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Paolo Rossi con parole sue

By 10 Dicembre 2020
Paolo Rossi

I miti da bambino, gli esordi, gli insegnamenti di Fabbri e quelli di Bearzot, il calcioscommesse, il Mondiale vinto, il soprannome Pablito, le trattative con Boniperti e il segreto della normalità: Paolo Rossi, morto a 64 anni, raccontato attraverso sue frasi e dichiarazioni

 

Normale

«Non ero un fenomeno atletico, non ero neanche un fuoriclasse, ma ero uno che ha messo le sue qualità al servizio della volontà. Anche uno qualsiasi, uno normale, può farcela. Mi pare un buon messaggio, non solo nello sport».

 

Frazione di secondo

«Ero un attaccante rapido e intuitivo, la mia forza nasceva dalla testa, dalla lucidità, dall’intuito. Vincevo sulla frazione di secondo, arrivavo all’improvviso con la punta del piede e fregavo gli avversari. I difensori spesso non capivano dove stavo».

 

Uccellino

«Il mio idolo da bambino? Hamrin, quando giocava nella Fiorentina. Sognavo di diventare come lui, perché ero un’aletta veloce, con lo stesso numero 7. Ero tifoso della Fiorentina e ricordo a memoria la squadra che andavo a vedere nel 1969 quando vinse l’ultimo scudetto: Superchi, Rogora, Mancin, Esposito, Ferrante, Brizi, Rizzo, Merlo, Maraschi, De Sisti, Amarildo o Chiarugi».

 

Cartellino

«Il centravanti è un po’ come uno che va a timbrare il cartellino: se ti dimentichi di farlo, poi ti accorgi che ti manca qualcosa. Non se ne può fare a meno».

 

Fabbri

«Incontri fondamentali oltre Bearzot? Gigi Fabbri. È lui ad avermi scoperto attaccante, quando allora giocavo sulla fascia; è lui ad aver intuito il mio intuito per il gol. Sulla fascia non avrei ottenuto questa carriera».

 

Lanesorri

«Il calcio di Fabbri era modernissimo, i difensori dovevano costruire, i terzini attaccare e io ero la punta unica che con i suoi movimenti faceva inserire i centrocampisti» (a proposito del Lanerossi Vicenza di Giovan Battista Fabbri).

 

Pranzo

«Fabbri dava gli stessi consigli di un padre. Spesso mi invitava a pranzo a casa sua. Se lo immagina oggi un calciatore che va a pranzo a casa di Conte o Mourinho?».

Paolo Rossi

@Archivio Lapresse

Esordio

«Forse uno dei momenti più belli della mia vita. Ricordo i minuti dell’inno, sentivo una paura folle, mi guardavo attorno ma quasi non vedevo nulla; non mettevo a fuoco il pubblico in tribuna. Poi al fischio d’inizio sono stato preda di una sensazione di forza assurda» (a proposito dell’esordio in Nazionale, in Italia-Belgio, il 21 dicembre 1977)

 

Scheletri

«Non ho scheletri nell’armadio. Mi sono fatto due anni di squalifica senza colpe, ma una morale della favola esiste: si può essere stritolati da qualcosa che ci cattura senza che noi abbiamo fatto nulla perché accadesse. Si può diventare vittime e non riuscire a dimostrarlo» (sulla condanna per il caso calcioscommesse).

 

Condanna

Nella sua biografia (Ho fatto piangere il Brasile, Limina 2002) ha raccontato così la vicenda che lo fece condannare: «Dopo cena, mentre sto giocando la solita partita a tombola, tanto per ammazzare il tempo, mi si avvicina il mio compagno Della Martira: “Paolo, vuoi venire un attimo che ci sono due amici che vogliono conoscerti?”. Non sono capace di dire di no. Controvoglia affido le mie cartelle a Ceccarini e mi alzo. Nella hall vedo due tipi che non avevo mai visto, stringo loro la mano: “Piacere”. Non capisco cosa vogliano da me. Improvvisamente Mauro Della Martira dice: “Paolo, questo è un mio amico che gioca alle scommesse”. E l’amico dell’amico in spiccato accento romanesco: “Paolo, che fate domenica?”. Rispondo genericamente: “Beh, cerchiamo di vincere”. “E se invece pareggiate?”. Non capisco dove voglia andare a parare, sono imbarazzato anche se non lo do a vedere. Non vedo l’ora di liberarmi dall’impiccio. Rispondo: “Il pareggio non è un risultato da buttare. L’Avellino ha un punto in meno di noi, ha vinto con la Juve e ha perso soltanto con il Torino”. “Sai, abbiamo un amico dall’altra parte che dice che un pareggio andrebbe più che bene”, aggiunge l’altro… “magari fai anche due gol”. La discussione non mi piace per nulla. Voglio tornare alla mia tombola, queste facce non mi ispirano fiducia, taglio corto: “Mauro, mi aspettano, ci vediamo, fai tu” giusto per non fargli fare brutta figura. E torno al mio posto e riprendo a giocare. Tutto è durato appena due minuti, quelli che diverranno i due minuti più angoscianti della mia carriera. Il campo è nero di pioggia e terra, gli specchi d’acqua sono alti, evii entriamo con tutte le caviglie. Giusto il tempo di battere il calcio d’inizio e dopo 30 secondi segno il gol del vantaggio: il difensore dell’Avellino Di Somma prova a respingere un pallone che batte sulla schiena di Bagni e finisce tra i miei piedi, a circa 25 metri dalla porta difesa da Piotti. Il portiere, vedendomi avanzare solo, prova l’uscita ma lo scavalco con un pallonetto dolce che s’infila in rete. Uno a zero. La partita è dura, vivace, con diverse occasioni da rete da entrambe le parti. Pareggia l’Avellino con un gol di Pellegrini che sfugge al controllo di Zecchini e Della Martira, poi segnano ancora i padroni di casa con l’attaccante De Ponti. Il gol del due a due avviene in mischia, dove su corta respinta di Boscolo, insacco da non più di tre metri. Risolvo con un tocco dei miei una partita che sembrava compromessa. È la mia quarta doppietta in campionato, sarà infamata».

Paolo Rossi

19 maggio 1980, processo calcioscommesse. Paolo Rossi nell’aula del tribunale. ©Archivio Lapresse

Giovani

«Quando arrivai in Nazionale vedevo Bearzot come una persona di un certo tipo, con una certa esperienza. Oggi se penso a Roberto Mancini mi sembra uno giovane. Ma quelli di Bearzot erano 54 anni di un altro vissuto. Ci sono persone che nascono così, già mature da giovani. Come Bergomi».

 

Confidenze

«Penso ad Antonio (Cabrini): dormivamo in stanza insieme e alle sistematiche chiacchierate e confidenze prima di addormentarci. Non parlavamo solo di calcio, ma di noi come persone; uno non deve mai dimenticare un fattore chiave: eravamo dei ragazzi poco più che ventenni con gli occhi dell’Italia addosso».

 

Bearzot

«Un uomo non facile. Quando ti parlava non aveva l’aria paterna. Era un po’ rigido. Buono, ma rigido. A volte, poche, ti dava una carezza. Ma più spesso usava il bastone» (su Enzo Bearzot).

 

Particolari

«Mi emoziono ancora. Sono passati tanti anni ed è quasi come allora. Mi godo le immagini e i particolari che nella frenesia di allora mi erano sfuggiti. Ricordi dolcissimi di un’impresa straordinaria che ha segnato la mia vita. Quando si vince si vince, però il modo in cui lo fai lascia il segno. La nostra è stata una storia perfetta, una specie di romanzo. Soli contro tutti. Un crescendo pazzesco. Prima l’Argentina, poi l’impresa memorabile con il Brasile. Abbiamo vinto meritatamente, battendo tutte le migliori» (a proposito del Mondiale 82).

 

Pablito

«Giorgio Lago, giornalista del Gazzettino di Venezia, mi soprannominò Pablito e da quei giorni in Argentina sono diventato Pablito per tutti. Le mie figlie mi chiamano Paolo, ma a me piace che gli altri nel mondo del calcio mi chiamino Pablito».

 

Rabdomanti

«Eravamo dei rabdomanti del progresso, viaggiavamo a occhi chiusi verso il domani, con alle spalle logiche a volte ancestrali. Neanche ci rendevamo bene conto delle strade che stavamo aprendo. E i reali benefici sono stati a beneficio di altri arrivati dopo di noi» (a proposito della nazionale campione del mondo nel 1982).

Paolo Rossi

(AP Photo/Dave Caulkin, File)

 

Juventus

«Quello alla Juve, professionalmente, è stato il periodo più bello della mia carriera. C’era molta umanità da parte delle società e tanti campioni in squadra. Ho avuto la fortuna di giocare con Platini, uno straordinario fuoriclasse, sicuramente il compagno più bravo che mi sia capitato di affiancare. Raramente una generazione ha comunque fornito tanti campioni come quelli di cui disponeva la Juve nella prima metà degli Anni 80. Oltre a Platini, c’erano Scirea e Tardelli, Gentile e Cabrini, Bettega e Boniek».

 

Aumento

«Le battaglie con Boniperti per il rinnovo dei contratti. Una volta impiegai due mesi per avere dieci milioni d’aumento: ascoltati adesso, certi aneddoti non sembrano di vent’anni fa ma di cinquanta. Eppure io sono contento di essere stato Paolo Rossi nel 1982 e non nel 2002».

 

Normalità

«Certi momenti li superi solo con la normalità. Perché la vita non è solo quello e non devi farti divorare dalla pressione. Devi vivere con spensieratezza: non è facile, ma lo devi fare per sminuire le cose».

 

Fonti: Alessandro Bocci, Corriere della Sera 1/12/2019; Alberto Cerruti, La Gazzetta dello Sport 20/9/2016: Maurizio Crosetti, la Repubblica 21/5/2006; Tommaso Pellizzari, Corriere della Sera 18/4/2020; Alessandro Ferrucci, il Fatto Quotidiano 9/9/2018; Paolo Tomaselli, Corriere della Sera 23/9/2016; Paolo Rossi, Ho fatto piangere il Brasile, Limina 2002.

 

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