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Stella Rossa, istinto e rivolta

By 3 Marzo 2020

I successi sul campo intrecciati alle vicende politiche, l’evoluzione del tifo organizzato e la violenta rivalità con il Partizan, la caduta e la normalizzazione. I 75 anni della Stella Rossa, l’anima irrazionale di Belgrado

Non è una squadra. Piaccia o no, nel mondo balcanico la Stella Rossa (o Crvena Zvezda) è LA squadra. L’unica slava ad aver vinto la Coppa dei Campioni e l’Intercontinentale, oltre al fatto di poter vantare il maggior numero di scudetti e di coppe nel campionato jugoslavo e poi serbo. I tifosi organizzati sono chiamati delije, sostantivo traducibile in eroi. La maglia è a strisce verticali rosse e bianche, i pantaloncini sono bianchi e i calzettoni rossi. Il bene e il male hanno quasi sempre un outfit semplice, essenziale. Quasi nulla è ciò che sembra.

La Stella Rossa nasce dai resti del SK Jugoslavija, su impulso degli studenti dell’Università di Belgrado della Lega giovanile antifascista serba. La squadra impiega tempo per raggiungere i traguardi pianificati dalla politica, ma quando il successo arriva ha inizio l’epopea biancorossa. Il primo scudetto è datato 1951 e in quel decennio la squadra si laureerà campione di Jugoslavia per sei volte. Nello stesso periodo comincia a prendere forma e a crescere il tifo organizzato, il dark side di un regime che pretende normalizzazione, ordine e fedeltà. Almeno sotto il profilo formale.

Verso la fine degli anni 50 si arriva a una netta distinzione tra comuni spettatori e tifosi organizzati. I più accesi fanno gruppo sotto enormi striscioni, il modo di vestire e di comportarsi è piuttosto omogeneo. Il nucleo è formato principalmente da giovani provenienti dalle zone storicamente borghesi di Belgrado: Seniak, Topcidersko Brdo, Dedinje, Knez Mihailova. Ma tra i primi supporter della Stella Rossa vi sono anche molti giovani figli di operai e questo al regime suona già meglio. I fans della Stella Rossa hanno qualcosa di particolare e portano sugli spalti quello che ritengono essere il vero spirito della Capitale: senso di superiorità, una certa spacconeria, idealismo identitario.

Già allora la maggioranza dei supporter trova un modo per manifestare contrarietà al servizio militare e una certa freddezza verso l’ordinamento politico, che negli anni 50 sta evidenziando punti di forza, ma anche limiti irriformabili. A fine decennio ha inizio la costruzione di un nuovo stadio. La prima pietra è posata nel 1959 ma l’inaugurazione risale al 1° settembre 1963. Nei 4 anni di lavori la squadra è costretta a giocare nel campo dei rivali del Partizan e talvolta in quello dell’Ofk Belgrado. Sono gli anni peggiori. Anni in cui la Stella Rossa vince poco e nulla.

Il nuovo stadio si chiama Marakana, in onore del tempio del calcio di Rio de Janeiro. I tifosi, mal tollerati dalle forze dell’ordine, prendono presto possesso del settore nord-est. Con i tifosi del Partizan (squadra nata anch’essa nel 1945) c’è fin da subito un rapporto di fortissima rivalità, al punto che la stracittadina di Belgrado diventa “il derby eterno”. Gli anni 60 rappresentano un periodo positivo, durante il quale la squadra fa suo lo scudetto quattro volte, riuscendo spesso nell’accoppiata vincente campionato-coppa. Nel decennio successivo la Stella Rossa è diventata a tutti gli effetti una squadra di livello internazionale e venire a vincere nella Capitale è impresa per pochi. Nel 1971 i biancorossi sono addirittura semifinalisti di Coppa dei Campioni, edizione poi vinta dall’Ajax di Johan Crujiff. Ma nella Capitale c’è chi certi livelli li ha raggiunti anche prima.

L’11 maggio 1966 il Partizan gioca a Bruxelles. Fra i bianconeri di Belgrado e la Coppa Campioni è rimasto un solo ostacolo, il Real Madrid. Per oltre un’ora i serbi dominano e a 20 minuti dalla fine sono in vantaggio per 1-0. La maggiore esperienza dei blancos unita a un pizzico di fortuna ribaltano il risultato: i complimenti generali vanno ai Partigiani, la Coppa al Real. Una parte della città tira un sospiro di sollievo, l’altra è livida. Ma pubblicamente non si può dire: il corso politico vuole a ogni costo armonia, fratellanza, amicizia fra popoli confederati e fra concittadini di diversa fede calcistica. Negli anni la Stella Rossa cresce di fama internazionale e, nonostante la difficoltà legata all’ottenimento del passaporto, i supporter slavi seguono sempre più numerosi le trasferte europee. E le loro fila si rafforzano sempre più, anche grazie alla presenza di tifosi emigrati, residenti nelle città in cui è ospite la squadra durante i vari European Tour.

(Photo by Popperfoto via Getty Images/Getty Images)

Lo spirito di una città è anche nelle sue squadre di calcio. La mente professa un credo, l’anima fa quel che sente. Aderisce allo spirito del tempo, ma lo fa a modo suo. Tifo è ribellione, non ideologia. Sensazioni, poco calcolo. Può anche essere adesione, ma sempre ai propri patti. Non sposa mai qualcosa in toto, il tifo.  Nei Balcani tifo diventa eversione profonda, anche in modo inconsapevole. Che cosa vuole il regime? Cittadini onesti, tranquilli, forse rassegnati. Gente magari mediocre, ma funzionale. Non si può chiedere questo a chi tifa Stella Rossa. Chiedetelo a quelli del Partizan, loro rappresentano l’Esercito. Noi rappresentiamo noi stessi” sembrano dire i capi ultras biancorossi al potere politico. Nel corso degli anni gli scontri dentro e fuori gli stadi sono sempre più numerosi. Non tutti comprendono che quegli atti sono anche la cartina di tornasole di una crescente insofferenza verso la situazione politica e che è proprio il sistema a essere messo in discussione.

Per la prima volta in Jugoslavia – e siamo negli anni 80 – si cominciano ad ascoltare cori razzisti a sfondo etnico: un’attitudine che il governo aveva sempre contrastato, ricorrendo anche ai mezzi repressivi più duri. Da quel momento il controllo sul tifo si allenta progressivamente e l’odio comincia a trovare canali espressivi efficaci. Il sistema politico è entrato in crisi e all’improvviso non ci si sente più jugoslavi ma, a seconda dei casi, serbi, croati, sloveni, macedoni, montenegrini o bosniaci. Risorge quel sentimento che il regime di Tito aveva soffocato, non soltanto nelle grandi città. L’aria che tira nei Balcani è un vento di crescente follia che esalta gli ultras da stadio, mentre il regime è sempre meno capace di gestire la situazione.

Nel 1991 il Muro di Berlino è caduto da due anni. La Jugoslavia si sta consumando in un baratro sempre meno sotterraneo. La Stella Rossa vive invece un’annata irripetibile mentre gli spalti del Marakana hanno cambiato fisionomia e linguaggio. I capi ultras sono ora criminali in carriera al servizio del nuovo potere politico. Da tempo, sugli striscioni dei sostenitori della Stella Rossa è scritto “Serbia, non Jugoslavia e solo l’unità salverà i serbi”. La guerra è un concetto che trova espressione verbale nelle curve di uno stadio. Pian piano le parole si concretizzano. Ognuno attacca come può, ognuno si difende come riesce. La vittoria della Stella Rossa nella Coppa Campioni e poi nell’Intercontinentale (contro i cileni del Colo Colo) potrebbero rinsaldare un sentimento unitario ma non sarà così. Dalla Jugoslavia non si esce vivi. Le tristemente note Tigri di Arkan nascono dal tifo della Stella Rossa e dalle carceri di Belgrado. Da lì si diparte il concetto di “guerra etnica”. Pochi la decidono, tutti la subiscono. Crediamo di sapere, non sappiamo.

Oggi la Serbia vive una nuova fase storico-politica e il calcio segue gli eventi. Certi sentimenti che trent’anni fa dalla curva hanno incendiato un Paese fino a incenerirlo appaiono tutt’altro che debellati. La Serbia non studia più da Paese egemone nei Balcani, non può. Il tifo della Stella Rossa sembra essere tornato un’entità normale, se la parola “normale” può essere accettabile per chi si sente di rappresentare lo spirito indomabile di Belgrado. Il campionato non sta rinverdendo i fasti del passato, anche se la squadra biancorossa continua a essere protagonista assieme al Partizan. Anche il tifoso della Crvena Zvezda si è normalizzato. Ma in certi momenti della storia, non è detto che sia per forza un male. E comunque, nel peggiore dei casi, c’è sempre il “derby eterno” con il Partizan.

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