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Il giorno in cui siamo tornati ad ascoltare i rumori del calcio

By 9 Marzo 2020

Il calcio è cinema naturale che andrebbe sempre visto dal vivo: senza la presenza del pubblico, rimane solo quella di scena, un set, che si uniforma e diventa soltanto cinema, anzi mezzo cinema, una fiction tivù, con più trama

Svuotati gli stadi, dal coronavirus, emergono le voci del campo e soprattutto il suono del pallone, torna il cortile e un calcio primordiale, anche se non piace a quelli come Cristiano Ronaldo che, scendendo dal bus della Juventus, ha involontariamente citato “Blow up” di Michelangelo Antonioni, dando il cinque a dei tifosi inesistenti. Le partite a porte chiuse sono tristi, perché mancano dell’ultimo rito tribale, dell’ultimo esercizio politico possibile e/o conflitto sociale: il tifo.

Lo spettatore allo stadio non è solo l’effetto visivo e tattile per chi segue da casa, ma è anche la manifestazione reale del motivo che porta a rincorrere il pallone, occupando più o meno bene il campo. Insomma, sembra niente ma se togli il pubblico e lasci il gioco, questo sembra monco, e in una catena di smontaggio viene via la patina, il circo, i direttori, i trapezisti, e restano solo le “bestie” con i loro versi, sotto la tenda o nelle gabbie. Tanto che oggi dalle serie inferiori alle partite di A tutti han scritto e parlato di “atmosfera surreale”, sembrava la parola d’ordine, come se ci fossero i soldati col mitra, l’aggettivo surreale andrebbe tenuto per altre cose, in realtà, si sarebbe dovuto dire soltanto calcio incompleto.

Eppure, nel tempo prima del virus, si discuteva moltissimo di come adeguare il pubblico alla gradevolezza, di come istruire il tifoso, come lavorare per fargli perdere la scheggia d’irrealtà che poi sfociava nella ricerca dell’offesa e nel sogno dello scontro, il tentativo ora è rimandato, e tocca raccontare il suono del pallone che prende il sopravvento, rimbombando tra le gradinate vuote degli stadi, salendo con la solitudine degli incitamenti tecnici, con i dettagli di una marcatura o le coordinate di una posizione, e costringendo Maurizio Sarri a chiedere alla sua panchina di spingere la squadra, di sostenerne la vittoria.

Mancava la spinta, il motivo, l’abbraccio, mancava un uomo-collettivo che non può entrare in campo ma senza il quale il campo perde molto senso e il gioco si riduce, l’esibizione non ribolle, non trovando specchi. Non è un caso che un grande scrittore – uno che ha passato gli ultimi giorni della sua vita con i tifosi del Rosario Central sotto al balcone a incitarlo come se fosse un calciatore – Roberto «el Negro» Fontanarrosa, nel romanzo “L’area 18”, avesse immaginato l’incontro memorabile alla fine della storia in uno stadio costruito sul cratere del vulcano Mombasa. O è bolgia o non è pallone. E faceva impressione vedere il Boca Juniors vincere alla Bombonera il campionato argentino l’altra notte e poi ritrovarsi lo Stadium vuoto. Un salto tra due mondi.

Hanno fatto uno sforzo le squadre giocando nel silenzio, lasciandosi disarmare come quando tutti questi calciatori erano soli e si immaginavano il pubblico, si autocronachizzavano – come i bambini di “Ovosodo” di Paolo Virzì che simulano la finale mondiale 1982 che si sarebbe giocata poche ore dopo – o se erano fortunati giocavano con Piero Villaggio, fratello di Paolo, che dribblava cantando Omero. Ma c’era anche chi si produceva in immedesimazioni silenziose facendosi bastare la maglietta indossata che aveva il compito dell’appartenenza e della scia, in pratica parlava per loro, riproduceva la vita del campione in piccolo: erano i più timidi, gli introversi che col silenzio giocavano meglio, concentrandosi sulla giocata da fare, quelli che poi avrebbero smesso a breve di dare calci a un pallone.

 (Photo by Daniele Badolato – Juventus FC/Juventus FC via Getty Images)

L’assenza di pubblico, col passare del tempo e delle partite, ha anche raccontato i calciatori come degli ologrammi, Cristiano Ronaldo a un certo punto sembrava un cane animato in 3D di quelli che “recitano” con Harrison Ford nel “Richiamo della foresta”, forse per scongiurare questo effetto e per non sembrare a un allenamento, sprecandosi solo per un pubblico a casa, LeBron James ha avvertito i suoi: «Senza tifosi non gioco, abbiamo bisogno dei tifosi, io gioco per loro, che facciano quel che vogliono, ma io in un palazzetto vuoto non gioco».

Quelli del basket son più sofisticati, invece i calciatori hanno giocato e per una volta si sono sentiti un po’ più del solito, la loro voce si è ricongiunta con i corpi, non più dispersa nel casino del tifo, il campo s’è fatto nicchia, ed è venuta fuori un’opera polifonica piena di stonature che però riportava l’autentico, la spontaneità, l’infanzia, una operazione beniana, di scomparsa del pubblico e dei testimoni reali e un innalzamento della finta autenticità, in fondo il calcio è cinema naturale che andrebbe sempre visto dal vivo: senza la presenza del pubblico, rimane solo quella di scena, un set, che si uniforma e diventa soltanto cinema, anzi mezzo cinema, una fiction tivù, con più trama; non ci fossero stati anche i telecronisti, avremmo avuto una nuova condizione del racconto calcistico, con le telecamere che testimoniano: tutto devitalizzato e amplificato in un prequel della possibile realtà, qualcosa tra Philip K. Dick ed Eduardo Galeano.

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