arrivare, ma a modo suo, con calma.

Federico Corona

About Federico Corona

Federico Corona nasce a Milano da genitori catanesi. Giornalista professionista, ha lanciato progetti editoriali sul web, scrive di sport e umanità varia su riviste cartacee e digitali.

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