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Jonathan David gioca a modo suo

By 20 Febbraio 2020

Nel Gent, avversario della Roma in Europa League, la stella è il ventenne canadese Jonathan David, un numero dieci che corre come un esterno, segna coma una punta e ha le idee molto chiare su dove vuole arrivare

A volte la differenza tra due mondi può essere racchiusa in un cambio di lettera. Come Gent e Genk, realtà a prima vista affini – per informazioni chiedere al Napoli, il cui account ufficiale di Twitter confuse l’una con l’altra la momento di comunicare l’esito dei sorteggi di Champions – eppure separate da una linea di demarcazione piuttosto netta a livello di politica gestionale. Scrivendo Genk si legge vivaio, il miglior del calcio belga assieme a quello dell’Anderlecht. Il Gent è invece quasi solo scouting, tanto che anni addietro, quando capitò loro tra le mani una pepita ancora allo stato grezzo, fu ritenuta una pietra di poco valore e lasciata sul ciglio della strada, dove la raccolse il Genk. Il proseguo della storia di Kevin De Bruyne è nota a tutti.

Oggi, stando alle valutazioni di Transfermarkt, il talento più prezioso della Pro League belga si trova a Gent ed è sbarcato nelle Fiandre Occidentali dopo essere stato pescato in Canada nel sottobosco del calcio amatoriale. Lo scorso venerdì Jonathan David ha realizzato una doppietta contro l’Eupen passando al comando (con 15 reti) nella classifica marcatori del campionato belga. Ma non è solo una mera questione di numeri. Nei suoi due anni di Belgio (è arrivato nel gennaio 2018), David ha colpito gli addetti ai lavori non solo per ciò che fa in campo, ma soprattutto per il modo in cui lo fa. “Un numero 10 che corre in media 12 chilometri a partita”. Così lo ha sintetizzato il direttore sportivo del Gent Michel Louwagie, sottolineando l’atipicità di un attaccante da doppia cifra comoda, capace però di essere un valore aggiunto anche partendo da più lontano.

(Photo by Ronald Martinez/Getty Images)

Un ruolo, quello del trequartista, cucitogli addosso dal danese Jesse Thorup, l’attuale tecnico del Gent. Thorup è un allenatore lontano dai radar mediatici, eppure in carriera raramente ha sbagliato un colpo: promozione con l’Esbjerg, semifinali dell’Euro under-21 con la Danimarca, titolo danese con il Midtjylland. Soprattutto, il minimo comun denominatore di una proposta calcistica capace valorizzare – in alcuni casi attraverso una collocazione tattica nuova – gli elementi a propria disposizione.

Il tutto anche con metodi innovativi come l’utilizzo di un coach esclusivamente per le rimesse laterali come Thomas Grønnemark, ex recordman per la rimessa più lunga al mondo, dal 2018 alle dipendenze di Liverpool di Klopp. Tornando a David, con Thorup ha acquisito maggiore libertà di movimento, andando a comporre un tridente “a piramide”, dove lui agisce da vertice basso, con Roman Yaremchuk e Laurent Depoitre. Il trio, che attualmente deve fare a meno di Yaremchuk per infortunio, ha segnato complessivamente 51 gol in stagione, con David finito in doppia cifra anche alla voce assist.

Nel caso di David, l’abilità del Gent a livello di scouting non ha riguardato tanto la velocità di contrattualizzazione del giovane, quanto la capacità di vedere ciò che agli altri è sfuggito. Cresciuto in diversi club dell’area di Ottawa, David ha sempre puntato all’Europa, rifiutando volutamente qualsiasi approccio con squadre della MLS, ritenuta una competizione “di livello discreto, ma adatta soprattutto a giocatori dai 22 anni in avanti che, per diverse ragioni, non ce l’hanno fatta a trovare un contratto stabile oltreoceano. Per un teenager invece, la MLS significa finire lontano dai riflettori. Uno scarso minutaggio in Bundesliga o nel campionato belga a volte può valere di più rispetto a una maglia da titolare nel campionato Usa”.

Dopo due stage non andati a buon fine con Red Bull Salisburgo e Stoccarda, e un paio di rifiuti da parte delle big belghe (Anderlecht, Brugge), è toccato al Gent. “Feci due allenamenti: alla mattina fu un disastro, non tenevo una palla, ero molto nervoso. Al pomeriggio andò meglio e per fortuna riuscì a cancellare le brutte sensazioni createsi qualche ora prima”.

La velocità e la capacità di giocare negli spazi rappresentano due delle armi principali del bagaglio di David, al quale si aggiunge – ma in questo caso i numeri parlano da soli – la freddezza davanti alla porta. Piace anche la capacità di lettura delle situazioni di gioco, anche quelle meno convenzionali. Come in campionato contro l’Anversa, quando è andato in rete dopo un dubbio contatto in area di rigore, rialzandosi prontamente e infilando la palla in porta mentre i difensori si erano fermati chiedendo all’arbitro la simulazione.

(Photo by Selim Sudheimer/Bongarts/Getty Images)

“Non ho cercato il fallo, ma mentre cadevo ho capito dalla postura del corpo dell’arbitro che non avrebbe fischiato, così ho cercato di tornare sulla palla il più rapidamente possibile”. Se a 13 anni, come dichiarato, le sue priorità erano gli amici e la Playstation, con il calcio relegato al terzo posto, a 16 consegnò la console al suo allenatore per poter trascorrere un’estate ad allenarsi senza distrazioni. Una maturazione a livello di culto del lavoro che in Belgio è stata confermata.

All’inizio dell’articolo si parlava di mondi lontani. Da bambino David ne ha conosciuti tre: Brooklyn, il suo luogo di nascita; Port-au-Prince, città di origine della famiglia, lasciata definitivamente all’età di sei anni; e la citata Ottawa. Il Canada vanta una nutrita comunità di immigrati haitiani di prima e seconda generazione. “E’ un paese open-minded”, dice David, “e caratterizzato da forti politiche di accoglienza. Non sto dicendo che è il paradiso, perché il razzismo è ovunque. Però la vita è buona”. David ha scelto di vestire la maglia del paese nel quale è cresciuto e, la scorsa estate, nella Gold Cup che lo ha visto laurearsi capocannoniere del torneo (6 gol in 4 partite, mentre 11 in 12 è il suo score complessivo con i Canucks), il suo Canada è stato eliminato ai quarti proprio da Haiti, in un match definito dal giocatore “ad alto tasso emozionale” e nel quale non è riuscito a trovare la via del gol.

“Al calcio canadese serve una fase finale al Mondiale per ricevere quell’impulso necessario a cambiare marcia, tanto a livello metodologico quanto di impatto presso il grande pubblico. Io e miei compagni (Alphonso Davies del Bayern Monaco e Liam Millar del Liverpool gli emergenti più interessanti, nda) siamo cresciuti nel mito dei grandi calciatori, da Cristiano Ronaldo a Neymar, mentre i nazionali canadesi del passato nemmeno li conoscevamo. C’è una sorta di pagina bianca che tocca a noi riempire. A ottobre siamo riusciti a battere gli Stati Uniti dopo 34 anni. Un buon inizio”.

 

 

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