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Il derby della disperazione

By 13 Dicembre 2019

Genoa e Sampdoria pagano le scelte fatte in estate. Due progetti naufragati in fretta che oggi si sfideranno un un derby dominato dalla paura della B

E andiamo a Genova coi suoi svincoli micidiali, direbbe il Principe, che nonostante la collocazione del nostro racconto non è certamente Diego Alberto Milito. Il Ferraris si accinge a ospitare un derby che trasuda disperazione da ogni poro, con Genoa e Sampdoria a sgomitare per la sopravvivenza: rossoblù a quota 11 punti e diciottesimi in classifica, blucerchiati un passetto più avanti, ma entrambe con il Brescia che fa sentire il rumore della freccia del sorpasso, avendo da recuperare il match con il Sassuolo.

Una stracittadina che neanche i più feroci detrattori delle gestioni di Preziosi e Ferrero avrebbero immaginato così drammatica: l’affascinante progetto tecnico di Aurelio Andreazzoli è rimasto su carta, la scelta suggestiva di Eusebio Di Francesco non solo non ha pagato, ma ha fatto sprofondare la Samp nell’abisso della zona retrocessione. Le colpe non sono tutte da ascrivere ai tecnici che hanno dato il via alla stagione: a entrambe le squadre manca qualcosa, con i doriani che non hanno saputo sopperire alle partenze di elementi importanti come Andersen, Praet e Defrel e i rossoblù che hanno forse sopravvalutato il valore di qualche titolare. Cerchiamo di isolare alcuni temi che possono provare a spiegare cosa ha portato Genoa e Sampdoria a un derby della Lanterna da brividi, e quali potranno essere le chiavi dell’incontro.

 

Un mercato superficiale

. (Photo by Paolo Rattini/Getty Images)

Non c’è dubbio che qualcosa in estate sia andato storto. Il progetto del Genoa, a dire il vero, era parso più solido di quello della Sampdoria. Andreazzoli, per quanto reduce da una retrocessione, era uscito vincitore dalla sua esperienza empolese, con la squadra che aveva mostrato un bel gioco nella parte finale della stagione. La conferma di Radu tra i pali, la possibilità di disporre di Romero per un’altra stagione, l’aggiunta di Zapata in difesa e di Pajac sulla corsia mancina con il rientro alla base di Ghiglione, l’intrigante arrivo di Pinamonti in attacco, la ciliegina Schöne in cabina di regia.

Tanti lustrini, ma mancava la sostanza. Il meccanismo dell’Empoli si reggeva su una mediana fuori scala per la lotta retrocessione: Traoré-Bennacer-Krunic, materiale più da zona Europa League che da lotte nei bassifondi. Schöne si è trovato ai fianchi soltanto centrocampisti volenterosi (Lerager, Cassata) o fuori ruolo (Radovanovic non ha nulla della mezzala, i timidi tentativi di testare l’arretramento di Saponara hanno avuto effetti tragici), ed è comunque parso il lontano parente del regista ammirato all’Ajax. Soprattutto, si è dato per scontato che questo fosse l’anno dell’esplosione di Pinamonti, senza portare a Genova un ricambio di sicuro affidamento: Sanabria e Favilli non rappresentano alternative credibili, e l’attaccante scuola Inter sta avendo le sue difficoltà a sfondare.

Ancora più evidenti gli squilibri nell’organico della Sampdoria: Ferrero e Osti hanno consegnato a Di Francesco, un allenatore noto per la sua tendenza a voler difendere in avanti, un organico privo di centrocampisti e difensori in grado di accorciare la squadra. Il tecnico abruzzese non si è mosso dal suo spartito, cercando comunque di preparare la ricetta che aveva in mente pur non disponendo degli ingredienti: mancava tutto per il suo modo di intendere il calcio, anche gli esterni d’attacco giusti, eppure è andato avanti come se nulla fosse, finendo per schiantarsi contro il muro dei risultati negativi. L’esonero, inevitabile, ha rimesso la Sampdoria in carreggiata, perché al suo posto è arrivato un allenatore, lo stesso che lo aveva sostituito a Roma, che cerca di preparare piatti poveri con quello che offre la dispensa.

 

Due modi diversi di intendere l’emergenza

(Photo by Alessandro Sabattini/Getty Images)

La direzione presa dalla dirigenza blucerchiata, una volta esonerato Di Francesco, è stata estremamente lineare: dopo un timido sondaggio per Gattuso, e uno un po’ meno timido per Pioli, “rapito” in extremis dal Milan, la rotta è stata spostata verso Claudio Ranieri, decisamente un porto sicuro. L’allenatore romano è un amante del 4-4-2, e l’organico della Sampdoria non pareva affatto disegnato per un sistema del gioco di questo tipo, ma ha cercato comunque di trovare gli uomini giusti da mettere nelle caselle rimaste libere.

Come prima cosa, ha dato continuità alla coppia d’attacco: il partner di Quagliarella è Gabbiadini, i vari Rigoni e Caprari sono utili soltanto di rincorsa. Quello che sembra averne giovato di più non è il bomber delle ultime stagioni ma il buon Manolo, bravo a ritagliarsi gli spazi giusti attorno al capitano e a liberare, spesso e volentieri, il suo mancino da fuori area. Ha quindi cercato di dare stabilità a una difesa che subiva gol con una frequenza allarmante, e lo ha fatto tirando indietro il baricentro di tutta la squadra: la Sampdoria è ora una squadra finalmente corta, anche se molto più bassa rispetto all’idea di Di Francesco, che cercava invano di trasportare nella metà campo avversaria i suoi, finendo per vedere un undici lunghissimo e sfilacciato in giro per il campo.

Ranieri, in sostanza, ha fatto quello che fa da sempre: ha aggiustato qualcosa che non stava funzionando. Nelle ultime due uscite, però, la Sampdoria è tornata ai difetti del passato, perdendo una partita incredibile contro il Cagliari dopo essere stata avanti 0-2 e 1-3 e difendendo malissimo all’interno della propria area di rigore, lasciando che Joao Pedro prima e Cerri poi facessero il bello e il cattivo tempo. Diversa, ma per certi versi ancor più sanguinosa, la sconfitta interna con il Parma, che nella prima mezz’ora ha dettato legge al Ferraris, salvo poi rintanarsi a protezione dei tre punti.

(Photo by Maurizio Lagana/Getty Images)

Il percorso del Genoa, una volta cacciato Andreazzoli, è stato decisamente meno prevedibile. I primi nomi fatti per la sostituzione dell’ex tecnico dell’Empoli erano dei profili molto più vicini a Ranieri che a quello di Thiago Motta: da Gattuso (ancora tu?) a Davide Nicola, passando addirittura per l’ipotesi di un clamoroso ritorno in panchina di Francesco Guidolin, fermo dal 2016. Alla fine, con l’ennesimo colpo di teatro della sua gestione, Preziosi ha optato per il rientro in rossoblù di Motta, che a Genova aveva rilanciato la sua carriera di giocatore e dalla Liguria sta cercando di far decollare la sua nuova vita da allenatore.

Tutto sembrava filare liscio: la bellissima vittoria in rimonta con il Brescia e l’ottima prestazione in casa della Juventus, seppur chiusa con una sconfitta in pieno recupero, avevano dato grande ottimismo alla piazza. A differenza di Ranieri, che ha puntato sulla solidità, Motta ha cercato di trasmettere ai suoi una mentalità estremamente propositiva: vuole un calcio ragionato, di possesso, con il Genoa padrone del campo e sempre pronto alla riaggressione. Ha esplorato ogni risorsa dell’organico a sua disposizione, valutando Gumus, dando un ruolo centrale a Cassata, dirimendo il dualismo Radovanovic-Schöne e, soprattutto, scatenando l’estro di Agudelo, utilizzato indifferentemente da esterno d’attacco, da trequartista o da mezzala, in base alle necessità del momento.

La sconfitta interna con l’Udinese gli ha provocato critiche per una gestione scellerata dei cambi, ma è stata seguita da una buona prestazione a Napoli e dal pareggio di Ferrara. Il ko con il Torino ha gettato la piazza nel malumore, ma è stato frutto più di errori dei singoli, specialmente sotto porta, che della prestazione complessiva. Stesso discorso per il pareggio subito in rimonta a Lecce, con le espulsioni di Agudelo (letale anche un suo errore davanti a Gabriel sullo 0-2) e Pandev che hanno certamente agevolato il rientro dei salentini, comunque bravi a rientrare in partita già in undici contro undici.

 

Le chiavi del match, oltre la paura

Foto Massimo Paolone/LaPresse

La paura di perdere il derby condizionerà la partita almeno quanto le assenze che Motta dovrà fronteggiare: proprio Pandev e Agudelo, che con il nuovo tecnico sono diventati elementi centrali per lo sviluppo del gioco del Genoa, non ci saranno per squalifica. Due forfait che si aggiungono a quello del lungodegente Kouamé, colpo durissimo per le speranze di salvezza del Grifone, anche se i più maligni sostengono che l’infortunio al crociato abbia minato più le chance di cessione a gennaio che quelle di permanenza in A dei rossoblù.

Anche Pajac non è al meglio, un problema in più per Motta che, a Lecce, aveva abbandonato la difesa a 4 per passare al 3-4-3. Il tecnico, in queste settimane, ha ritrovato il prezioso apporto di Sturaro, e probabilmente insisterà sul modulo visto al Via del Mare nel tentativo di mascherare l’emergenza in attacco, inserendo un centrocampista come finto esterno offensivo: le due ali di Motta sono solite stringere in mezzo al campo per lasciare la corsia libera a chi arriva da dietro, fungendo da raccordo tra centrocampo e attacco.

Se da un lato, realisticamente, vedremo un Genoa propositivo e voglioso di fare la partita, è altrettanto probabile che la Sampdoria, complice il doppio ko tra Cagliari e Parma, almeno inizialmente decida di non prestare il fianco alla manovra avvolgente del Grifone, difendendo con due linee compatte a protezione di Audero. Ranieri sta alternando il 4-4-2 puro a un rombo di centrocampo nel tentativo di esaltare Gaston Ramirez, uno dei giocatori con maggiore qualità in rosa: l’uruguaiano ha il compito di trovare la posizione giusta con il passare dei minuti, potendo contare su un altro esterno atipico come Jankto sul centro-sinistra. L’ex Udinese si sta specializzando in un ruolo ibrido, un po’ quarto di sinistra, un po’ mezzala, modellando la propria posizione in base alle esigenze del compagno. Il tecnico dovrà inoltre decidere con quale strutturazione di centrocampo rispondere a Motta: Ekdal agirà in coppia con un giocatore estremamente fisico come Vieira oppure con un calciatore più portato agli strappi palla al piede come Linetty?

In mezzo a tante difficoltà, Genoa e Sampdoria si sfideranno in una partita che non si preannuncia bellissima, ma che dovrebbe eccellere per agonismo. Due squadre che vivono un momento particolare proveranno ad aggrapparsi al derby come trampolino di rilancio verso un inverno più tranquillo. Ma per ricollegarci al Principe, questa pioggia, paradossalmente, potrebbe non finire mai.

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