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Non sparate su Stefano Pioli

By 9 Ottobre 2019

Pioli arriva al Milan come ottavo allenatore in meno di sei anni. Ed è un vantaggio, potrà lavorare senza il peso della storia. Il suo compito sarà quello di cucire addosso alla squadra un abito con le misure adatte al valore dei giocatori. Senza proclami. Perché normalizzare non è un compito da tutti

Una premessa, anche se qui ne servirebbero in giusta dose come il sale nell’acqua della pasta, cercando di non scadere nel giochetto “era meglio/peggio, eroe/scarso” con cui si spesso si sintetizzano situazioni delicate come un cambio d’allenatore. Più che il tastieristico, hateristico e maniavantistico tiro al bersaglio del #PioliOut battezzato dal tonante PDL, Partito Dei Leoni (da tastiera, s’intende), bisognerebbe riflettere sul fatto che il Milan ha perso appeal, giocatori, fascino, potere e, forse, futuro tanto da non avere più l’allure di sedurre uno come Luciano Spalletti, che anni fa avrebbe lui stesso fatto uno sforzo in più per quella panchina.

Questo non vuol dire che, a priori, la scelta di Spalletti sarebbe stata migliore di quella di Pioli, ma che le condizioni in cui si trova qualsiasi allenatore rossonero di questi tempi hanno la stessa solidità delle sabbie mobili di Lawrence d’Arabia. Ma veniamo all’uomo della settimana.

Stefano Pioli è l’ottavo esploratore dal gennaio 2014, cioè dall’esonero di Massimiliano Allegri, a raccogliere da terra le tesserine del puzzle Milan, cercando il verso giusto sulla mappa del pianeta del Diavolo, anche se questa mappa un senso non ce l’ha. Grazie Vasco. Otto allenatori in meno di sei anni è il primo dei vantaggi di Pioli: lavorare senza il peso e la pressione dell’eredità della storia recente, manco fosse il post Capello o Ancelotti, per restare in casa. Anche se nel calcio porre un limite al peggio è un autogol telefonato, c’è la consapevolezza che peggio di così, con la squadra al 13° posto a tre punti dalla zona retrocessione, non si può fare.

(Foto LaPresse – Spada)

Otto allenatori in meno di sei anni è anche la fotografia esatta della ciurma rossonera: guardano la tempesta che distrugge il molo, mentre nessun capitano riesce a tenere la barra del timone per riportare la barca in porto. In mezzo alle onde Pioli potrà al massimo stabilizzare lo scafo. Il resto, tradotto allucinazione quarto posto, sarebbe grasso che cola.

«Sì, ma cosa ci guadagniamo nel cambio con Giampaolo?» è la zanzara che ronza attorno alle orecchie dei tifosi del Milan. Normalità e credibilità. Alla presentazione con l’Inter nell’autunno 2016 puntualizzò: «Io normalizzatore? Il dizionario dice che è colui che riporta alla normalità, ma l’Inter vuole qualcosa in più della normalità. Spero che a fine stagione possiate chiamarmi potenziatore». Non c’arrivò: 39 punti in 23 partite di campionato prima dell’esonero, 1.69 di media. Oggi il Napoli quarto in classifica viaggia a 1.85, non lontanissimo.

Con ordine. Alda Merini, magnifica poetessa del ’900, scrisse che la normalità è un’invenzione di chi è privo di fantasia. Sacrosanto, ma non è nemmeno una bestemmia. Anche perché qui non c’è proprio niente da inventare, anzi: normalizzare il Milan, cucire addosso un abito con le misure adatte quantomeno al valore della squadra, è il minimo, la normalità. Senza l’infausta idea di aprire il libro del mito per rivangare un passato che, per adesso, non tornerà. Col permesso di Lucio Dalla, ma l’impresa eccezionale di Pioli è riportare il Milan a essere normale, normale come una squadra che nemmeno cinque mesi fa perse il treno Champions League per venti minuti e in estate, con l’unico sacrificio di Patrick Cutrone, ha investito 86 milioni di euro per colmare quel gap.

Se Marco Giampaolo ha pagato sulla pelle il suo calcio idealista, anarchico e rivoluzionario, la mancanza di tempo e attori protagonisti per metterlo in scena (un playmaker alla Sensi, una mezzala tipo Praet e il trequartista che Suso non è), oltre a un curriculum in Serie A da 9° posto (la scorsa stagione alla Samp) in giù, al contrario Pioli porta nel trolley un calcio semplice, libero da proclami tanto affascinanti quanto pericolosi (vedi il giampaolesco «Testa alta e giocare calcio») e la conoscenza degli strumenti di una grande orchestra.

(Foto LaPresse – Tano Pecoraro)

Un grande manager di una piccola azienda, non è detto che alla prima occasione ad un livello superiore riesca a utilizzare le stesse combinazioni che gli hanno aperto tutte le porte per arrivare in cima. Serve altro. Conoscenze, attitudini e sfumature che solo certe esperienze ti possono dare. Per carità, i vari Sacchi o Sarri fate voi, allenatori venuti dal nulla, che dimostrano di essere all’altezza di un top club, sono giusto le eccezioni che confermano la regola.

Gattuso riconosceva perfino le impronte digitali di ogni manata sulle porte di Milanello. Questo l’ha salvato nel turbolento anno e mezzo di lavoro. Che poi non gli sia stato riconosciuto è un altro paio di maniche lunghe, lunghissime. Ma qui sta la credibilità di cui sopra: Pioli conosce le corde di un club livello-Milan, le ha toccate da giocatore alla Juventus (62 partite da calciatore tra il 1984 e il 1987, con scudetto, Coppa Campioni e Intercontinentale) e le ha suonate da allenatore alla Lazio (3° posto nel 2014/15, più una finale di Coppa Italia persa ai supplementari con la Juventus) e nei saloni interisti. Conosce che vento tira su quelle vette, come proteggersi, e il livello di rarefazione dell’aria a certe quote. E non è poco per uno che si è costruito un presente di buon livello partendo dalla gavetta seria e riconoscendo il cattivo sapore di cinque esoneri.

«Già, e come la mettiamo con quel “sono interista da sempre”?» riecheggiano ancora le sirene provando a inghiottire il comandante ancora prima dell’esordio. Giusto, e sacrosanto, che nel tifoso prevalga l’istinto e il sentimento, così come il professionismo pervade la vita, il lavoro e le intenzioni di un allenatore. Citiamo un Antonio Conte di epoca juventina per toglierci dall’impasse: «Oggi sono tifoso bianconero, ma se dovessi allenare il Milan o l’Inter diventerei il loro primo tifoso». Gioco, partita, incontro. Ah, per dover di cronaca, in un’altra intervista del 2013 Pioli disse di non essere mai stato interista, ma solo tifoso del Parma. Gianni Brera, sia lodato, chioserebbe con un dignitoso masturbatio grillorum. E noi ci accodiamo silenziosi.

Ancora un passo indietro nella storia di Pioli, per capire il Milan di domani: «Non esiste un sistema di calcio dal successo assicurato, a certi livelli è questione di atteggiamento, interpretazioni e soprattutto mentalità: qui serve ricostruire una mentalità vincente» sottolineò al primo giorno all’Inter. Lo stesso discorso che serve al capezzale milanista. La mentalità porta risultati nell’immediato, i risultati portano certezze in un domani che non ne ha.

Ivan Gazidis e Stefano Pioli (Foto LaPresse – Mourad Balti Touati)

Senza spingersi troppo oltre il limite di guardia, Pioli deve andare al di là della molla dell’impatto, garantendo identità e continuità se vuole salvare la stagione del Milan e la sua reputazione di self-made normal man. Vincerne sette di fila in campionato (più una di Europa League e una di Coppa Italia), non basta se poi comprometti tutto senza portarla a casa mezza volta in altrettante partite, come accaduto sull’altra sponda di San Siro.

Cos’ha da perdere questo «testone, generoso e sincero» così come si definisce? Forse niente. «La paura può tenerti prigioniero, la speranza può renderti libero» citando Le ali della libertà, uno dei suoi film preferiti. Ha solo da guadagnare, compresa l’etichetta di potenziatore che ancora cerca, per scrollarsi definitivamente di dosso quella nuvola di scarsa fiducia che gli gravita sulla testa. Ritrova l’amato Biglia, fatto capitano alla Lazio, non cambierà la difesa a quattro e poi sceglierà se spostare le pedine sulla scacchiera del 4-3-3 o del 4-2-3-1, i due moduli marchio di fabbrica.

Parola d’ordine equilibrio. Perché, in fondo, come diceva quella pubblicità: la potenza è nulla senza controllo. E il “normal potenziatore ” non può permettersi che il volante gli scivoli dalle mani nelle prime curve. Anche se a fine corsa, come sempre, solo ai risultati l’ardua sentenza. Che magari daranno ragione a un hashtag, magari no.

Franco Piantanida

About Franco Piantanida

Giornalista Mediaset, team Tiki Taka. Prima Tutti Convocati (Radio 24) e Gazzetta Tv. Mangio e scrivo di notte e credo nel “momento perfetto per il risveglio, per prendere ciò che è già stato fatto e farlo meglio” (cit)

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