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Nove frammenti dall’autobiografia di Marco van Basten

By 7 Aprile 2020
van basten

La prima volta che ha indossato la maglia dell’Ajax, il rapporto burrascoso con Sacchi, gli incubi tattici, le operazioni alle caviglie. Nove tasselli della carriera di van Basten dall’autobiografia “Fragile. La mia storia”

Già dal titolo si capisce che nell’autobiografia di Marco van Basten l’aspetto materiale è centrale. I muscoli, le ossa, le maledette caviglie, le cartilagini. Fragile. La mia storia, scritto con Edwin Schoon (Mondadori) è un libro in cui sensazioni, ricordi e rimpianti non mancano. Ma è un lungo racconto da cui emerge soprattutto l’aspetto fisico dell’essere un calciatore. Con l’arroganza e la sincerità che solo certi campioni possono permettersi, l’ex centravanti racconta cosa vuol dire nella pratica voler diventare il migliore. Ecco nove frammenti della sua carriera da calciatore, scelti dalle 348 pagine dell’autobiografia.

Van basten

1. Specchio 

Così Marco Van Basten ricorda il debutto con la formazione giovanile dell’Ajax, a 16 anni, in una partita all’Aja contro una squadra chiamata Texas: «La prima cosa che ho fatto quando ho infilato la maglia biancorossa, sono andato davanti allo specchio, negli spogliatoi, per guardarmi con calma. Me la sono presa comoda, ho dimenticato tutto il resto intorno a me. Mi sono girato, c’era il numero 10 dietro».

2. Soprannomi

Primo soprannome di Van Basten, ai tempi delle giovanili dell’Ajax: “Bastrup”, perché l’assonanza con l’attaccante danese Lars Bastrup, che con l’Amburgo vinse tra l’altro due campionati e la Coppa Campioni nella stagione 1982/83. Anni dopo Berlusconi lo chiamerà Nureev, per l’eleganza che richiamava il ballerino russo.

3. Terra

«Quello che tutti trovavano bello nel mio stile era la postura così eretta. A me, invece, piaceva meno: a mio parere chi fa sport dev’essere più vicino a terra, con il baricentro basso, come per esempio Messi, Cruijff e Pelé».

 

4. Compensazione

Il gol del 2-0 nella finale degli Europei 1988 vinta dall’Olanda contro l’Unione Sovietica, raccontato dallo stesso van Basten: «Il secondo tempo era iniziato da meno di dieci minuti quando Arnold Mühren fece partire il cross. Arnold era un mancino di indubbio talento, elegante e raffinato, ma quel lancio non fu un granché. Anzi, sembrava una palla persa. Tuttavia, doveva essere proprio la mia giornata di grazia. Mentre il cross attraversava l’area pensai: ok, basta, ora tiro una bomba, sono troppo stanco per fare qualsiasi altra cosa. Vediamo come va a finire. Il pallone è volato in rete da un’angolazione impossibile, superando Rinat Dasaev, che in quel momento era il portiere più forte del mondo: 2-0. A volte capita di fare certi gol. Ti prepari a calciare, provi a mirare verso la porta, ma poi, che tutto riesca alla perfezione… Dopo che il pallone si è insaccato in rete resto totalmente incredulo […] Da un punto di vista tecnico, la cosa strana di quel gol la fa il mio piede destro, che già da tempo non era più in condizioni ottimali. A partire dal novembre dell’87, da quando ero stato operato, le bende strette alla caviglia mi limitavano nei movimenti. Non avrei più potuto colpire una palla del genere con tutta la forza, non mi muovevo liberamente. È probabile che, con una caviglia sana, non avrei mai segnato in quel modo. Alla fine dei conti quella è stata una specie di “compensazione divina” per tutto ciò che mi era capitato alla caviglia».

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(©Marco Ravezzani/Lapresse)

5. Sogni

Arrigo Sacchi, così ossessionato dalla tattica che anche di notte sognava gli schemi: «Quando dormivamo in hotel prima di una partita, capitava che chi aveva la stanza vicina a quella di Sacchi venisse svegliato dalle sue urla: “Fuorigioco, fuorigioco”. Succedeva ogni volta». Lo stesso van Basten, i primi tempi al Milan, la notte sognava spesso gli schemi di Sacchi.

6. Sacchi

Il rapporto con Arrigo Sacchi è stato notoriamente freddo, a tratti burrascoso. Per van Basten il 4-4-2 a zona di Sacchi non era affatto un modulo offensivo, innovativo, anti-italiano, anzi. A proposito della prima stagione al Milan, 1987/88, ricorda: «Da quando ho fatto presente che la caviglia mi limita nel gioco, Sacchi preferisce schierare Gullit e Virdis in attacco. Per fare quello che lui chiama “pressing a zona”, ma che, in realtà, non è altro che difendere già con gli attaccanti. E Gullit ne esce completamente stravolto. Con Sacchi discuto dei suoi schemi tattici, così come facevo con De Mos e Cruijff quando ero in Olanda. Lui parla continuamente di tattica, non ne ha mai abbastanza. Quando però ho incontrato la stampa al termine della prima partita e ho detto che, a parer mio, avremmo dovuto giocare con tre punte, si è scatenato il putiferio. In Italia suona strano che qualcuno metta in discussione i piani tattici dell’allenatore. Da allora ho parlato sempre meno con i giornalisti. Si scrive così tanto qui, ci sono non so quante riviste sportive. Non si riesce a stare al passo. E poi, prendono una sciocchezza e montano un caso. Per cui è meglio cucirsi la bocca»

(Lapresse)

7. Caviglie

Quattro le operazioni alle caviglie subite da Marco van Basten durante la carriera. La prima, nel 1986, alla sinistra, un caso di dancer’s hell, con dolore costante ogni volta che appoggiava il piede. Le altre tre alla caviglia destra, i cui legamenti erano lesionati portando alla creazione di frammenti ossei che avevano danneggiato la cartilagine. Dopo il terzo intervento, il 21 dicembre 1992, il dottor René Marti gli spiegò che l’operazione era riuscita, che molti residui erano stati rimossi e che, per completare la pulizia, aveva dovuto segare un pezzo di osso. Secondo Marti ci sarebbe volute quattro settimane per tornare in campo. Non andò così. Il dolore non sparì, anzi si fece più acuto, penetrante. Dopo quell’operazione gioco solamente altre tre partite, in Serie A contro Roma e Ancona, poi nella finale di Coppa Campioni persa contro l’Olympique Marsiglia a Monaco il 26 maggio 1993. In quel caso scese in campo con la caviglia anestetizzata dagli antidolorifici, quasi insensibile. Capello lo richiamò in panchina all’85esimo minuto. Fu l’ultima volta che calcò l’erba da professionista.

8. Stupidaggini

«No, non ho mai usato crystal meth, né preso cocaina. Non sono mai stato in piscina con donne nude durante un Europeo o un Mondiale. E non sono mai stato schiavo del gioco d’azzardo. Nemmeno ho mai indossato una parrucca. Devo deludervi. Si è scritto molto su di me. Moltissimo. Un sacco di stupidaggini, tra l’altro. Spesso neanche le leggevo. E di solito ne restavo fuori. Le ignoravo, o le dimenticavo in fretta».

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(Lapresse)

9. Addio

L’addio al calcio giocato, il saluto ai tifosi del Milan, è il 18 agosto 1995, a San Siro davanti a ottantamila spettatori. Due giri di campo. «Corro. E batto le mani, ma non mostro niente del dolore che provo. Vedo i miei compagni di squadra, che ancora aspettano a centrocampo, commossi. Ancora più forte è la sensazione di uno stadio colmo di tristezza. Per ciò che è stato. Per me. Per ciò che ero. Le lacrime premono per sgorgare, ma resto impassibile. Smetto di correre e di battere le mani, il giro è finito. Qualcosa è cambiato, qualcosa di fondamentale. Il calcio è la mia vita. Ho perso la mia vita. Oggi sono morto come calciatore. Sono qui, ospite al mio funerale».

 

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