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La Serie A è più competitiva? No, si è fatta solo il lifting

By 7 Gennaio 2020

Napoli-Inter ha mostrato con evidenza  quanto sopravvalutiamo per speranza e frustrazione i nostri giocatori, le nostre squadre e i nostri allenatori. Siamo la Lega Pro d’Europa, cimitero degli elefanti, assetati del 38enne Ibra e ai piedi di un Cr7 a mezzo servizio

Difficile non avvilirsi di fronte a Napoli-Inter, di fronte all’ex sfidante della Juventus e a quell’attuale. L’1-3 celebrato dai telecronisti con goffaggine – sempre sensibili alle tinte nerazzurre, soprattutto su satellite – è lo specchio di quanto tutti noi ci stiamo illudendo sulle sorti della Serie A, di quanto sopravvalutiamo per speranza, frustrazione e voglia di nascondersi la verità i nostri giocatori, le nostre squadre e i nostri allenatori.

L’Inter è un miracolo di Antonio Conte: una squadra costruita con intelligenza ma non con fenomeni – in un attimo di sincerità l’ha detto pure il suo condottiero, svelando cosa pensi davvero di Sensi e Barella -, che deve solo alla furbizia tattica del suo coach e alla grinta che sa infondere un campionato molto al di sopra delle proprie possibilità, figlio soprattutto dell’insipienza altrui. Conte, infatti, come il Sarri napoletano, non è la rivale della Juventus, ma l’estemporaneo primo dei secondi, colui che con un po’ di ordine tattico e di conoscenza tecnica dei calciatori, sa trovare una marcia in più laddove altri si ingolfano per manifesta inferiorità qualitativa della rosa e poca fantasia tattica.

(Photo by Francesco Pecoraro/Getty Images)

Lo si capisce, fin troppo bene, ieri, allo Stadium. Il Cagliari dei miracoli, al 45’, sembra confermare di essere una grande, almeno quest’anno. Ordinata, attenta, anche sfrontata: finisce 0-0 il primo tempo, con i bianconeri bloccati da un gioco – anzi dall’accenno dello stesso – fuori dal proprio Dna, fatto di possesso palla e costruzione.

Poi, non cambia nulla. Ma finisce 4-0. Semplicemente Cristiano Ronaldo aggiusta un po’ la mira, mette la quarta (non è un errore, è sconsolata ironia), e tutto scompare attorno a lui. Tripletta e assist, con un secondo tempo, per i suoi standard, normale, in cui non fa nulla di straordinario. E lì capisci. Comprendi che ci esaltiamo per la doppietta di Lukaku che in realtà sono due autoreti del Napoli (terribile scivolata di Di Lorenzo e marcatura di Hjsay da squadra Primavera nel primo gol, papera doppia perforante di Meret nell’altro) così come per CR7 che prende l’ascensore per un colpo di testa, perché siamo la Lega Pro d’Europa.

Poverissima sotto ogni punto di vista, cimitero degli elefanti come un tempo la Superleague svizzera (dove andarono i nostri campioni del mondo ostinatamente alla ricerca dell’ultimo contratto, da Tardelli ad Antognoni), assetati del 38enne Ibrahimovic così come ai piedi del maturo Fenomeno che qui gioca a mezzo servizio. E tempo fa lo ha anche ammesso tra le righe di un’intervista, dicendo che fosse per lui giocherebbe “solo la Champions League e le partite con la Nazionale”. Non a caso per una di queste ultime è partito infortunato, ha fatto una tripletta e ha poi deciso di recuperare con calma saltando match di campionato. Ci ha scelti perché poteva riposarsi la domenica. Persino uno che va fin negli Emirati Arabi per ritirare un premio, snobba da noi il titolo di capocannoniere. Vale poco pure per uno che si farebbe ammazzare per vincere il torneo dello stabilimento in cui va al mare.

(Foto Marco Alpozzi/LaPresse)

Sì, è vero, Inter e Juventus sono alla pari con un ruolino di marcia impressionante. Tutto è ancora da decidere. Ma guardando un Napoli avvilente mettere in difficoltà sull’1-2 i nerazzurri, così come quella Juventus che trionfa avendo ragione con facilità irrisoria di tutti gli avversari (in Italia) ogni qualvolta semplicemente lo decida (la grande intuizione di Allegri è sempre stata questa: sapere di essere così forti da poter andare in letargo per settimane), capisci che Conte correrà per lo scudetto finché Nedved lo vorrà o finché Sarri proverà a far sua la squadra, snaturandola. Ma rimane un campionato così mediocre che basta una Roma appena ordinata a fermare l’Inter, e un Torino minestraro per dominare i giallorossi. Siamo così scarsi che Simone Inzaghi sembra Diego Simeone solo perché fa il WM rivisto e corretto, avendo l’ardire di mettere ogni giocatore nel ruolo a lui più congeniale, e infine capace di vincere per inerzia le sue partite, perché i valori tecnici altrui presto o tardi (ormai quasi sempre nel recupero) mostreranno tutti i loro limiti.

Cristiano Ronaldo non ha reso la Serie A più competitiva, le ha solo fatto un lifting. Ha spinto qualche collega a “cascarci” e arrivare su questi lidi – vedi Lukaku, spinto anche da Conte, il CR7 delle panchine, almeno per l’Italia -, ha illuso il sistema di essere degno di lui, anche se pure lui poi scopre, da Doha all’Europa che conta, che fuori da questa Lega Pro lui al massimo può vincere una partita da solo, dal Cagliari all’Atletico, ma non un trofeo. Che basta un Ajax ordinato e pieno d’entusiasmo e di acerbi campioni per schiacciarti e mettere in ginocchio persino un Imperatore, se non ha un esercito.

Se è vero che almeno non ci annoieremo con questa corsa a tre per lo scudetto (attenti alla Lazio, è la più solida e in forma, anche se con la rosa più corta), con Atalanta e Roma che si giocheranno il quarto posto, con il Napoli che se ci mette un altro po’ d’impegno potrebbe essere risucchiato nella zona per non retrocedere insieme alla Fiorentina, in una riedizione degli anni ’90, questo momento di esaltazione – di cui è colpevole anche Roberto Mancini, capace di far sembrare una Due Cavalli una Ferrari, complice un girone di qualificazione agli Europei ridicolo – è assolutamente ingiustificato.

(Photo by Marco Luzzani/Getty Images)

Non siamo mai stati così scarsi, ma come accade a un malato terminale, il momento fisico migliore è quello che anticipa la morte. Lo hanno capito i grandi che provano a svernare qua – da Ronaldo a Ibra, ma pure Vidal ci sta provando -, così come i giovani che ci usano come fermata di metropolitana (guardate i campioni passati alla Roma e subito ripartiti o quel Fabian Ruiz che dopo un anno ottimo ha smesso di giocare e cominciato a puntare i piedi per andare al Real o Lautaro che ha già Florentino pronto a pagare la sua clausola). Siamo il Portogallo, ma con meno talenti da lanciare. E Cristiano Ronaldo lo sa, solo che era ancora troppo giovane per tornare allo Sporting. E anzi, capita l’antifona, si farà pure rinnovare il contratto da Paratici. Uno così, in questo torneo della parrocchia, può fare il fenomeno fino a 42 anni almeno. D’altronde, è l’età del portiere di riserva della sua squadra, celebrato da tutti come un mito.

Boris Sollazzo

About Boris Sollazzo

Boris Sollazzo è il padre di Carlo, critico e cronista cinematografico, autore televisivo, speaker radiofonico, telecronista e giornalista sportivo, pluricampione di fantacalcio. Spesso contemporaneamente. Ha scritto per quasi tutti i quotidiani e periodici e ora ha una trasmissione quotidiana su RadioRock. È il direttore artistico dell’Ischia Film Festival e del Cerveteri Film Festival.

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