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David Villa, il più bravo a nascondersi

By 14 Novembre 2019
David Villa

La straordinaria e silenziosa carriera di un attaccante difficile da definire, capace di adattarsi a ogni habitat calcistico e di andare in gol in cinque continenti. Cosa resta di David Villa ora che ha appeso gli scarpini al chiodo

Ha segnato in cinque continenti, sfruttando anche le minime occasioni per lasciare il segno: l’ha fatto in Europa, dove è nato e cresciuto, in Africa, dove è diventato campione del mondo, in Oceania, dove ha giocato una manciata di partite e in Asia, dove ha dato l’addio al calcio. In America si è persino preso il lusso di farlo a Nord e Sud, e se si potesse giocare in Antartide probabilmente avrebbe fatto gol anche lì.

È, a tutt’oggi, il miglior marcatore di tutti i tempi della Roja, con la quale ha realizzato 59 reti in 97 presenze. Per quattro anni di fila è stato il giocatore spagnolo che ha segnato di più in Liga. Eppure, se ci sforziamo di pensare ai più grandi calciatori spagnoli di tutti i tempi, è molto poco probabile che ci venga in mente lui.

La colpa è nostra, certo, ma David Villa ci ha messo del suo, passando una vita intera a nascondersi. Nei buchi lasciati tra i due centrali, alle spalle dell’ultimo uomo della linea di difesa avversaria, dietro un compagno dal nome più altisonante del suo, capace di attirare maggiore attenzioni da parte di stampa, addetti ai lavori e marcatori. È così che il Guaje ha costruito il suo successo silenzioso a dispetto di un fisico all’apparenza poco adatto al calcio moderno, soprattutto per chi ha ambizioni da bomber.

Nel video qui sopra, realizzato quando giocava nel New York City Fc, risponde alla domanda “quale animale vorresti essere” indicando il leone, e la scelta sembra essere perfettamente calzante. Il leone non ha la velocità del ghepardo né l’agilità del leopardo, è il più sornione tra i predatori, passa giornate intere a sonnecchiare, senza dare nell’occhio, ma quando esce dal bush è sempre letale.

Villa è un giocatore difficile da definire, lo è sempre stato. Ha fisico da esterno, piedi da trequartista, killer instinct da uomo d’area. Ha giocato da ala, seconda punta e centravanti, in fasi diverse della sua carriera, dimostrando una straordinaria capacità di adattarsi alle condizioni dell’habitat in cui si trovava, in una sorta di perfetto esempio di darwinismo calcistico. Merito di un talento naturale affinato col tempo, di una capacità di calciare col piede debole cominciata a costruire a 4 anni, quando si ruppe il femore destro e si trovò a dover colpire di mancino il pallone che gli lanciava il padre.

Merito, soprattutto, di una straordinaria intelligenza calcistica e di doti associative con pochi eguali. Da ragazzino fu scartato dall’Oviedo perché troppo piccoletto, a 17 anni firmò il suo primo contratto da professionista con lo Sportin Gijón, al Valencia divenne l’attaccante che mancava alla Spagna per sublimare il suo calcio fatto di possesso e triangolazioni rapide.

David Villa

(Photo by Jasper Juinen/Getty Images)

Villa faceva la prima punta. Continuava a essere alto 1,75 ma se ne fregava. Giocava unico attaccante vero in un sistema calcistico che, pur cambiando gli allenatori, i compagni di reparto, i concorrenti per una maglia da titolare, non ha mai smesso di ruotare intorno a lui e alle sue qualità. Attaccava la profondità, perfetto terminale offensivo per un calcio fatto di lunghe fasi di controllo spezzate da improvvise accelerazioni apparentemente estemporanee.

Quel ruolo se l’era guadagnato con quanto messo in mostra a Gijón, in Segunda división e nelle due prime stagioni in Liga col Real Zaragoza, condite da 32 reti. Al primo anno col Valencia, invece, ne fece 25. A 24 anni aveva appena esordito in nazionale e presto ne sarebbe diventato un titolare inamovibile.

Quando arrivò al Barça nell’estate del 2010 era già un giocatore affermato a livello internazionale, fresco campione del mondo con 5 gol segnati in Sudafrica. Eppure il suo acquisto, accolto bene, non destò il clamore sollevato dalla conseguente cessione di Ibrahimovic. Il Barça aveva bisogno di lui molto più di quanto non ne avesse avuto dello svedese, ma il flop del progetto Ibra rubò i titoli alla squadra che stava prendendo forma e che a fine stagione sarebbe tornata ad alzare la Champions League ceduta momentaneamente all’Inter.

David Villa

(Photo by David Ramos/Getty Images)

Di certo c’è che Villa capì doveva aveva sbagliato Zlatan e fece tesoro della lezione. Ancora una volta cambiò pelle, tornò a giocare sulla sinistra, largo come non lo era mai stato, per aprire il campo a Messi e sopravvivergli, finendo per integrarsi perfettamente.

Il 29 novembre del 2010 mise a referto due gol e un assist nella storica manita blaugrana al Real Madird, nel giorno del primo Clásico di José Mourinho. Nella rete del 4-0 è possibile vedere la giocata che negli anni a seguire sarebbe stata marchio di fabbrica delle soluzioni offensive del Barcellona, con Messi ad accentrarsi da destra e far partire un tracciante in mezzo alle gambe dei difensori avversari per il compagno che attaccava lo spazio da sinistra. Una connessione che si sarebbe ripetuta decine di volte con diversi interpreti, da Neymar a Jordi Alba, ma che nessuno avrebbe mai elevato allo stesso livello di perfezione ed essenzialità a cui l’aveva condotta Villa.

Quella stagione fu straordinaria, Villa segnò 18 gol in Liga e 4 in Champions League, uno dei quali a chiudere la finale di Wembley contro il Manchester United, con un’altra specialità della casa, quel destro a giro educatissimo e straordinariamente efficace anche da fermo. Poi, l’anno dopo, un controllo sbagliato nella semifinale del Mondiale per Club a Yokohama lo portò a rompersi la tibia restando fuori praticamente per tutta la stagione. Nel 2012-13 il Barça ingaggiò Alexis Sanchez e per il Guaje cominciò un turnover difficile da digerire, e la consapevolezza che con l’arrivo di Neymar per lui non ci sarebbe stato più posto. Così fece i bagagli e si trasferì a Madrid. Non al Real, che aveva rifiutato nel 2008, ma all’Atletico di Diego Simeone.

David Villa

(Photo by Gonzalo Arroyo Moreno/Getty Images)

La stagione in rojblanco portò 15 gol in 47 partite, il primo dei quali segnato proprio al Barça nell’andata della Supercoppa di Spagna. I Colchoneros vinsero la Liga grazie a un 1-1 in una specie di spareggio dell’ultima giornata al Camp Nou. Villa però se n’andò, a cercare fortuna in America, trovandosi per la prima volta a essere la star indiscussa di un campionato, premiato come miglior giocatore, fuori dal cono d’ombra di altri giocatori.

È curioso osservare come la carriera di Villa si sia intrecciata fino alla fine con quella di Fernando Torres, il compagno d’attacco con cui ha scritto la storia della Spagna, conquistando due titoli europei e uno Mondiale nello spazio di quattro anni. Villa e Torres hanno condiviso tutto, i successi, le sfortune, il declino e persino il soprannome (Guaje e Niño hanno sostanzialmente lo stesso significato). Si sono integrati alla perfezione e incontrati più volte nella loro traiettoria agonistica. Hanno lasciato il calcio europeo con la stessa maglia, sebbene con un carico emotivo sicuramente differente, e hanno salutato il calcio mondiale nello stesso campionato, la J-League.

Torres ha giocato la sua ultima partita contro il Vissel Kobe di Villa, David l’ha seguito pochi mesi dopo e magari ne ha preso esempio. «Voglio essere io a dire addio al calcio prima che il calcio dica addio a me», una cosa che forse non è riuscita del tutto al Niño, tre anni più giovane di lui ma da tempo maltrattato da quello stesso pallone che aveva amato. Alla fine anche un’uscita di scena dignitosa è un fatto di tempismo, e quello a Villa non ha mai fatto difetto.

Gabriele Lippi

About Gabriele Lippi

Gabriele Lippi nasce a Cagliari nel 1984. Ama lo sport più del calcio, il cinema, i gatti, la birra, l'Africa e la gente che è capace di sorridere senza doversi sforzare e piangere senza vergognarsene. Curioso per natura, ha scelto di farne una professione. Ha scritto e scrive – tra gli altri – per Esquire.it, Wired, GQ.com, Vanity Fair, Rivista 11, Lettera43 e Letteradonna.

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