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In Serie A è in atto una “rivoluzione del coraggio”?

By 30 Agosto 2019

Anche le “piccole” sembrano aver capito che coprirsi nella speranza di non subire non basta più. Merito dei tecnici che hanno deciso di rottamare il calcio tipico della middle class italiana per abbracciarne uno più europeo e attuale, accettando i rischi che ogni sconvolgimento porta con sé.

Rocco Commisso che raccoglie l’affetto, i cori e gli applausi del popolo viola in un giro di campo finito in lacrime; il Franchi stracolmo e carico di entusiasmo per un nuovo ciclo; l’eccitazione per l’arrivo di Franck Ribéry. Deve aver influito tutto questo sui primi venti, vertiginosi minuti giocati dalla Fiorentina contro il Napoli.

Gli azzurri in campo, così come chi guardava la partita, sono rimasti spiazzati dall’intensità feroce con cui la squadra di Vincenzo Montella ha azzannato la partita, portando una pressione altissima e giocando su ritmi folli. Ai giocatori del Napoli mancava letteralmente l’aria, sembravano storditi come qualcuno che si sveglia nel cuore della notte con l’heavy metal sparato a tutto volume nelle orecchie. Una sorte che spesso tocca a chi deve fronteggiare il Liverpool di Jürgen Klopp.

Il Napoli non è quasi mai riuscito a eludere quest’aggressione e organizzare un’uscita del pallone pulita o una risalita che gli permettesse di aprirsi un po’ di campo e di respirare. Il rigore concesso per la mano di Zieliński, e il successivo vantaggio della Fiorentina sono stati la logica conseguenza della capacità dei viola di tradurre, con veemenza e ordine, una volontà in azione, quella di assalire la partita.

Kevin-Prince Boateng esulta dopo aver segnato il gol del pareggio contro il Napoli. (Photo by Gabriele Maltinti/Getty Images).

Ovviamente, mantenere a lungo quell’intensità era impossibile, e così la Fiorentina ha dovuto rallentare e la qualità del Napoli è venuta fuori. I gol di Mertens e Insigne hanno ribaltato la partita in pochi minuti, ma non l’idea che stava alla base della sua preparazione. Quella di giocare un calcio fiammeggiante e propositivo, di cercare sempre di far male all’avversario, di scacciare la paura di attaccare dopo essere passati in svantaggio.

Il pirotecnico 3-4 del Franchi è il risultato di questo atteggiamento, e anche se a qualche tattico reazionario si saranno drizzati i capelli per come la Fiorentina ha preso l’ultimo gol di Insigne, per Montella il cattivo posizionamento della sua linea difensiva e la libertà concessa agli attaccanti del Napoli è il prezzo che ha accettato di pagare per perseguire l’idea di un calcio che punta ad offendere e non a speculare, e che per forza di cose si porta dietro delle disfunzioni su cui, però, si può lavorare. “Sembravamo una squadra di Premier League”, ha detto a fine partita un Pradè amareggiato per il risultato ma orgoglioso per lo spirito messo in campo dai viola.

Anche il giorno dopo non è mancato il divertimento, con l’Atalanta che rimonta due gol a Ferrara e con Roma e Genoa che si scambiano colpi come Ali e Foreman. Facile pensare che si tratti del classico spettacolo offerto dal calcio d’agosto. Che il caldo, la condizione fisica e i meccanismi di squadra ancora da perfezionare portino le squadre a mostrare il fianco e a concedere più del dovuto, accentando più di buon grado i rischi perché tanto siamo solo all’inizio.

(Foto Alfredo Falcone – LaPresse)

Fattori che incidono, certo, ma non è tutto qui. Non è solo lassismo di fine estate giustificato dal cartello work in progress. E gettando lo sguardo oltre queste considerazioni intuitive e assolutamente legittime, si possono scorgere altri motivi che stanno alla base delle appassionanti partite andate in scena in questo primo, atteso week end calcistico, e che potrebbero avere a che fare con l’inizio di qualcosa di nuovo.

Se da una parte riflettere su un trend dopo appena una giornata può essere inutilmente precipitoso, dall’altra ci sono buone ragioni per pensare che, finalmente, sia in atto un cambiamento di mentalità, e che anche dalle nostre parti ci sia una volontà condivisa di mettere da parte un certo conservatorismo per accogliere i segnali che il calcio contemporaneo, da tempo, sta lanciando.

Essere passivi sul campo, oggi, non porta da nessuna parte. Le possibilità di uscire indenni da una partita condotta solo con mire attendiste sono ormai ridotte all’osso. Approcciare una gara con l’idea speranzosa di non prendere gol e poi, chissà, riuscire a farlo è anacronistica e, soprattutto, improduttiva nella maggior parte dei casi. Ce lo ha detto chiaramente la scorsa edizione della Champions League e continua a suggerircelo il campionato inglese, il più affascinante di tutti. Assistere alla meravigliosa cavalcata europea dell’Ajax di ten Hag, godere del calcio impavido e scanzonato messo in scena dai suoi ragazzi splendidamente sfrontati (e anche tecnicamente brillanti, va detto) è stato il segnale più forte che il calcio potesse lanciare.

Coraggio Serie A

(Foto Massimo Paolone/LaPresse).

L’impressione, e insieme l’augurio, è che anche l’Italia abbia raccolto quel messaggio, e che anche qui sia in corso quella che potremmo definire “rivoluzione del coraggio”, ovvero un lento ma progressivo abbandono della tradizione nostrana che, per quanto virtuosa, da sempre tende ad esplorare gli aspetti tattici con un’ottica guardinga e si erge su un’idea di equilibrio di squadra fondata sul rigore difensivo, in particolare se parliamo di squadre medio-piccole.

Oltre all’esigenza di conformarsi alla contemporaneità, questo possibile cambio di paradigma è dovuto alla presenza sempre più massiccia – e preziosa –  di allenatori con un visione di calcio proattiva. Già ad inizio estate, con l’insediamento di tecnici in nuove realtà, da Giampaolo al Milan a Fonseca alla Roma, passando per Sarri alla Juventus, la propaganda della bellezza e del divertimento è stata un proclama corale, un tema centrale e condiviso in tutte le conferenze stampa di presentazione. A prescindere da quello che davvero riusciranno a fare questi allenatori, da come riusciranno a modellare concretamente il progetto che hanno in mente, l’intenzione di portare sul campo una squadra spavalda che cerchi in tutti i modi di imporsi all’avversario e offrire un’esperienza esaltante nel vederla, è chiara.

Ma il vero scatto, ciò che davvero può segnare un solco con il passato e aprire le porte a una nuova stagione del calcio italiano, è che tra gli adepti di questa rivoluzione del coraggio ci sono molti allenatori di squadre con altri obiettivi e altra qualità complessiva di roster. E qui sta la differenza: nel piacevole stupore di vedere un Brescia neo promosso e pieno di giocatori che non avevano mai assaggiato la serie A, presentarsi in una bollente Sardegna Arena cercando di mettere la propria impronta sulla partita invece che rassegnarsi anticipatamente a subirla, e finendo per uscire con i tre punti.

Coraggio Serie A

(Foto LaPresse/Tocco Alessandro).

Risultato che rende fiero Eugenio Corini ma non lo sorprende: “sono contento dei ragazzi, ma d’altronde questo vuole essere il nostro modo di giocare, non vogliamo aspettare che l’avversario ci faccia gol”, ha detto a fine gara. Oppure il Genoa di Aurelio Andreazzoli che se la gioca a viso aperto con la Roma e la punisce tre volte, dopo essere stata sotto per altrettante occasioni.

O il Lecce di Fabio Liverani, che affronta l’Inter di petto, con poche risorse tecniche ma buone idee, ben lontano dal piazzare un pullman davanti alla propria area di rigore e provando a rendersi pericoloso anche a risultato ormai compromesso. Così come altri tecnici usciti sconfitti alla prima giornata ma che hanno in dote il disegno di una proposta offensiva, come De Zerbi e Di Francesco. E poi ancora Igor Tudor, Leonardo Semplici, Gian Piero Gasperini.

Una fioritura di tecnici che hanno deciso di rottamare il calcio tipico della middle class italiana per abbracciarne un altro, più europeo e attuale, accettando i rischi che ogni sconvolgimento porta con sé.

Ognuno con la sua personale idea di calcio e i propri princìpi di gioco, ma tutti accomunati dalla stessa attitudine di base, quella di giocarsi le partite, di esserne più protagonisti, di affrontare il destino con più partecipazione. Tutti con l’ambizione di affermare la propria identità sul campo, pronti a perire ma non senza aver provato ad offrire qualcosa. E certo trovare equilibrio in questa dimensione è una sfida difficile, ma molti degli allenatori che oggi siedono sulle panchine di A sembrano disposti ad accettarla.

Coraggio Serie A

Per capire se questo mutamento è reale, se i segnali che ci arrivano dalle parole degli allenatori, dalle scelte e dal campo sono prove concrete di un cambiamento e non fumo negli occhi, bisognerà attendere un po’, almeno fino a quando i punti cominceranno davvero a pesare. Se anche in quel momento l’approccio – non il sistema di gioco o i meccanismi, ma l’approccio – rimarrà lo stesso e non verrà corroso dalla paura, spento dalla richiesta di fare punti in modo più prosaico (soluzione non condannabile), allora vorrà dire che il calcio italiano sta davvero vivendo un passaggio da una stato all’altro, in un una parola, si sta evolvendo.

È evidente, inoltre, che l’audacia di portare avanti questa filosofia anche in una situazione di classifica delicata dovrà partire prima di tutto da chi decide, ovvero dalle società. E in questo senso il caso dell’Empoli della scorsa stagione fa scuola, con il club toscano che a un certo punto passò dal calcio coraggioso di Andreazzoli a quello conservativo di Iachini, salvo poi tornare sui suoi passi senza però riuscire a evitare una retrocessione arrivata nei minuti finali dell’ultima partita di campionato.

Non resta che aspettare, con la certezza che se tutto questo non è solo elucubrazione o pura illusione, assisteremo al campionato più divertente da molti anni a questa parte.

 

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