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Antonio Conte, torna in te

By 13 Novembre 2019
Antonio Conte

Il paradosso che il mister nerazzurro non vuole riconoscere: ha sempre e solo vinto con gruppi di gregari, mentre con i campioni non si trova a suo agio, pur pretendendoli

“Sensi dal Sassuolo, Barella dal Cagliari: nessuno ha mai vinto”. Un Antonio Conte sfigurato dall’agghiacciande rimonta tedesca in Champions League, si presenta ai microfoni delle tv furioso verso una società che gli ha comprato i due “migliori in Italia nel ruolo” come li ha definiti il ct della Nazionale Roberto Mancini, Lukaku e Godin, ma a lui non bastano. In fondo è pur sempre quello che se ne andò dalla Juventus perché “con 10 euro non si mangia in un ristorante da 100”.

Pochi ricordano, però, e sicuramente non lui, che lui si dimise da un giorno all’altro per l’affronto gravissimo di Andrea Agnelli che pensò bene di vendergli Giaccherini l’anno prima, una ferita mai rimarginata. Non Pirlo, né Tevez o Bonucci e Chiellini: no, Emanuele Giaccherini. Che, fatta salva la parentesi in Nazionale, sempre con Conte, in cui segnò al Belgio nella partita inaugurale dell’Europeo 2016 e fu una delle colonne di quella miracolosa compagine che sfiorò un’impresa, dopo i bianconeri ha inanellato Sunderland, Bologna, Napoli (con tanto di panchina e prese in giro dei tifosi) e Chievo, ora in B.

E prima, tra Forlì, Bellaria Igea Marina, Pavia e Cesena non è che avesse fatto scorpacciata di trofei. Ma quella cessione fece imbufalire la bandiera juventina, insieme al mancato acquisto (12 mesi dopo), vi prego non ridete, di Juan Iturbe. Il pugliese lasciò il posto ad Allegri, che con la stessa squadra trovò scudetto e finale di Champions League.

Antonio Conte

(Photo by Claudio Villa/Getty Images)

Antonio Conte ha un problema, anzi due: il suo agonismo incontenibile, selvaggio, straripante che lo fa essere tra i più grandi motivatori dell’ambiente, oltre che dargli il talento e la capacità di far crescere come mentalità le sue squadre, i suoi spogliatoi, ma che non di rado lo fa sragionare; la sua incapacità di (ri)conoscere i propri limiti, ma ancora di più le proprie virtù.

Già, perché Antonio Conte ha sempre e solo vinto con gruppi di gregari. Illustri, sconosciuti, recuperati, giovani: ma lui, con i campioni, non si trova a suo agio, pur pretendendoli. Una sorta di folle favola esopiana dove la volpe, sazia e satolla per aver mangiato ogni ben di dio, finisce per incaponirsi e desiderare disperatamente quel grappolo d’uva lucente, che pur non le serve a sopravvivere e, anzi, probabilmente le farà anche male.

Tralasciamo le esperienze di Bari, Arezzo e Siena, più o meno fortunate, dove ovviamente la necessità si fece virtù e il nostro non ebbe bisogno di fuoriclasse. All’Atalanta, non ancora la miracolosa realtà odierna, si dimise il giorno della Befana 2010 e l’unico giocatore forte della rosa, fuori scala rispetto agli altri, Doni, ricominciò a segnare dopo il suo addio, contro la Lazio, una doppietta, due settimane dopo.

Antonio Conte

(Photo by Valerio Pennicino/Getty Images)

Alla Juventus, reduce da un settimo posto, arriva e il calciomercato della sua prima estate in bianconero ha come perle Vucinic, Lichtsteiner e Vidal. Trentacinque milioni di euro in tre, ora allo Stadium non ci porti neanche una riserva con quei soldi. Tutti e tre delle scommesse, anche per il lato caratteriale discutibile. C’è anche Andrea Pirlo che arriva, da svincolato, con l’etichetta del giocatore finito. Poi Ziegler, Elia, Pazienza, Almiròn, Ekdal, Amauri, Immobile e Falque (sì, proprio loro, per fine prestito, andranno a Tottenham e Pescara nella stessa sessione di mercato) Estigarribia, Giaccherini.

In rosa c’erano sì Del Piero e Marchisio, reduci da una stagione poco soddisfacente, la BBC non era ancora diventata la difesa più forte d’Europa, nessuno juventino sa che amerà follemente Pepe e Padoin. Il primo sarà il trascinatore in un Napoli-Juventus 3-3 in cui con Estigarribia recupereranno un doppio svantaggio, con il coach che cambia modulo in corsa e trova la quadratura del cerchio per l’inizio del clamoroso ciclo di vittorie che lascerà in eredità ad Allegri. Il secondo vincerà da solo più di tutte le altre rivali.

L’anno dopo, però, Agnelli lo ricoprì di campioni? Neanche: Isla e Asamoah, Gabbiadini, Bendtner, il riscatto di Giovinco, andando a memoria. A Napoli, per molto meno, hanno affibbiato l’etichetta di pappone ad Aurelio De Laurentiis. Poi, è vero che arriva anche Paul Pogba, che però allora è solo una promessa a parametro zero. Vince ancora, con i gregari. E con i campioni rinati o i giovani volenterosi che crescono e magari diventano eccellenti leader tecnici.

Vince, nonostante il calcioscommesse, trionfa dominando. Qualche grande vecchio come Carlitos Tevez arriva il terzo anno, con Llorente a parametro zero e il dimenticato Ogbonna. Anche quell’anno non ce n’è per nessuno (102 punti, record assoluto per la serie A), poi sbatte la porta.

Antonio Conte

(Foto Massimo Paolone/LaPresse)

Direte, al Chelsea è cambiato tutto. Insomma. Se valutate cos’è diventata la Premier – i 1000 milioni di euro spesi negli ultimi anni dallo United o le campagne acquisti spudorate del City – la rosa dei Blues di Conte è ottima, ma non stellare. Tanto che prima di insultarlo dandogli il benservito via sms, punta tutto su Diego Costa, puntella il centrocampo con Cuadrado e soprattutto Kanté, si prende un ancora poco performante Marcos Alonso e l’unico vero colpaccio lo segna in difesa, con David Luiz.

Nessun top player neanche il secondo anno, nonostante un esborso doppio. Perché ai campionissimi Conte preferisce i portatori d’acqua cazzuti: si toglie lo sfizio Morata, forse non casuale, fa la spesa in Italia (Rüdiger e Zappacosta), ne prende ancora uno dal Leicester (Drinkwater) e Bakayoko dal Monaco. In quegli anni in giro c’è ben altro e Antonio vince anche a Londra, nonostante società assente, spogliatoio irritante e irritabile e una rosa più debole di almeno altre tre rivali.

Della sua Italia, abbiamo ancora tutti pieni gli occhi. Anche di lacrime, come quelle di Barzagli, che dopo l’eliminazione ai quarti (dopo aver battuto la corazzata Spagna) ai rigori contro la Germania – sì, quella dei penalty ridicoli di Pellé e Zaza – va in tv piangendo dicendo “provo rabbia perché nessuno ricorderà i risultati straordinari di un gruppo meraviglioso, perché nell’albo d’oro non ci sarà nulla”. Lui campione fuori e dentro al campo, ha ragione da vendere: quella Nazionale varrebbe il centro classifica in uno qualsiasi dei campionati top d’Europa, lì mette sotto e in crisi le nazionali più in forma (dal Belgio alla Spagna). Sempre con i gregari (oltre a Giaccherini, Eder, Sturaro oltre ai già citati). Nessun campione, neanche ex.

Antonio Conte

(Photo by Laurence Griffiths/Getty Images)

E ora l’Inter. Persino il superacquisto, Conte, freudianamente, non l’ha voluto fenomenale. Perché Romelu Lukaku per quotazione e numeri top player lo è, ma per tecnica e storia no. È un finalizzatore fenomenale, ma non le risolve da solo le partite. L’allenatore quest’estate si fa mandare via (o accetta che se ne vadano) Icardi e Nainggolan, li sostituisce con i suddetti Sensi e Barella, arrivano Biraghi e Lazaro, c’è Godin a fare il “solito” grande vecchio, lo sfizio è Alexis Sanchez, ma per un puro problema di numeri (davanti passa l’intera estate con il 2002 Esposito titolare).

Risultato? È ancora in corsa per gli ottavi Champions – competizione mai amata dal buon Conte, spesso sfortunata per lui – dopo aver messo sotto per un tempo e anche più sia Barcellona che Borussia Dortmund a casa loro e non solo, ed ha regalato ai nerazzurri l’inizio migliore di campionato da 30 anni, dall’Inter dei record di Trapattoni.

Antonio bello, rassegnati. Tu vinci solo con lacrime e sangue. Formica diceva della politica che è sangue e merda. Se ci aggiungi il fango, ecco il calcio. Il tuo calcio, caro Conte. Tu insegni a vincere, non devi impararlo da giocatori strapagati. È sempre stato così.

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