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Il lungo volo di Tino Lettieri

By 13 Marzo 2020
Tino Lettieri

Come un ragazzo partito dalla Puglia ha conquistato il Canada volando tra i pali. Incontro con un emigrante di successo che ha difeso la porta della nazionale a Messico ’86 e poi ha portato avanti il sogno del padre

Bari-Montreal è stata la rotta della speranza (ben riposta) di Tino Lettieri. Dalla Puglia baciata dal sole, al Quebec copiosamente spruzzato di neve. Tino singhiozzava, contenere le lacrime era un’impresa in quel lontano 1964. Tino ripensava alle interminabili partite di pallone tra i dedali di via del Mezzo a Torrito. «Avevo sette anni, mio padre Vincenzo mi rassicurava – racconta – in cima ai nostri pensieri c’era una panetteria da aprire in Canada. Avevamo lasciato l’Italia per fare fortuna e ci siamo riusciti».

Tino stringeva al petto Ozzie, il suo variopinto pappagallo di peluche, e durante la traversata sperava. A Montreal i ragazzini andavano pazzi per l’hockey, naturalmente. «Il soccer, come lo chiamano da queste parti, era uno sport di serie B». Lo praticavano gli immigrati italiani, che fondarono la Notre Dame Consolata. Per Tino fu un raggio di sole tra i batuffoli di neve. «Avevo il moto perpetuo: di mattina a scuola, nel pomeriggio il pallone e di sera impastavo».

Tino Lettieri

(Photo by Jeff Goode/Toronto Star via Getty Images)

A volte l’età e l’entusiasmo fanno miracoli. Il business di papà Vincenzo lievitava, come il pane. Così anche le quotazioni del giovane Lettieri, portiere promettente. Nel 1977, a meno di 18 anni, giocava già nella squadra dei grandi, i Minnesota Kicks, e un anno dopo fece il suo esordio in nazionale, proprio a Montreal, contro la Polonia stellare di Lato e Deyna. Per lui arrivò anche la convocazione per le Olimpiadi di Mosca del 1980.

La parabola sportiva di Lettieri è un crescendo rossiniano: viene eletto più volte miglior portiere della North American Soccer League, ipnotizza altri immigrati doc come Giorgio Chinaglia dei Cosmos e Roberto Bettega dei Blizzard. Nel 1982 firma per i Whitecamps di Vancouver, dove sostituisce l’allora sconosciuto Bruce Grobbelaar, da poco volato in Inghilterra.

Tino diventa “The Roman Pony”, forse per via del fisico non proprio statuario. Per la stampa canadese è invece lo “Zoff d’oltremanica”. Ha la testa calda, come ogni ragazzo del sud che si rispetti. Più che un difetto è una qualità che non guasta per una nazionale che grazie anche alle sue prodezze ottiene la prima, e per ora unica, qualificazione ai mondiali del 1986. Con Tony Waiters in panchina e un manipolo di “guaglioni” affamati di gloria a scorrazzare in campo (dal napoletano De Luca, al friulano Lenarduzzi) si va in Messico.

Tino Lettieri

(Photo By Bruce Bisping/Star Tribune via Getty Images)

Il Campionato del mondo conserva la magia di trasformare i sogni in realtà: Tino salta la prima gara con la Francia per un piccolo problema muscolare, ma è tra i migliori in campo contro Urss e Ungheria. «Al termine della Coppa mi arrivarono parecchie offerte dall’Inghilterra – racconta – anche il Napoli si fece avanti. Avevo doppio passaporto e sarei potuto diventare compagno di squadra di Maradona, ma non me la sentivo di tradire le aspettative di mio padre. Gli affari andavano bene e dovevo stargli accanto». Alla fine decise di rimanere in Canada, senza rimpianti o rimorsi. Con la soddisfazione di aver totalizzato 24 presenze in nazionale ed essere entrato nella Hall of Fame del calcio canadese.

I soldi guadagnati nel soccer diventano basi solide per allargare il raggio d’azione degli affari di papà Vincenzo, fino alla nascita della Lettieri’s Authentic Food. Cinquanta ristoranti dislocati in tutto il Nord America, specializzati ovviamente in pizza e cibo made in Italy. Una scalata che dagli anni Novanta a oggi ha trasformato la famiglia Lettieri, che vive a Burnsville, in una tra le più facoltose del Minnesota, con un fatturato che sfiora i 300 milioni di dollari l’anno.

Sono trascorsi 56 anni da quella valigia di cartone legata con lo spago, ma è rimasto ancora un Ozzie smangiato e spelacchiato. Una sorta di talismano che ha accompagnato l’esistenza di una famiglia italiana che tra mille traversie e rinunce ha saputo generare l’ennesimo sogno americano.

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