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Lapadula, il ragazzo che sognava il Diavolo è finito in Paradiso

By 13 Febbraio 2020

Dopo le stagioni non certo esaltanti con Milan e Genoa ora Gianluca Lapadula sta provando a rilanciarsi a Lecce. E i due gol segnati al Napoli sono l’emblema del suo calcio. Un calcio brutto, sporco e cattivo

Gianluca Lapadula corre con le braccia larghe, come l’aeroplanino di Vincenzo Montella, solo che non c’è alcuna intenzione emulativa nel suo atto. Poi, all’improvviso, si butta per terra. Non si lancia, piuttosto piega le ginocchia con una cautela innaturale per un atto del genere. Si rotola su un fianco, si sdraia sulla schiena, rannicchiato, i pugni chiusi verso il petto, la faccia paonazza.

È tarantolato e goffo, un po’ come il suo calcio, anche mentre esulta per il secondo gol segnato al Napoli nel 3-2 con cui il Lecce ha vinto al San Paolo. Il suo è un atto liberatorio, che segna l’ennesima rinascita di un giocatore dato per spacciato e finito troppe volte, e che pure continua a trovare la forza di risollevarsi e riprovarci ogni volta, con la stessa voglia e la stessa carica di quando gli andava tutto bene e lui sembrava poter diventare il prossimo volto del calcio italiano.

Il volto, appunto, quel taglio di capelli che negli anni è cambiato ma non ha mai perso il vezzo di un undercut decisamente audace su tempie e nuca, e il baffetto che oggi è un’ombra appena accennata ma che fino a non molto tempo fa era decisamente più definito. In un’epoca in cui l’immagine conta tutto, e comunica anche più della sostanza, Gianluca Lapadula ha scelto un look da zarro di periferia, che sembra identificarlo pienamente. Di quelli che saltano le lezioni e vanno in centro in motorino.

Ai tempi delle giovanili della Juventus, d’altra parte, la scuola era il suo vero tallone d’Achille: «Non sono mai stato una cima – ha confessato in un’intervista di qualche anno fa – e per la Juventus l’istruzione è importante». Per lui un po’ meno. Per lui è importante correre dietro a un pallone, scoordinato, magari senza pensare, ma inseguirlo con tutta l’energia che ha addosso. Arrivarci, a tutti i costi, anche a quello di essere scarsamente lucido una volta che l’ha raggiunto.

Lapadula

 (Photo by Tullio M. Puglia/Getty Images)

Il Lapadula di Lecce è un centravanti ritrovato, già a un passo dal suo record di segnature in un campionato di Serie A. Ne ha fatti 7, per ora, in 1.103 minuti. Uno ogni 158, praticamente la stessa identica media che tenne al Milan nella stagione 2016/17, conclusa con otto centri in campionato e due assist. Quell’anno Lapadula era arrivato in un Milan crepuscolare, caratterizzato da un clima da “liberi tutti”, con la stessa dirigenza che l’aveva voluto impegnata a costruire una exit strategy che fosse quanto più indolore possibile.

Berlusconi l’aveva visto segnare 55 gol nelle due stagioni precedenti. Venticinque a Teramo tra Serie C e Coppa Italia, 30 a Pescara tra regular season e playoff di Serie B. E come spesso capitava a Berlusconi, se n’era innamorato, convincendosi che potesse essere il giocatore migliore da cui far ripartire il Milan. Lo stesso Milan che lui, tra un’indecisione e mezzo ripensamento, stava cercando di cedere a una misteriosa e poco nota cordata cinese.

Dieci milioni, tanto spesero per lui. E sembrava un ottimo affare. Persino il Napoli lo voleva, lui scelse il Milan, De Laurentiis non la prese bene. Massimo Oddo, che l’aveva allenato a Pescara, gli aveva dato una di quelle referenze pesanti: “Somiglia a Klose”. Lapadula arrivava con le credenziali dell’attaccante prolifico e duttile, capace di giocare da prima o seconda punta, perfetto per fare coppia con Bacca o sistemarsi al centro di un tridente d’attacco. Prese persino la maglia numero 9, alla faccia della maledizione che, da Inzaghi in poi, aveva colpito tutti gli attaccanti rossoneri con quel numero.

Foto Donato Fasano/LaPresse

Riuscì persino a sfatarla, quella maledizione, con una doppietta all’Empoli, il primo a riuscirci con quel numero sulle spalle dai tempi di Super Pippo. «Sono sempre stato un giocatore di corsa e quantità, stasera sono riuscito ad abbinare anche gol e un po’ qualità. Ma devo migliorare – raccontò dopo quella partita – Diciotto mesi fa stavo in Lega Pro, oggi sono in Nazionale. Io non mi sono mai sentito una riserva, anche se per qualcuno ero già il vero flop del mercato estivo». Andò persino ospite alla Domenica Sportiva, e suonò Chopin al pianoforte. Dopo un inizio difficile e un finale in crescendo, sembrava essersi preso il Milan, e persino la Nazionale. E invece nel giro di breve tempo tutto svanì.

Ventura lo chiamò in Azzurro, dopo che anche Conte ci aveva fatto un pensierino per Euro 2016, ma alla fine gli concesse una tribuna e una panchina, e una sola presenza, peraltro nemmeno ufficiale, nella squadra sperimentale che sconfisse San Marino per 8-0 nel maggio del 2017. Lapadula ne fece tre, ma non furono abbastanza per convincere il ct a puntare su di lui nella rincorsa poi miseramente fallita proprio per carenza di gol davanti alla Svezia.

Lapadula

Foto Cafaro/LaPresse

Nello stesso mese il Milan lo utilizzò come modello per presentare la divisa dell’anno successivo. Poi arrivò il closing dei cinesi che lo misero sul mercato, e Lapadula passò al Genoa, dove sarebbe già potuto finire un anno prima se il Condor Galliani non si fosse mosso all’ultimo con una delle sue picchiate improvvise. A Genoa andò male tutto quello che poteva andar male e anche qualcosa di più. Ventotto presenze con sei gol al primo anno e un riscatto esercitato solo per obbligo, otto partite e una rete nel secondo, segnato dai problemi alla schiena, dall’esplosione di Piatek, dall’arrivo di Sanabria e dalla rottura definitiva dopo il rifiuto di qualsiasi possibilità di trasferimento a gennaio. In mezzo persino la beffa di un ceffone rifilatogli da Daniele De Rossi in un Roma-Genoa del 26 novembre 2017.

Lo scivolo verso l’inferno per il ragazzo che sognava il Diavolo sembrava ormai inarrestabile. Anche a Lecce, dopo una presentazione all’insegna della ricerca del riscatto, le cose non erano cominciate benissimo. «Quest’anno voglio entrare in campo ed essere Lapadula», aveva detto. Il punto è che praticamente tutti ci chiedevamo chi fosse davvero Lapadula, se la punta da 30 gol di Pescara o il centravanti impacciato e goffo visto negli anni seguenti. Due gol in Coppa Italia alla Salernitana, poi una serie di prestazioni imbarazzanti contro Inter, Verona e Torino. E via, di nuovo in panchina, a fare la riserva di Babacar.

Lapadula ha aspettato la giornata numero 10 per segnare il suo primo gol con la nuova maglia, al Ferraris, contro la Sampdoria. Poi altri tre consecutivi a Sassuolo, Lazio e Cagliari. La mezza rissa con Olsen e le due giornate di squalifica, proprio sul più bello, il ritorno col Brescia e una nuova squalifica, poi di nuovo il mal di schiena. Il gol del 4-0 col Torino, a partita ormai ampiamente vinta dai salentini, è stato buono giusto per riprendere fiducia, i due col Napoli fondamentali per i tre punti. «In questi due anni ho perso tanto di ciò che mi ero guadagnato – ha detto il giorno della sua presentazione – ma ho conosciuto un calcio fatto di delusioni e rabbia che spero di far esplodere». Ed è così il suo calcio, fatto di rabbia e strappi, di energia a corrente alternata, di altissima tensione. Un calcio brutto, sporco e cattivo. Come quel ragazzo cresciuto al quartiere Filadelfia di Torino, cuore pulsante del tifo granata, sognando soltanto la Juve.

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