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Quando i tifosi sono di troppo

By 28 Febbraio 2020
Miracolo Deportivo Palestino

Questioni di politica, sicurezza e squalifiche dei campi. Ecco 9 partite a porte chiuse dall’alto valore simbolico

Il più delle volte è stata la politica. Più raramente si è trattato di questioni legate alla sicurezza degli impianti o alla squalifica di uno stadio per atteggiamenti non proprio edificanti da parte dei tifosi che lo riempiono. Ora, invece, ci ha pensato l’allarme intorno a una possibile pandemia di Coronavirus.

Sono tanti i motivi che hanno portato a trasformare il calcio in qualcosa di diverso. Almeno per qualche settimana. Perché negli ultimi 20 anni quello che prima sembrava impossibile è lentamente diventato prassi. E quella di far giocare una partita a porte chiuse, senza pubblico, non è più un’idea così assurda.

Il calcio senza tifosi, però, è un’esperienza alquanto straniante. E non solo per quel mare di seggiolini vuoti che fa naufragare qualsiasi senso di partecipazione al match. Guardare una partita senza pubblico, con il filtro della televisione, è piuttosto peculiare. Soprattutto da un punto di vista acustico. Per una volta si possono sentire le esultanze dei calciatori, le istruzioni dei tecnici, le imprecazioni che si alzano per poi dissolversi improvvisamente, il rumore degli scarpini che colpiscono il pallone. Tutto per un percorso sensoriale molto diverso rispetto a quello che ormai consideriamo normalità.

Abbiamo scelto 8 partite a porte chiuse che, per qualche motivo, hanno assunto un alto valore simbolico.

 

3 novembre 2004, Roma. Roma – Bayer Leverkusen 1-1

© Marco Rosi LaPresse

Un’annata compromessa prima ancora di iniziare. L’estate del 2004 è stata fin troppo complessa per i tifosi romanisti. Colpa dell’addio di Fabio Capello, che dopo aver garantito di non essere interessato alla panchina della Juve abbandona improvvisamente la Capitale per trasferirsi proprio a Torino. Ma anche di una situazione economica molto complicata, che costringe i capitolini a privarsi di Emerson, Samuel e Zebina.

Per aprire un nuovo corso, Franco Sensi affida la panchina della squadra a Cesare Prandelli. Sembra l’avvio di un lungo sodalizio, invece tutto naufraga molto presto. A fine agosto il tecnico rassegna le dimissioni per stare vicino alla moglie, gravemente malata. In molti sperano si tratti di un arrivederci e non di un addio, ma intanto la squadra viene affidata a un’icona giallorossa come Rudi Voeller.

L’esordio in campionato non è poi così male. All’Olimpico la Roma batte 1-0 la Fiorentina grazie a un gol di Montella e si illude di essere tornata alla normalità. A risvegliarla ci pensa un altro debutto stagionale, quello in Champions League. Il 15 settembre, infatti, i giallorossi ospitano la Dinamo Kiev nella prima giornata del Gruppo B. Bastano pochi minuti per capire che non si tratta di una gara poi così semplice. All’intervallo i giallorossi sono sotto per 0-1, quando una monetina lanciata dagli spalti centra la fronte dell’arbitro, l’assicuratore svedese Anders Frisk. Le immagini fanno il giro del mondo. Il fischietto svedese è accasciato per terra mentre il sangue gli cola giù lungo la faccia.

LaPresse.

Non ci vuole un esperto di diritto sportivo per capire che la Roma andrà incontro a una punizione esemplare. E così è. I giallorossi perdono 0-3 a tavolino e sono costretti a giocare le altre due partite casalinghe del girone a porte chiuse. Poco importa, visto che la Roma avrà modo di autoeliminarsi dalla Champions perdendo le trasferte contro il Real Madrid e il Bayer Leverkusen. Il 3 novembre i tedeschi fanno visita ai capitolini in quello che viene ricordato come un match surreale.

I due club, infatti, possono far entrare all’Olimpico un totale di 150 tesserati (fra giocatori, magazzinieri, medici e dirigenti), mentre i giornalisti accreditati sono circa trecento. Il protocollo è uguale per tutti, anche per il sindaco Veltroni, che deve inviare una richiesta direttamente all’Uefa e sperare in un accredito. All’interno dell’impianto i posti sono assegnati nominalmente e, visto che il bar è chiuso, ci si può alzare solo per andare in bagno. Ma la parte peggiore va scena prima del fischio di inizio, quando l’inno della Champions League risuona in uno stadio completamente deserto.

La squadra di Luigi Delneri, che era subentrato a Voeller e che lascerà il posto a Bruno Conti, pareggia 1-1. Un risultato inutile anche per sognare un declassamento in Coppa Uefa.

 

19 gennaio 2012, Amsterdam. Ajax – AZ Alkmaar 2-3

(Photo by Dean Mouhtaropoulos/Getty Images)

Il 21 dicembre del 2011 Ajax e AZ Alkmaar si affrontano in Coppa d’Olanda. Una partita come tante se non fosse per un unico, piccolissimo, dettaglio. Al minuto 35, infatti, un tifoso biancorosso invade il terreno dell’Amsterdam Arena e prova ad aggredire il portiere ospite. Non esattamente un’idea geniale visto che, in quel momento, i padroni di casa sono in vantaggio per 1-0.

La situazione degenera immediatamente. L’invasore è ubriaco e cade rovinosamente a terra dopo aver colpito Esteban Alvarado. In una frazione di secondo, però, il portiere ospite si trasforma da aggredito ad aggressore. Come? Prendendo a calci il tifoso dell’Ajax. Ne esce un parapiglia che l’arbitro seda sventolando il cartellino rosso sotto al naso di Alvarado. A quel punto Gertjan Verbeek, allenatore dell’AZ, schiuma rabbia e decide di ritirare la sua squadra. Ce n’è abbastanza per scomodare un esercito di legali.

«Capisco che Alvarado si stesse difendendo – dichiara l’arbitro subito dopo la partita – ma avrebbe potuto evitare di prendere a calci il tifoso». La Federazione, però, è di parere diverso e decide di annullare il rosso al portiere. Va molto peggio all’invasore. Si tratta di un ragazzo di 19 anni che in 24 ore viene arrestato, condannato a quattro mesi di reclusione e bandito dagli stadi per 30 anni.

(Photo by Dean Mouhtaropoulos/Getty Images)

La Federcalcio olandese decide che la partita deve essere rigiocata. Il 19 gennaio. A porte chiuse. Così l’Ajax propone di far entrare allo stadio donne e bambini fino a 12 anni nel tentativo di distendere gli animi. Un’idea che era venuta qualche mese prima a un dirigente del Fenerbahce, che aveva pensato di aggirare così l’obbligo di giocare senza pubblico.

La Federazione si prende un po’ di tempo. Poi accetta. Il replay si gioca davanti a 20mila spettatori, per lo più bambini accompagnati da qualche adulto. L’idea, però, non porterà bene all’Ajax, che viene sconfitto 2-3. «L’ atmosfera era strana, ma anche molto bella», si limiterà a dire l’allenatore dell’AZ a fine partita.

30 settembre 2014, Mosca. CSKA – Bayern Monaco 0-1.

(Photo by Laurence Griffiths/Getty Images)

La speranza di superare il girone di Champions League dura meno di 90′. Nella gara inaugurale, infatti, il CSKA fa visita alla Roma. La squadra di Rudi Garcia si impone per 5-1 grazie alla doppietta di Gervinho e alle reti di Iturbe e Maicon, arrotondate dall’autorete di Ignashevich. Ma il peggio deve ancora arrivare. Perché prima della partita i tifosi russi cercano lo scontro con gli ultras romanisti. Poi, una volta entrati all’Olimpico, ecco che iniziano a prendersela con gli stewart. La polizia è costretta a intervenire e per ristabilire la calma ci impiega tutto il primo tempo.

L’Uefa non gradisce. Anche perché nel dicembre del 2013 i tifosi russi avevano esposto simboli di estrema destra e intonato cori razzisti durante il match in casa del Viktoria Plzen, nel gruppo D di Champions. Allora la vicenda si era conclusa con una condanna tutto sommato mite: una partita casalinga da giocare a porte chiuse e una multa da 50 mila euro.

Ora, però, tutti si aspettano una stangata. Che arriva puntuale qualche giorno più tardi. L’Uefa sanziona il CSKA con tre partite da giocare in casa a porte chiuse, una multa da 200mila euro, e lo stop alle trasferte dei tifosi in Champions League.

(Photo by Alex Livesey/Getty Images).

Un disastro. Anche perché la seconda partita del girone si deve giocare in un’Arena Chimki deserta. Per di più contro il Bayern Monaco di Pep Guardiola. Nessuno è molto convinto del provvedimento. Neanche Karl-Heinz Rummenigge, ad del club bavarese. «Sono nel calcio da 40 anni – dice – ma non ho mai vissuto una cosa simile fino ad ora. Non si può privare il calcio di atmosfera ed emozione».

I tifosi del Bayern, però, non si rassegnano. Anzi, tirano fuori dal cilindro un’idea geniale. Si autotassano e mettono insieme un gruzzoletto necessario per affittare un grattacielo con affaccio proprio all’interno dell’Arena Chimki. Un espediente non economico ma comunque efficace. Perché gli ultras del Bayern assistono alla vittoria del loro club, anche se con un modesto 0-1.

 

1 ottobre 2018, Barcellona. Barcellona – Las Palmas 3-0

(Photo by Alex Caparros/Getty Images)

Il colpo d’occhio è impressionante. Centomila seggiolini vuoti che abbracciano un prato verde. Un palcoscenico sterminato sul quale si muovono, in un silenzio spettrale, due squadre e un arbitro. Il 1° ottobre 2018 non è una giornata come le altre per Barcellona. Perché mentre la città è chiamata alle urne per esprimersi sul referendum per l’indipendenza della Catalogna, i blaugrana sono impegnati nella sfida di campionato contro il Las Palmas.

Una partita importante che si inserisce all’interno di una giornata ancora più importante. Perché l’unità della Spagna non è mai stata così in bilico. Ai seggi scoppiano presto i disordini, con la polizia che cerca di impedire il voto. Qualcuno si lascia scappare qualche parola pesante, altri vengono alle mani con le forze dell’ordine. Fatto sta che a fine giornata i feriti sono circa 400. Alcuni giocatori del Barcellona, in mattinata, si fanno fotografare ai seggi. Piqué fa di più. Al suo arrivo è accolto da una folla di giornalisti, fotografi e cameramen. Qualcuno lascia partire un applauso, altri gli chiedono una dichiarazione. «Quel che sta accadendo è una vergogna – dice il difensore – le immagini parlano da sole».

Poco dopo prende posizione anche il club: «Il Barcellona condanna i fatti accaduti in Catalogna, volti a prevenire il diritto democratico dei cittadini ad esprimere liberamente il proprio voto». E non finisce qui. Perché durante la mattinata il club chiede alla Federazione di rinviare la partita. Augustì Bendito, dirigente del club e rivale del presidente Bartomeu, è irremovibile: il Barça non deve scendere in campo per nessun motivo. Federazione e Liga sono irremovibile. Si deve giocare, dicono. A tutti i costi.

(Photo by Alex Caparros/Getty Images)

A rompere l’impasse è Bartomeu. Il presidente si mette in contatto con la polizia catalana e chiede di verificare la sussistenza delle condizioni di sicurezza necessarie per scendere in campo. E i “Mossos” eseguono immediatamente. Si recano allo stadio, scambiano due parole con gli arbitri, capiscono che i tifosi che sostano al di fuori dell’impianto sono tranquilli. Poi comunicano il loro verdetto: si può giocare. Così il Barcellona alza ancora l’asticella. Il club annuncia il rinvio del match. È una decisione unilaterale, una provocazione che non potrà che essere punita con una sconfitta a tavolino.

A scongiurare il peggio ci pensa l’intervento di un gruppo di giocatori. Da Messi a Suarez, i senatori chiedono di scendere in campo, di evitare penalizzazioni in classifica e disordini lungo le strade. Il club si prende qualche minuto per riflettere, poi decide per una linea meno dura. Si giocherà, ma a porte chiuse. Non per motivi di sicurezza, ci tengono a precisare, ma come segno di protesta. L’idea è quella di scendere in campo al fianco “del diritto democratico dei cittadini catalani” di esprimere il proprio voto. Durante il riscaldamento il Barcellona scende in campo con una maglia gialla a righe rosse, riferimento più che chiaro alla bandiera della Catalogna. Al contrario, il Las Palmas si cuce sul petto la bandiera della Spagna. «È il nostro voto a una consultazione immaginaria, che nessuno ha mai convocato. Crediamo nell’unità della Spagna».

Sul campo finirà 3-0 per i catalani. Ma, forse, questo è il dato meno interessante.

 

14 febbraio 2007, Livorno. Livorno – Espanyol 1-2

(Photo by Bagu Blanco/Getty Images)

Nell’estate del 2006 le sentenze di Calciopoli ridisegnano gli equilibri della Serie A. Mentre l’Italia vince i Mondiali tedeschi, la nuova classifica del campionato vede il Livorno arrampicarsi fino al sesto posto. Un piazzamento che regala agli amaranto la possibilità di giocare per la prima volta nella loro storia in Coppa Uefa. Nel girone A la squadra di Arrigoni pesca Rangers, Maccabi Haifa, Auxerre e Partizan Belgrado.

La città vive un sogno, il presidente Aldo Spinelli un incubo. «Mi auguro di uscire dalla Coppa Uefa, l’obiettivo di quest’anno è il campionato – dice a dicembre il numero 1 del Livorno. Mercoledì abbiamo la Coppa Italia, sabato giochiamo contro uno squadrone come il Palermo, poi dovremo volare ad Auxerre: non siamo in condizioni di potercela fare». E ancora: «Le squadre come la nostra non possono giocare ogni tre giorni. Ci manca la qualità, siamo costretti a far scendere in campo sempre gli stessi 13 o 14 uomini. Noi abbiamo puntato su 27 giocatori quest’anno, di cui probabilmente sei li abbiamo sbagliati: non hanno le qualità per permettere ai titolari inamovibili di riposare. Se l’anno prossimo avremo 22 titolari veri, credo che allora si potrà partecipare a coppe e campionato. Quest’anno non è così».

Spinelli, tuttavia, non viene accontentato dai suoi giocatori. Al contrario, il Livorno arriva terzo nel girone e approda ai sedicesimi di finale. Ad aspettarlo c’è l’Espanyol di Walter Pandiani e Ivan De la Pena. I problemi però sono logistici prima ancora che tecnici. Questione di decreti. Perché a febbraio entra in vigore il decreto Amato, che promette un ulteriore giro di vite. Negli stadi che non sono in regola con il decreto Pisanu si giocherà a porte chiuse.

(Photo by Bagu Blanco/Getty Images)

E a Livorno la situazione non è esattamente delle migliori. La zona di prefiltraggio dell’Ardenza, per esempio, è delimitata da transenne e necessita di recinzioni metalliche più resistenti. Il Comune interviene subito e inizia a sistemare la zona del settore ospiti. Per il resto, invece, la situazione è piuttosto ingarbugliata. A partire dalla curva occupata dai tifosi locali. Sì, perché dietro la struttura ci sono case e terreni privati. Intervenire in tempi ragionevoli sembra quasi impossibile. Anche perché una volta risolti gli altri problemi bisognerà installare i tornelli. Spinelli vorrebbe che fosse il Comune a sostenere la spesa. E l’Amministrazione non ha nessuna intenzione di partecipare a ulteriori spese.

Diverse partite di campionato potrebbero giocarsi a porte chiuse. Un’ipotesi che non piace affatto a Cristiano Lucarelli. «Rispettiamo le decisioni del governo – dice l’attaccante del Livorno – ma noi calciatori chiediamo che non ci siano discriminazioni tra stadi aperti e chiusi: altrimenti, potremmo anche fermarci noi per riflettere ancora una domenica».

A due giorni dalla partita contro l’Espanyol qualcosa sembra muoversi. Antonio Matarrese, presidente della Lega Calcio, organizza una seconda riunione tecnica con il vicecapo della Polizia, Antonio Manganelli. «Domani mattina una delegazione dell’Osservatorio si recherà allo stadio di Livorno, per verificare la situazione dell’impianto e decidere se far disputare Livorno-Espanyol a porte aperte. Dobbiamo evitare – ha aggiunto  – di fare figuracce a livello internazionale, ci sono dei problemi per il presidente del Livorno Spinelli che non riesce a mettere i tornelli. Speriamo di risolvere questa situazione».

Speranza vana. La partita si gioca a porte chiuse, come se fosse un allenamento qualsiasi. Alla fischio finale l’Espanyol si impone per 1-2 grazie alle reti di Pandiani e El Yaagoubi.

 

17 marzo 2018, Viareggio. Cina Under 19 – Perugia 0-0

Foto LaPresse – Tano Pecoraro

La competizione è ormai diventata un classico, eppure in pochi si aspettano di assistere a partite da tutto esaurito. Quasi nessuno, invece, pensava di potersi trovare di fronte a un match a porte chiuse al Torneo di Viareggio. E, invece, anche il torneo giovanile internazionale ha avuto la sua gara senza pubblico. Anzi, due.

Nel marzo di due anni fa, infatti, Cina Under 19 – Perugia e Genoa – Spal (in programma il giorno successivo), vengono disputate a porte chiuse. Lo stadio dei Pini “Torquato Bresciani” è considerato non sicuro. Gli interventi richiesti nella precedente verifica non sono stati eseguiti, sentenzia la commissione comunale di vigilanza dopo un sopralluogo all’impianto. Ci scusiamo con tutti gli appassionati – ha sottolineato il presidente del Cgc Viareggio, Alessandro Palagi – in 70 anni di vita, la nostra società è stata sottoposta a dure prove, vedremo di superare anche questa».

Fra gli spalti deserti le due formazioni non andranno oltre lo 0-0. Un risultato che elimina il Perugia dal torneo.

 

15 ottobre 2019, Pyongyang. Corea del Nord – Corea del Sud 0-0

La squadra della Corea del Sud si allena prima della sfida contro la Corea del Nord al Kim Il-sung Stadium di Pyongyang. (Photo by Korea Football Association via Getty Images).

Quando si rischia una figuraccia è bene avere il minor numero possibile di testimoni. Soprattutto se quella giornata può davvero finire fra le pagine di Storia. Così il 15 ottobre del 2019 si gioca una partita fantasma, un match di cui tutti conoscono il risultato anche se nessuno è mai riuscito a vederne un’azione.

La Corea del Nord ospita la Corea del Sud in un match inserito nel gruppo H delle qualificazioni asiatiche al Mondiale 2022. Al Kim Il-sung Stadium di Pyongyang, però, non c’è nessuno. Niente tifosi, niente giornalisti, niente osservatori a caccia di talenti. Solo i 22 giocatori, lo staff delle due Nazionali e il presidente della Fifa Gianni Infantino, seduto in tribuna con una vistosa spilla della Corea del Nord.

L’evento è epocale e attrae la curiosità dei media di tutto il mondo. Per la prima volta le due Nazioni, ancora formalmente in guerra, si affrontano in Corea del Nord in una partita che mette in palio tre punti. L’unico precedente è datato 1990, ma si trattava di una semplice amichevole. Durante la qualificazioni ai Mondiali del 2010, invece, la faccenda si era fatta più complessa. Lo stato del nord si era rifiutato di far risuonare sul proprio territorio le note dell’inno dello stato del sud. A scendere in campo, allora, era stata la diplomazia. Dopo una lunga trattativa era stata trovata una soluzione: si sarebbe giocato in campo neutro, a Shanghai.

Ora la faccenda sembra essere meno ingarbugliata. Sembra, appunto. Perché Pyongyang vieta la diretta del match. Non certo una novità visto che, a settembre, la partita contro il Libano era stata trasmessa soltanto il giorno successivo. E solo perché la Corea del Nord si era imposta per 2-0. Per qualche ora la Federazione del Sud pensa di offrire ai propri tifosi una diretta streaming dell’evento. Un progetto che naufraga quasi subito a causa dell’instabilità della rete locale.

(Photo by Carl Court/Getty Images)

Per la Corea del Sud la trasferta è un vero e proprio incubo. Ai tifosi è stato proibito di oltrepassare il 38/0 parallelo. E ai calciatori non è andata poi meglio. La squadra ha dovuto fare scalo prima in Cina per ottenere il visto e poi da lì volare direttamente al Nord. Prima di partire, però, tutta la delegazione è stata costretta a lasciare i propri smartphone nell’ambasciata sudcoreana in Cina (ma era anche proibito introdurre abbigliamento tecnico prodotto dalla Nike negli Stati Uniti).

Alla classica conferenza stampa pre partita di Paulo Bento, commissario tecnico della Corea del Sud, non c’è stato il pienone. Oltre a cinque cronisti della Corea del Nord ce n’erano anche due del Sud, che hanno dovuto aspettare di tornare in hotel per poter trovare una connessione internet e inviare i loro articoli ai loro media.

Alla fine le cronache della partita parlano di uno sciapo 0-0, condito da poche azioni da gol ma da quattro ammonizioni. Due par parte.

 

11 febbraio 2007, Messina. Messina – Catania 1-1

© FRANCESCO SAYA- LAPRESSE

Nel 2007 gli scontri fra i tifosi del Catania e quelli del Palermo culminano con la morte dell’ispettore Filippo Raciti. È il 2 febbraio e il calcio è scosso. Di nuovo. Qualche mese dopo la vicenda Calciopoli ora è un episodio di incredibile violenza a sollevare domande sullo stato del nostro campionato. La Serie A decide di fermarsi per un turno, per onorare la memoria di Raciti, ma anche per riflettere su come ridare credibilità a un movimento ormai in grande difficoltà.

Dopo una settimana di stop il campionato riparte. Con un unico obiettivo: garantire la sicurezza ed evitare gli scontri fra tifosi. Per questo le autorità decidono di utilizzare il pugno di ferro. Tutti gli stadi che non si sono allineati al Decreto Pisanu saranno chiusi al pubblico. Vuol dire che la metà delle partite in programma si giocherà a porte chiuse.

Fra queste ce n’è una che non lascia tranquille le forze dell’ordine. Perché il calendario mette l’una di fronte l’altra Messina e Catania. Un altro derby del Sud, un altra sfida fra tifoserie che non sono legate esattamente da un rapporto di stima.

© Oskar Press/La Presse

Due giorni prima della partita Marco Zanchi prova a rasserenare l’ambiente. «Mi auguro una partita combattuta ma corretta e con due squadre che alla fine si abbracciano a centrocampo fra gli applausi del pubblico – sogna il difensore giallorosso – Prima di riprendere a giocare facciamoci tutti un esame di coscienza. Domenica al San Filippo saremo sotto osservazione. Avremo addosso gli occhi di tutti e vorrei che fossimo di esempio per l’Italia intera – prosegue – Spero solo non si giochi a porte chiuse perché non avrebbe senso. Una partita di questo tipo perde molto senza la presenza del pubblico sugli spalti. L’ atmosfera non sarà festosa ma noi in campo dovremo dare il massimo per scaldare il pubblico che pagherà il biglietto e fare sino in fondo il nostro dovere».

E invece si gioca proprio a porte chiuse. «Senza tifosi non è calcio – dice Alberto Cavasin, l’allenatore proprio nel derby esordirà sulla panchina del Messina – Noi giochiamo per il pubblico ma dovremo ugualmente metterci entusiasmo, passione e professionalità. Per tutta la settimana ci siamo concentrati sul lavoro, pensando all’avversario e cercando di non farci turbare più di tanto da tutte queste situazioni».

Nel giorno della partita, però, succede dell’altro. In mattinata un violento temporale trasforma il San Filippo di Messina in un acquitrino. Paparesta, dopo 3 sopralluoghi, decide di far iniziare il match con un’ora di ritardo. Il verdetto del campo sarà di perfetta parità: 1-1.

 

15 marzo 2019, Buenos Aires. River Plate – Deportivo Palestino 0-0

Miracolo Deportivo Palestino

GettyImages.

L’importanza del match è tutto nei nomi delle due squadre. Perché a marzo del 2019 il River Plate torna a giocare in Libertadores dopo gli scontri gravissimi che hanno trasformato la finale con il Boca Juniors in una telenovela. I Millonarios hanno vinto il trofeo, ma sono costretti a giocare le partite successive a porte chiuse.

Il Deportivo Palestino, invece, è una squadra dalla bacheca vuota ma dal grande impatto simbolico. Negli ultimi 42 anni il club di Santiago del Cile è riuscito a vincere soltanto una Coppa del Cile. Eppure non sono molti i tifosi rammaricati per la mancanza di successi sportivi. Perché il Deportivo Palestino è soprattutto un simbolo. Un ideale in maglia e pantaloncini che di tanto in tanto riesce a ritagliarsi uno spazio in qualche ritaglio di giornale.

Proprio come è successo lo scorso anno, quando il Deportivo è tornato a giocare la Libertadores. Si gioca al Monumental. Senza pubblico. Ed è un peccato. Perché nessuno può dire di essere stato testimone di un piccolo miracolo sportivo. Niente cori. Niente fischi. Niente colori. Soltanto il respiro affannato di 22 giocatori coperto dalle grida dei due allenatori.

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Per capire che sarà una vera e propria battaglia bastano undici secondi. Più o meno il tempo che il centrale del River Javier Pinola impiega a falciare sulla trequarti Julian Fernandez. Cartellino giallo e tanti saluti ai convenevoli. Sudor y lágrimas. Per novanta minuti più recupero. Un corpo a corpo fra i seggiolini vuoti che nessuno sembra in grado di vincere. Non perché manchino le occasioni. Anzi, al 30’ un altro Fernandez, che di nome fa Ignacio e veste la maglia bianca con la banda obliqua rossa, spara alto a un passo dalla porta. Con il portiere del Palestino già a terra. Al fischio finale è 0-0. Qualcosa di molto vicino a un miracolo sportivo per il club cileno.

Prima della sfida del Monumental, il Deportivo Palestino aveva fatto parlare di sé per motivi molto diversi. Nel gennaio del 2014, infatti, la squadra cilena aveva apportato una particolare modifica alle proprie maglie. Per tre partite, sulla schiena dei calciatori il numero 1 era stato rimpiazzato dalla mappa della Palestina nella sua forma antecedente al 1946, anno di nascita dello stato di Israele. Una premura che non era piaciuta né alle organizzazioni ebraiche cilene, né alla Federazione, che decise di multare il club perché contraria a ogni forma di discriminazione politica, religiosa, sessuale, etnica, sociale o razziale. Troppo poco per sventare un incidente diplomatico, con il ministro degli Esteri israeliano che richiamò i suoi ambasciatori in Cile.

Poco dopo il presidente dello Stato di Palestina, Mahmud Abbas, inviò un messaggio ai giocatori e ai tifosi del club, affermando che la squadra cilena è «la seconda selezione nazionale per il popolo palestinese». Un concetto ribadito nei giorni scorsi anche da Anuar Majluf, direttore esecutivo della comunità palestinese cilena. «Ogni grido esultanza dopo un gol – ha detto – è un grido per affermare che siamo vivi. Quando ero più giovane sognavo queste partite quando giocavo a Fifa o a Winning Eleven, ma non avrei mai pensato che saremmo arrivati fino a qui».

Miracolo Deportivo Palestino

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Il Deportivo Palestino, pur evitando di trattare direttamente tematiche politiche, è l’unico club al mondo con un’identità così forte. Fondato nel 1920 da un gruppo di immigrati, vuole rappresentare un pezzo di Palestina a 13mila chilometri dalla Palestina. Una conseguenza naturale, visto che la comunità palestinese in Cile conta circa 500mila unità. Frutto di un flusso migratorio diventato molto importante fra il 1900 e il 1930. Tanto che, a inizio secolo, i periodici scritti in arabo erano più di quelli in lingua spagnola (5 a 4). La nascita di un club che rappresentasse questa comunità così coesa era la conclusione logica di un processo storico. Così come è naturale che la bandiera della Palestina sia diventata l’emblema stesso del club. I suoi quattro colori compaiono tanto nello scudetto quanto sulla divisa, e non è raro che sulla maglia compaiano scritte in arabo.

Una storia così particolare da trovare spazio in un documentario. Intitolato, ovviamente, “Quatro colores”.

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