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Cosa può dare Saelemaekers al Milan

By 31 Gennaio 2020
Saelemaekers

Il belga classe ’99 arrivato in rossonero dall’Anderlecht è un esterno estremamente duttile. Nato come ala, poi trasformato in terzino, ha trovato la sua dimensione come laterale di centrocampo. Ecco perché Alexis Saelemaekers è una scommessa che il Milan fa bene a tentare

I fratelli Lukaku, Lucas Biglia, Silvio Proto: in Serie A si sta formando una piccola colonia di giocatori made in Anderlecht, infoltita in questi giorni dall’arrivo di Alexis Saelemaekers al Milan. Un ex terzino costato 8 milioni di euro e arrivato a coprire il buco lasciato dalla partenza di Suso.

Ma questo classe 1999, terzo belga a vestire la maglia rossonera dopo Eric Gerets e Drazen Brncic, nella sua ancora giovane carriera ha cambiato così tanti allenatori, moduli di gioco e ruoli da poter vantare un’esperienza ben maggiore – a livello di campo e di dinamiche calcistiche – rispetto a quanto dica la sua carta di identità.

Atipico è l’aggettivo più ricorrente per descrivere la traiettoria professionale di Saelemaekers, in primis proprio per la mutazione del ruolo. O meglio, per il ritorno alle origini. Da ragazzino giocava ala destra, poi, una volta entrato nel vivaio dell’Anderlecht, non fu ritenuto sufficientemente decisivo per poter ricoprire una posizione così avanzata.

Dopo un periodo di esperimenti tattici, Emilio Ferrera lo propose terzino destro, ruolo mantenuto fino all’ingresso in prima squadra dove, con in panchina un teorico della difesa a tre come Hein Vanhaezebrouck (il tecnico che nel 2015 condusse il Gent al primo titolo della sua storia), è stato riconvertito in esterno di centrocampo, prevalentemente destro, come il suo piede di calcio.

L’Anderlecht è una società che sta attraversando una profonda fase di transizione, iniziata nel dicembre 2017 con l’addio, dopo quasi 50 anni trascorsi nella stanza dei bottoni, della famiglia Vanden Stock, sostituita dall’imprenditore fiammingo Marc Coucke. Quest’ultimo ha intrapreso un deciso cambio di strategia, puntando a creare qualcosa di simile al modello Ajax, forte di un sistema giovanile (conosciuto come Neerpede, dal nome del luogo nel quale si trova) strutturato e produttivo.

Le conseguenze di questi smottamenti sono state ben visibili sulla squadra, che dall’esonero di Renè Weiler (ultimo tecnico a vincere il titolo con i bianco-malva) nel 2017 ha visto avvicendarsi sette allenatori sulla panchina: Nicolas Frutos, il citato Vanhaezebrouck, quindi Karim Belhocine, Fred Rutten, la coppia Vincent Kompany-Simon Davies, Jonas De Roeck e Frank Vercauteren.

Comprensibile quindi, tornando a Saelemaekers, il tourbillon di ruoli per un giocatore che ha nella duttilità una delle sue armi migliori. Con il ritorno alla difesa a quattro è tornato a giocare dietro, anche se con Rutten non è mai scattata la scintilla e spesso è finito in panchina.

Kompany invece lo ha alternato in tutti i ruoli di fascia, optando poi per quello più avanzato dichiarando che «entro certi limiti, l’attitudine di un giocatore deve essere rispettata, senza comprimerlo in ruoli per lui troppo limitanti. L’aspetto offensivo della tipologia di gioco di Saelemaekers è evidente». Un percorso, quello del neo-milanista, che può ricordare quello del connazionale Thomas Meunier, terzino-ala tra i migliori al mondo.

Saelemaekers non è un giocatore che parla attraverso le statistiche, o quantomeno non ancora. Lo scorso anno ha fornito 6 assist, giocando però più da terzino-esterno, mentre nell’attuale stagione è a quota 4, ma ha anche segnato i suoi primi gol da professionista. Reti entrambi pesantissime: la prima ha regalato all’Anderlecht, nella sfida ad alta tensione con lo Standard Liegi, il primo successo stagionale dopo una partenza da incubo; la seconda, segnata al fanalino di coda Cercle Brugge, ha portato altri tre punti a una squadra sempre molto esposta agli spifferi di un ambiente in costante work-in-progress.

Atipica è stata anche la formazione calcistica di Saelemaekers, che ha iniziato a giocare seriamente a calcio solo all’età di 11 anni e solamente grazie al fratello, di dieci anni più grande. Il pallone era infatti un oggetto totalmente alieno nella famiglia Saelemaekers, dove entrambi i genitori lavoravano al liceo francese Jean Monnet di Ukkel, il padre come informatico, la madre come contabile.

«I miei non volevano che crescessi con in mente solo il calcio», ha ricordato Alexis in un’intervista, «e la mia istruzione ha sempre avuto la precedenza». Il liceo Monnet è un istituto privato di alto livello, che ospita figli di ambasciatori, ceo e dirigenti. Tra ragazzi si parla di economia, politica e costumi, ma ben poco di calcio.

Eppure è stato proprio nel corso di un torneo scolastico organizzato dall’istituto che Saelemaekers è entrato nel giro. «Mio padre, per sua stessa ammissione, non distingueva l’Anderlecht da una piccola società del Brabante. Ma grazie a mio fratello si era ammorbidito. All’età di 13 anni Jesse fu richiesto per un provino dall’Az Alkmaar e da altre società olandesi, ma fu stoppato. Poi si ruppe due volte i legamenti e abbandonò l’idea, salvo tornare al calcio una volta terminati gli studi, e a quel punto i miei non poterono dire si a lui e no al sottoscritto».

Saelemaekers

(profilo Twitter Rsc Anderlecht)

Curiosamente uno dei primi ad accorgersi del potenziale di Saelemaekers fu l’ex ct della Francia campione d’Europa 2000 (ma anche della Tunisia campione d’Africa 2004) Roger Lemerre, i cui figli frequentavano lo stesso istituto del futuro talento bianco-malva.

Saelemaekers ha lasciato un Anderlecht nella cui rosa c’erano 15 elementi provenienti da Neerpede. Una svolta green che annovera pregi e difetti: da un lato, in campo si fatica (l’inizio dell’attuale campionato è stato il peggiore nella storia della società di Bruxelles), dall’altro offre spazio, minutaggio ed esperienza a diversi prospetti coltivati a Neerpede, fornendogli quel minimo di corazza necessaria quando arriva il momento di lasciare la casa madre per mete di livello più alto.

Dal suo debutto in prima squadra, Saelemaekers è cresciuto nelle lettura delle situazioni di gioco e in personalità, talvolta anche debordando con tentativi di giocata che non risultano graditi ai tecnici maggiormente «sistemici». Ma, carta d’identità alla mano, è una scommessa che andava tentata.

Alec Cordolcini

About Alec Cordolcini

Da oltre dieci anni si occupa di calcio olandese e belga per diverse testate nazionali, dal Guerin Sportivo alla Gazzetta dello Sport, da Il Giornale a Rivista Undici. Ha pubblicato due libri: "La Rivoluzione dei Tulipani", dedicato al calcio olandese, e "Pallone Desaparecido", sul Mondiale 1978.

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