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Chiamatemi Ismaël

By 2 Ottobre 2020
Bennacer

Gioco, corsa, cattiveria e cartellini: Bennacer è diventato un centrocampista totale. Il rebus ora è la convivenza con Tonali

«Spettacolare forse no, molto efficiente sì. È uno di quelli che una volta che lo metti in squadra, non lo togli più: difende bene, combatte, può fare ogni tipo di lavoro, è il vero giocatore box-to-box». Era l’inizio del 2017 e con questo entusiasmo Arsène Wenger parlava di Ismaël Bennacer, il giovanotto di Arles, Provenza, reduce dalla sua prima Coppa d’Africa. Minutaggio da comprimario, e piuttosto accigliato per l’esito: due punti in tre partite, e fuori ai gironi.

Bennacer, diciannove anni appena compiuti, aveva optato da pochissimo per l’Algeria del sangue materno come sua Nazionale. Due anni e mezzo, un salto narrativo breve e agile: tanto occorre a Bennacer per trasformare la delusione in gloria nella successiva Coppa d’Africa da migliore del torneo, e a dare un riscontro immediato e credibile alle parole dell’uomo che lo aveva voluto all’Arsenal.

Bennacer stella d’Africa, aveva detto il torneo. Uno per ogni tipo di lavoro,  che sa come diventare immediatamente necessario, aveva profetizzato Wenger. Tra le credenziali con le quali l’algerino era approdato al Milan, buona la seconda: oggi l’intuizione dell’ex manager dei Gunners è esaltata dal bilancio della sua prima stagione in rossonero, e dai prodromi della seconda.

Bennacer

Ismale Bennacer con la maglia dell’Arsenal nella Premier 2 nel 2016 (Photo by Alex Pantling/Getty Images)

Spettacolare forse no, abbagliante nemmeno, come da spoiler: la ribalta rossonera, di volta in volta, è stata per l’immediata esplosione di Theo Hernández, per la sospirata soluzione data da Castillejo e Saelemaekers al rebus tattico del post-Suso, per il 2020 benedetto di Ante Rebic. Ma sotto, come lo spartito di un tappeto musicale che regge in modo attendibile e non invadente, c’è Ismaël Bennacer: uno di quelli che una volta che lo metti in squadra, non togli più.

Non ha certamente pensato di toglierlo Pioli, in un Milan cresciuto vertiginosamente nella seconda parte della scorsa stagione, e che ha visto maturare di pari passo il giovane algerino in mezzo al campo. E poco per ora è cambiato con l’arrivo di Sandro Tonali: un curriculum da play, ma già si interroga sulle possibilità di dirottarlo ad altre mansioni, e sullo spazio che l’ex Brescia avrà a sua disposizione. All’alba della sua seconda stagione in rossonero, sono tutti unanimi nell’identificare Bennacer come uno dei profili irrinunciabili per il Milan che verrà.

La crescita e l’applicazione nei fondamenti di regia sono stati senza picchi, eppure costanti per il giocatore che ha il compito di far girare la squadra: l’effetto è che la fa girare sempre meglio.

«Ce ne ha messo a carburare, ma dopo il lockdown…» continua ad essere il succo di gran parte delle analisi sulla prima stagione al Milan del centrocampista algerino. In realtà Bennacer si era messo in moto, eccome, ben prima del girone di ritorno, e dell’ormai storico post-lockdown dei rossoneri. Nelle ultime settimane precedenti allo stop, l’algerino era passato per un discreto periodo di esami di promozione, e contro avversari di calibro.

Bennacer

(Photo by Marco Luzzani/Getty Images)

Contro l’Inter, in quel derby dai due volti, Bennacer aveva brillato per l’accuratezza dei passaggi, 87%. Tre giorni dopo, contro la Juventus, sarebbe stato dell’80%. Il suo possesso palla nella stracittadina, 7,1%, era stato il più alto nei due reparti propositivi della squadra di Pioli. Stessa percentuale contro il Torino: nessuno come lui tra i ventidue in campo. Dominante a Firenze, accuratezza nei rifornimenti ai compagni dell’83%: solo Romagnoli sulla linea difensiva aveva tenuto più palla. Contro i viola era stata di Bennacer la metà dei dribbling messi a segno dalla squadra rossonera.

Per uno nato nella città sulle due rive del Rodano amata da van Gogh, non sorprende l’attitudine a collegare le due sponde del campo, facendolo sempre più frequentemente palla al piede. Più prosaicamente definita, la dote di coniugare le due fasi: quello che da un play ci si attende, tempi di carburazione o meno. E quello su cui Wenger si era sbilanciato immediatamente, Ismaël lo stava applicando, e traducendo in cifre, ben prima dell’acclamazione collettiva.

Passo, polmoni e anima da box-to-box: nel Milan, senza clamore, Bennacer era diventato già prima dello stop al campionato il giocatore capace di macinare più chilometri a partita, una media di 10,81. Più di Kessié: tutt’altro che un dettaglio, perché alla fine del precedente campionato l’ivoriano aveva chiuso ottavo in classifica generale in Serie A, con la bellezza di 11 chilometri e mezzo a partita. E più di Çalhanoğlu, indicato come la vera discriminante qualitativa del centrocampo rossonero, sugli scudi anche nelle ultime settimane, con continuità sempre maggiore.

Alle sue spalle continua a tessere e correre il centrocampista di madre algerina: dominante, concreto, raramente accecante. A Londra lo avevano detto, e Bennacer si è imposto a suo modo. Tempi, verticalità, il paradosso di segnalarsi raramente nei tabellini per gol o per assist decisivi, quanto per sanzioni. In inverno, prima del lockdown, aveva fatto notizia la particolarità del dato, per un regista: con 12 cartellini gialli in 19 partite, Bennacer era il giocatore più ammonito non solo della Serie A, ma di tutti i cinque più importanti campionati europei. In tutta la scorsa stagione nell’Empoli i cartellini gialli erano stati 7.

Bennacer

(Photo by Marco Luzzani/Getty Images)

Correva già forte, Ismaël Bennacer, in quel Milan così così. Arrivato da stella d’Africa, nessun cruccio nel calarsi nella parte di gregario: corsa, legna, interventi per metterci una pezza, con Kessié spesso sbilanciato in proiezione offensiva. In quel momento era di 3,6 a partita la media stagionale dei contrasti del centrocampista algerino: all’Empoli in tutta la stagione era stata di 3,7. Semplice l’interpretazione: per Bennacer non una maggiore sollecitazione in fase di interdizione rispetto alla sua ultima stagione in Toscana, anzi leggermente inferiore, ma piuttosto la necessità di spendere interventi spesso diversi, e più sanzionabili.

Aver trovato alla ripresa la quadra tra proiezioni dell’ivoriano e copertura data a Bennacer, nello spartito rossonero che iniziava a suonare a meraviglia, è uno dei meriti di Stefano Pioli che rischia di passare inosservato. Di fatto, nella seconda metà della stagione, il giallo dei gialli di Bennacer è andato fuori ristampa: quasi sparito. È rimasta la corsa, per la stella d’Africa: per uno come Ismaël, nome da letteratura e consacrazione ai chilometri e alla geometria, il compromesso tra l’anima da maratoneta e quella da disegnatore di gioco, non c’era da crucciarsi, anche quando a fare notizia erano le sue ammonizioni.

Da allora, meno abbagliante dell’impatto di Ibrahimovic, della puntualità di Çalhanoğlu e Rebic e del nuovo che avanza, il ragazzo de box-to-box raramente è stato una notizia. Presto la notizia potrebbe però essere quella di un Pioli chiamato a un’altra sfida: inventarsi un posto per Tonali.

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