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Questa Inter può ripetere l’impresa della prima Juve di Conte?

By 5 Ottobre 2019

Divergenze e punti di contatto fra due squadre uniche

Ci sono imprese che vengono trasformate in soprammobili. Vengono messe in bella mostra per riempire un vuoto, per raccontare una storia, per essere ammirate. Poi, di tanto in tanto, qualcuno si prende la briga di tirarle giù, di spolverarle, di accarezzarle ancora una volta. E più queste imprese sono epiche, più tendono verso l’olimpo dello sport, più c’è fretta di trascinarle nuovamente verso la dimensione terrena, di trasformarle in un termine di paragone. Di banalizzarle, in sintesi.

Perché è difficile che qualcosa di prezioso riesca a sfuggire alla contaminazione del morbo del secolo. Quello che impone di bollare, definire, catalogare ogni singola cosa. Come se la classe potesse essere davvero spiegata a parole. Come se per rendere decifrabile il genio fosse necessario circoscriverlo in quadranti territoriali sempre più angusti (e allora ecco Emre Belozoglu trasformarsi nel Maradona del Bosforo, Torje diventare il Messi dei Carpazi, Under evolvere fino assumere le sembianze del Dybala turco).

Un morbo che, in queste settimane, ha colpito anche l’Inter. Sono bastate 6 vittorie in altrettante partite, infatti, per far germogliare una similitudine, per stringere intorno al collo di una squadra la catena di un paragone. Questa Inter di Antonio Conte, ci si domanda, questa squadra che ha mostrato una solidità fuori dal comune e una forza mentale mai vista negli ultimi anni nerazzurri assomiglia in qualche modo alla prima Juventus di Antonio Conte, quella che da underdog è riuscita a vincere lo scudetto?

Un parallelo impegnativo, che può soffiare sulle vere nerazzurre o trasformarsi in un’ancora improvvisa. Ma questo Conte assomiglia davvero a quel Conte? E questa Inter, non più pazza ma razionale, ha qualcosa a che spartire con quella Juventus che della razionalità è diventata un simbolo? Abbiamo provato a confrontare divergenze e analogie fra due squadre che, per motivi diversi, verranno comunque ricordare a lungo.

Divergenze – di Andrea Romano

Costruire dalla rovine

(Photo by Valerio Pennicino/Getty Images).

La prima, grande, differenza, riguarda il contesto. Nel 2011/2012, infatti, la Juventus veniva da due annate disastrose, da due settimi posti con Ciro Ferrara e Luigi Delneri che avevano reso necessaria l’ennesima ricostruzione bianconera dopo la retrocessione. Tanti soldi spesi, pochi investimenti riusciti. E soprattutto, pochi giocatori in grado di formare l’ossatura di una grande squadra. Erano gli anni Felipe Melo e Diego, di Krasic e di Aquilani, Pepe e Rinaudo. Anche per questo, al momento di sedersi sulla panchina della Juventus, Conte aveva trovato un club che non era riuscito a entrare nelle coppe continentali neanche dalla porta sul retro dell’Europa League.

A Milano, invece, è stato diverso. Conte ha ereditato una squadra che l’anno precedente era arrivata quarta in classifica, staccando il pass per i gironi di Champions League. Ma soprattutto, il tecnico salentino ha potuto beneficiare del lavoro del suo predecessore, quel Luciano Spalletti che aveva visto in Skriniar un potenziale top player, che aveva lavorato su Brozovic fino a farlo diventare un giocatore importante, forse imprescindibile. Un allenatore che non è riuscito a dare alla squadra un gioco sempre spumeggiante, ma che è riuscito a costruire un gruppo solido, capace di centrare gli obiettivi. Un gruppo che non andava certo rifondato, ma solo ritoccato. Esattamente quell’eredità che Conte non aveva trovato a Torino.

Rilancio delle avversarie

(Photo by Marco Luzzani/Getty Images).

La seconda differenza riguarda lo stato delle avversarie, soprattutto di quelle che si contendono un posto in quella fascia che va dalla qualificazione in Champions fino allo scudetto . Nel 2010/2011 il Milan vince il titolo, ma è chiaro che i rossoneri stanno entrando in una fase molto particolare della loro vita sportiva. La campagna acquisti per la nuova annata è all’insegna del risparmio: Taiwo e Mexes arrivano a zero, Aquilani e Nocerino devono rinsaldare il centrocampo, El Shaarawy deve portare gol all’attacco. Troppo poco. La squadra di Allegri sembra a fine corsa, anemica, pronta per quell’emorragia di talento che l’anno successivo porterà Ibrahimovic e Thiago Silva al PSG e che. Otto anni in cui i rossoneri si trascineranno stancamente come i protagonisti di un romanzo di Antoine Volodine, otto anni che assomigliano molto a un processo di ridimensionamento.

Nello stesso periodo, la Roma è alle prese con la prima annata della rivoluzione americana, che porta sulla panchina giallorossa Luis Enrique, il Napoli di Mazzarri non ha ancora la dimensione internazionale garantita dall’arrivo di Benitez, l’Inter porta a termine uno dei mercati più al risparmio della sua storia: Jonathan, Nagatomo, Poli, Ricky Alvarez, Castaignos e Diego Forlan. È evidente, dunque, che in quel 2011/2012 tutte le avversarie dirette della Juventus si trovano un un momento molto particolare della propria storia. Una fase di ricostruzione o di ridimensionamento che Conte è riuscito a sfruttare a proprio favore.

Ora, invece, l’Inter si trova fare i conti con avversarie molto diverse. Anche se il Milan continua nella sua parabola discendente, le altre si sono rafforzate. La Juventus non è più una squadra che vuole mangiare con 10 euro dai ristoranti che ti presentano un conto da 100, ma un club che punta dichiaratamente a vincere la Champions League. Una squadra che non prende più in prestito Borriello, Matri e Toni a gennaio, ma che può lasciare in panchina Dybala, Mandzukic e Cuadrado, una squadra che prende Rabiot e Ramsey sul mercato senza potergli garantire un posto da titolare.

Il Napoli, è un club con una vocazione più internazionale, che con Benitez, Sarri e Ancelotti è riuscito a stabilirsi al secondo posto della classifica, ad aggiudicarsi giocatori di primo piano (quest’anno l’acquisto di Manolas dalla Roma ha detto molto sul processo di crescita del club), a ridurre il gap con le prime grazie al (bel) gioco. Senza contare un’Atalanta capace di scalare le gerarchie e una Roma che solo un anno e mezzo fa è arrivata in semifinale di Champions League. Tutte avversarie, dunque, che sono riuscite ad alzare l’asticella della competitività rispetto a otto anni fa.

 

Conte allo specchio

(Photo by Valerio Pennicino/Getty Images)

Un’altra differenza sostanziale riguarda proprio l’allenatore salentino. Il Conte arrivato alla Juventus non era certo il Conte che si è seduto sulla panchina nerazzurra. Non tanto per una questione di gioco, quanto di credibilità. Allora Conte era un mister che veniva da una squadra provinciale come il Siena, un tecnico che rappresentava una scommessa, forse più ragionata rispetto alle scelte Ferrara e Delneri, ma comunque un azzardo e una speranza allo stesso tempo.

Ora, invece, Conte è arrivato a Milano con l’etichetta di miglior scelta possibile per i nerazzurri, unico santo laico capace di far avverare il miracolo. Nelle sue esperienze con la Juventus, con la Nazionale e con il Chelsea, Conte ha acquisito lo spessore necessario per portare a termine quello che all’Inter era stato iniziato da Luciano Spalletti. Antonio da Lecce ha avuto la credibilità e la forza di allontanare Mauro Icardi, fondamentale da un punto di vista tecnico ma considerato dannoso per lo spogliatoio, Radja Nainggolan e Ivan Perisic, tre capitali importantissimi per l’Inter ma che, per motivi diversi, non rientravano nei suoi progetti. E forse nessun altro allenatore italiano avrebbe avuto la forza (e il sostegno) di portare a termine una rivoluzione così sanguinosa e per certi versi impopolare. Proprio per questo, quello che Conte ha fatto con la Juventus è stato sorprendente, un eventuale scudetto con l’Inter sarebbe invece la logica conseguenza del suo arrivo.

Mercato

(Photo by Marco Luzzani/Getty Images).

Ma la differenza più sostanziale rispetto fra la prima Juventus e la prima Inter di Conte riguarda il mercato. Nel 2011/2012, infatti, il tecnico si era dovuto adattare alle finanze bianconere, non ancora così floride. Come? Tirando fuori una serie di conigli dal cilindro. Pirlo preso a zero dal Milan rappresenta forse l’emblema stesso di quella Juventus, un giocatore dato per finito (da Allegri) e che sotto alla Mole è riuscito a trovare una seconda giovinezza, mentre Arturo Vidal è stato un giocatore capace di cambiare il centrocampo bianconero.

Ma anche gli altri acquisti non sono stati certo all’insegna delle spese pazze: Vucinic, Giaccherini, Estigarribia e Stephan Lichtsteiner rappresentano colpi più utili alla squadra che ai sogni dei tifosi. All’Inter, invece, Conte si è potuto presentare chiedendo acquisti pesanti come Lukaku (65 milioni + 10 di bonus, praticamente quanto la campagna acquisti della prima Juventus del salentino), Barella, Sensi, Sanchez, Godin e Lazaro. Nessun top player, forse, ma nomi buoni per accendere l’entusiasmo dei tifosi.

 

Punti di contatto – di Federico Corona

Ritorno alla grandeur

(Photo by Claudio Villa/Getty Images).


“Chi ha tempo non aspetti tempo” è uno slogan a cui Antonio Conte è molto legato. Lo ha scelto per iniziare il suo percorso da allenatore della Juventus e lo ha riproposto otto anni dopo, nella giornata di presentazione al mondo interista. Nella particolare semantica del tecnico pugliese, questo motto ha un significato preciso: non essere obbligati a vincere subito ma fare di tutto per provarci. Soprattutto, credere convintamente di poterci riuscire.

La Juventus che Conte ereditò nel 2011 era reduce da due deludenti settimi posti e, sebbene il presidente Andrea Agnelli, insediatosi da un anno, fosse bramoso di uscire da quel magma e tornare il prima possibile nell’élite del calcio italiano, era ben conscio che fosse troppo presto per competere per il titolo, tanto che l’obiettivo dichiarato di quella stagione fu il terzo posto necessario per l’accesso alla Champions League. Le cose, come sappiamo, andarono ben oltre le più rosee aspettative: la Juve fu protagonista di una cavalcata memorabile e vinse il titolo da imbattuta.

Con il raggiungimento del quarto posto per il secondo anno consecutivo, l’Inter che Conte ha preso in mano quest’estate è più avanti di quella Juve in termini progettuali, ma sembra edificata sullo stesso concetto di bruciare velocemente le tappe. Con essa condivide lo stesso desiderio di rinascita, la stessa esigenza di tornare in tempi brevi alla grandeur di un tempo. Proprio come avvenne agli albori di quell’avventura bianconera, la dirigenza nerazzurra non ha imposto a Conte il diktat della vittoria immediata, ma un consistente passo in avanti nell’avvicinamento alla testa della classifica.

Una condizione, quella di non partire davanti nella griglia dei favoriti, che sembra congeniale per il modus lavorandi di Conte, capace di sfruttare l’ideale posizione di svantaggio per alimentare l’epica del più debole – almeno sulla carta – che attraverso il duro lavoro riesce a colmare un gap fino a ribaltare le posizioni di potere e compiere qualcosa di veramente grande. E se è vero che la Juventus che l’Inter si troverà di fronte domenica sera è una contendente molto più ostica del Milan con cui la prima Juve di Conte dovette fare i conti, è altrettanto vero che l’allure di leggenda che i bianconeri di oggi si portano dietro dopo gli otto campionati vinti consecutivamente è una miccia capace di incendiare il senso dell’impresa su cui l’allenatore pugliese fonda la sua retorica guerriera.

È ancora presto per capire se quest’Inter è in grado di replicare il percorso sensazionale di quella Juve, ma in fondo chi si aspettava che vincesse le prime sei partite di campionato e arrivasse al derby d’Italia guardando la Juve dall’alto?

 

Sbattere contro un muro

(Photo by Pakawich Damrongkiattisak/Getty Images).

Nelle prime sei giornate di campionato, l’Inter ha subìto solo due gol. È la miglior difesa del torneo, e non è un caso. Tolta la partita casalinga contro la Lazio, che l’Inter è riuscita a chiudere con la porta inviolata soprattutto per merito di una monumentale prestazione di Handanovič, le altre gare hanno visto i nerazzurri rischiare pochissimo, e gli avversari condividere un senso di impotenza, l’impressione di trovarsi davanti a un blocco di granito.

La stessa, avvilente sensazione di dover fare qualcosa di veramente speciale per segnare che assaliva le squadre che si trovavano di fronte la prima Juve di Conte, un vero maniaco della fase di non possesso. Se i princìpi difensivi di questa Inter sembrano essere un’evoluzione di quelli adottati da quella Juve – soprattutto per quanto riguarda la pressione alta, oggi ancora più importante di allora -, ciò che è rimasto immutato è l’ossessiva volontà di Conte di costruire una squadra in grado di lavorare con estrema cura quando non ha la palla, chiave per trovare velocemente fiducia e continuità di risultati, oltre a cementare l’idea di gruppo, di “fare le cose insieme”, vero caposaldo della sua filosofia.

E certo, muoversi bene di squadra fa tutta la differenza del mondo, ma se poi puoi contare su una linea difensiva in cui figurano giocatori come Godin, Škriniar e De Vrij, è legittimo essere ottimisti sulla possibilità che un errore di uscita o scalata di un compagno venga immediatamente coperto da una lettura o un intervento di uno dei tre difensori centrali. Panacea che i compagni di Bonucci, Barzagli e Chiellini avevano imparato a conoscere bene in quell’annata che la Juventus chiuse con appena 20 gol subiti, un record che contribuì in maniera sostanziale alla vittoria finale.

Il centro del campo, il centro di tutto

(Photo by Emilio Andreoli/Getty Images).


Erano in molti, quest’estate, a nutrire dubbi sulla scelta dell’Inter di investire 50 milioni per portare in nerazzurro Stefano Sensi e Nicolò Barella, uno in arrivo da Sassuolo e l’altro da Cagliari. Antonio Conte, invece, era piuttosto sicuro che i due centrocampisti italiani fossero i profili più adatti per il progetto tecnico che aveva in mente. Non poteva sbagliare, e non solo per l’elevato costo del cartellino di entrambi. Puntare su centrocampisti non idonei avrebbe significato ostacolare pericolosamente la sua idea di calcio, che trova nei cinque che compongono la linea mediana il cuore di tutto il gioco. Per quanto l’allenatore pugliese credesse nel valore dei nuovi acquisti, tuttavia, è difficile ipotizzare che si aspettasse l’impatto devastante che Sensi (in particolare) e Barella hanno avuto sull’Inter.

Due interni che insieme sembrano racchiudere tutte le caratteristiche richieste dal ruolo: qualità, dinamismo, abilità nel palleggio, tempi di inserimento, lettura del gioco, e che trovano in Marcelo Brozović il play perfetto con cui formare il triangolo in mezzo al campo. Proprio per via di questa sorprendente armonia tecnica, perfettamente funzionale all’impianto di gioco dell’allenatore, non è difficile trovare analogie con il terzetto formato da Andrea Pirlo (per quanto sia possibile accostare qualcuno ad Andrea Pirlo), Claudio Marchisio e Arturo Vidal – con i dovuti distingui di status, è chiaro –, tra i principali fautori del successo contiano in quel primo, memorabile anno del tecnico leccese sulla panchina della Juve.

Inoltre, il percorso di adattamento di Barella, che ci ha messo qualche partita in più per ritagliarsi uno spazio importante, ricorda molto quello del cileno alla Juve. Partito senza la titolarità, nell’arco di pochissime partite Vidal convinse Conte che non poteva fare a meno di lui, che il suo eclettismo doveva essere sfruttato a pieno, a costo di cambiare il sistema di gioco. Così fu, e dalla quarta giornata in poi, Vidal non uscì più dal campo, così come verosimilmente accadrà – e sta già accadendo – per il giovane centrocampista italiano.

Uno vale uno

(Photo by Tullio M. Puglia/Getty Images).


Gli abbracci che Antonio Conte riserva a tutti i componenti della rosa al fischio finale di ogni partita, sono sinceri. Il coinvolgimento di ogni singolo elemento del gruppo è una prerogativa fondamentale del suo modo di intendere il ruolo di allenatore. Conte sa bene che ognuno dei suoi giocatori può dargli qualcosa, qualcosa che lui intende sfruttare facendoli sentire parte importante di una missione condivisa, nessuno escluso. L’onestà che avvolge questo concetto di uno vale uno, porta chi scende in campo a spendere ogni goccia di energia per tirare fuori il meglio di sé. Chiunque giochi, lo fa con la feroce intenzione di ripagare la fiducia e le attenzioni del tecnico, con la convinzione che il suo apporto sia davvero necessario alla squadra.

E così Antonio Candreva, fino alla scorsa stagione ai margini del progetto nerazzurro, oggi appare come uno dei migliori quinti su cui l’Inter potesse puntare. Proprio come fu Simone Pepe nella Juventus 2011-2012. Oppure Matteo Politano, il quale, reduce da una stagione con tante partite da titolare, in questo avvio si sta distinguendo per il vigore tecnico con cui condisce ogni suo subentro. E pensando anche a Gagliardini, Biraghi, D’ambrosio, autori di prestazioni convincenti quando sono stati chiamati in causa, viene facile il parallelismo con i vari De Ceglie, Estigarribia, Giaccherini e il resto di quell’esercito di presunti gregari capaci di ritagliarsi un ruolo importante in una Juve che rifletteva lo stesso spirito collettivo, la stessa impronta democratica di quest’Inter.

A testimonianza di questa partecipazione, il fatto che al termine di quella stagione furono ben 20 i giocatori bianconeri andati in rete. Quest’anno nell’Inter hanno già segnato in nove, numeri che sono una prova tangibile di come tutti, in quest’annata come in quella di otto anni fa, siano decisi a lasciare il loro segno.

 

Aa. Vv.

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