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L’utopia Redondo

By 3 Aprile 2020

Fernando Redondo, negli anni al Real Madrid, è stato uno spartiacque tra due epoche. Un giocatore rappresentativo degli anni novanta, ma allo stesso tempo anticipatore delle evoluzioni del regista moderno

Un gruppo di tifosi si è riversato all’esterno del Santiago Bernabeu. È l’estate del 2000. La scena ricorda alcuni passaggi di “Regno a venire” dello scrittore britannico J.G. Ballard. Nel romanzo, le masse di ultras sponsorizzate dal centro commerciale al centro della trama sublimano in violenza la frustrazione per un impossibile mondo immaginifico promesso dalle pubblicità. L’aria di Madrid è ferma, una canicola che toglie ossigeno e non annuncia nulla di buono, come se la minima scintilla potesse dare avvio a una sommossa popolare. Ma, in questo caso, i tifosi dei Blancos vogliono la testa del neo-eletto presidente Florentino Perez. Il mondo immaginifico promesso, in questo caso, è quello di un Real Madrid tornato a dominare dopo la parentesi delle gestioni Hiddink-Toshack; momento suggellato dalla vittoria della Champions League 1999/2000 con Vicente Del Bosque in panchina alla prima esperienza in prima squadra. Un Real Madrid capitanato da Fernando Redondo, proclamato miglior giocatore di quell’edizione del torneo: idolo, giocatore chiave, leader carismatico, ormai per i telecronisti spagnoli  el principe de Madrid.

 

Ma la realtà della nuova dirigenza è l’imminente cessione al Milan di Silvio Berlusconi proprio del numero 6, proprio all’apice della sua carriera e del suo legame con i Blancos. «Non scambieremo Figo per Redondo», urlano alcuni. «Redondo es Madrid» è un coro che risuona in quel giorno e risuonerà ancora per tutta la settimana. Si dice persino che qualche tifoso abbia riconosciuto la macchina del dirigente rossonero Adriano Galliani e l’abbia presa a calci.

L’elezione del nuovo patron blancos era stata una sorpresa per tutti. All’epoca Florentino Perez era uno sconosciuto, l’improbabile sfidante di Lorenzo Sanz, il presidente che tra alti e bassi era riuscito a portare due Champions League e un titolo nazionale in cinque anni. Perez aveva però aveva basato la sua campagna sulla situazione finanziaria disastrosa del club e su alcune promesse importanti. Una su tutte, l’arrivo di Luis Figo, giocatore chiave del Barcellona olandese di Cruijff prima, ma soprattutto dei blaugrana di Van Gaal poi. 

La firma avviene con uno stratagemma che anticipa la cifra caratteriale del personaggio. Perez spinge Fernando Redondo a siglare il contratto prima della sua stessa firma. L’atto successivo è consegnare il contratto al quotidiano Marca solo con la firma del giocatore. Il messaggio da mandare è chiaro: Redondo se ne voleva andare da Madrid per scelta. Questa è la coda di una storia che ha segnato il calcio degli anni novanta. Prima di continuare, però, bisogna riavvolgere il nastro.  

Fernando Redondo

La pagina di Marca sulla trattativa tra Real Madrid e Milan

Nella seconda metà degli anni ottanta Fernando Redondo è un giocatore degli Argentinos Juniors, la squadra in cui è cresciuto Diego Armando Maradona. Di lui – ancora minorenne – si parla già moltissimo in Argentina. L’esordio in Primera Division arriva già a 15 anni. Il confronto, per qualsiasi argentino dell’epoca dalla tecnica fuori dal comune, è d’obbligo. Maradona lo stima calcisticamente, ma non nutre una grande simpatia per lui. Diego è semplicemente il negativo di Redondo. Il futuro talento del Real Madrid non viene dall’urbanità desertica e fatiscente di Villa Fiorito. La sua storia non assomiglia alla classica parabola del calcio popolare sudamericano uscita dalle pagine di Osvaldo Soriano. Fernando Redondo è figlio di industriali di Buenos Aires. Il suo primo approccio non avviene per strada, ma nei campi di calcetto dei circoli sportivi dedicati alle élite. Studia all’università, legge la grande letteratura argentina, il suo genio è paradossalmente inscritto – ma non ingabbiato – nel senso di ordine e aristocrazia militaresca tipico della borghesia bonaerense. 

Il passaggio definitivo dalle giovanili in prima squadra avviene in maniera fulminea. Il talento è sotto gli occhi di tutti. Ma non è solo questo.Fernando Redondo ha già quel magnetismo della personalità che gli consente di guidare da leader una squadra di Primera Division. Ogni azione passa dai suoi piedi. Alle soglie di Italia ’90 Redondo ha 21 anni. È pronto a fare la sua comparsa nell’albiceleste del pragmatico Carlos Bilardo. Sceglie però di escludersi per finire gli studi in Economia e Commercio (in realtà mai conclusi). Qualcuno ipotizza una riluttanza a giocare per un allenatore ultradifensivista come Bilardo.

Il vero punto di svolta nella carriera di Redondo avverrà solo con l’incontro con Jorge Valdano. Dopo il Mondiale, Redondo prova il grande salto in Europa con la maglia del Tenerife. Il club era riuscito a rimanere in Liga in extremis, battendo il Deportivo La Coruña ai play-out. Con la maglia dei Chicharreros passa due stagioni nella parte bassa della classifica. Tra lui e il resto della squadra c’è un abisso tecnico. È il 1992 l’anno in cui tutto cambia. Il club lascia partite il tecnico Solari e punta tutto su Jorge Valdano, alla sua prima esperienza in panchina dopo aver allenato nelle giovanili del Real Madrid. Una bandiera albiceleste del grande Mondiale dell’86, innamorato del gioco innovativo di César Luis Menotti (il ct con cui l’Argentina vinse il suo primo Mondiale nel 1978), e che in Redondo vede la sintesi ideale della sua concezione del calcio. Il puzzle è completato, la formazione di Valdano gira tutta intorno alla cabina di regia dell’argentino.

Fernando Redondo

Mandatory Credit: Clive Mason /Allsport

Il Tenerife a fine anno si posiziona quinto e strappa l’accesso alla Coppa UEFA. L’anno successivo i biancoblu arrivano in semifinale di Copa del Rey contro il Celta Vigo e in Coppa UEFA vengono eliminati solo agli ottavi dalla Juventus di Trapattoni. Se il Tenerife è il piccolo miracolo del campionato spagnolo, Redondo è il profeta di un calcio ancora di là da venire. Un argentino che apriva nuove possibilità nel ruolo di mediano per come era stato conosciuto fino a quel momento. Come fu nella storia del calcio, quando l’argentino Carlos Martìn Volano negli anni ’30 definiva quello che sarebbe stato il ruolo del numero 5, il giocatore deputato a impostare, piazzato al centro della mediana. Redondo è stato un giocatore rappresentativo del suo decennio, ma allo stesso tempo ha anticipato alcune future evoluzioni del calcio moderno. Un’utopia calcistica, fuori dal tempo, rimasta a cavallo tra due ere. Prima di lui il ruolo del mediano era caratterizzato per lo più dall’intensità e dal dinamismo. A questo Redondo aggiungeva tecnica, una percezione del tempo e un uso del corpo per eludere il pressing che mai nessuno aveva usato in quel modo. Se da una parte conservava l’aggressività del centrocampista difensivo vecchio stile, dall’altra anticipava quel tipo di giocatore che nasce trequartista e viene spostato davanti alla difesa. Aveva quella polifunzionalità richiesta ai registi odierni di poter agire sia come difensore aggiunto, che come playmaker o mezzala. Anticipo e conduzione del pallone, letture difensive e costruzione dal basso. Sarà ancora Jorge Valdano a portarlo nel Real Madrid, quando il tecnico venne chiamato dai Blancos per risollevare la squadra dopo un disastroso quarto posto e un’eliminazione dalla Coppa UEFA. 

Fernando Redondo era un attrattore. Un polo magnetico che calamita il pressing avversario per poi eluderlo con pochi eleganti movimenti del corpo, uscendo in dribbling palla al piede in fase di prima costruzione. Negli highlights delle partite Redondo sembra scivolare sul campo senza perdere mai il controllo della sfera, come se levitasse a un centimetro da terra. Tutto con il piede sinistro, con pochi tocchi di suola come carezze al pallone, in pochissimo spazio a disposizione. Una danza che apriva spazi per i compagni scardinando gli assetti tattici degli avversari. In fase difensiva, la capacità di leggere tra le pieghe del tempo, gli consentiva di interdire l’azione avversaria con anticipi e letture delle linee di passaggio piuttosto che usando il tackle. 

(Photo by Andreas Rentz/Bongarts/Getty Images)

Sarebbe complicato, per caratteristiche, fare analogie con altri giocatori. Sergio Busquets – come movimenti e propensione a eludere il pressing – è stato per alcuni tratti il più simile. Due giocatori, inoltre, che in fase di prima costruzione prediligono lo scarico corto al lancio lungo. Entrambi, per impostazioni di lunga gittata, lasciano alla mezzala (come Xavi nel caso di Busquets) o a un collega di centrocampo (come poteva essere Guti in alcune partite per Redondo). L’argentino è stato tra i primi registi a poter giocare a uno o due tocchi; ma, allo stesso tempo, conservando la possibilità – ormai sconosciuta al regista moderno – di progressioni palla al piede sfruttando il dribbling. Aspetto, quest’ultimo, che Busquets non ha mai prediletto, rimanendo un giocatore statico, funzionalissimo al gioco di posizione guardiolano incentrato su piccole porzioni di campo da ricoprire attraverso il continuo passing game. In un’intervista a Marca del 2016, l’allenatore argentino Menotti, in un elogio a Busquets, apre un breve confronto con Fernando Redondo, descrivendo l’argentino come un giocatore «che faceva più movimento e impiegava più tempo a trovare il partner».

Le caratteristiche uniche di Fernando Redondo e la complessità del personaggio hanno portato spesso a numerosi fraintendimenti presso la stampa sportiva. Il primo è quello di un giocatore dal carattere difficile. Eppure Redondo non aveva nulla del calciatore viziato o arrogante. Era un leader naturale fin dai tempi degli Argentinos Juniors. Nella sua biografia “Toshack’s Way: My Journey Through Football”, il tecnico John Toshack racconta il momento vissuto sulla panchina del Real, la difficoltà a gestire una quantità di campioni che non riuscivano a trovare un’armonia dopo la vittoria della Champions nel 1998. Dal suo racconto emerge l’importanza di Redondo nello spogliatoio, soprattutto nella crescita di Raul. «Sono stato con lui solo per un breve periodo, ma ebbe comunque su di me un profondo impatto per la sua attitudine, capacità, etica del lavoro e rispetto». Lo stesso Jupp Heynckes – intervistato nel libro “A Life Too Short: The Tragedy of Robert Enke” –  non potrà fare a meno di citarlo: «Ho allenato un sacco di giocatori nella mia carriera. Ma se qualcuno mi chiede dopo trent’anni di carriera chi sia il mio ideale professionale risponderò sempre Fernando Redondo e Robert Enke». Un’immagine radicalmente opposta a quella del bambino viziato descritta da Maradona ai tempi del Mondiale del ’90 o quella spinta da una parte della stampa spagnola nel 1998, quando Redondo non accettò l’ordine militaresco del tecnico della Seleccion Daniel Passarella di tagliarsi i capelli. Redondo non partirà per la Francia, guadagnandosi un’ingiusta etichetta di ribelle, e confermando quel rapporto difficile con l’Argentina incontrato lungo tutta la carriera.

L’altra confusione riguarda proprio le sue caratteristiche. Fuori dalla Spagna e dall’Argentina, l’immagine di Fernando Redondo oscillava tra un’estetica elegante ma poco pratica a quella del classico mastino sudamericano. A fine estate 1998, commentando i sorteggi di Champions, un articolo della Gazzetta dello Sport scrive: «Guus Hiddink sta provando il recupero di Raul, uscito da un’annata disastrosa, mettendolo a centrocampo a fianco di Redondo. Un suggeritore accanto a un incontrista». Se qui veniva descritto con l’aggettivo solitamente riservato ai Simeone e ai Roy Keane, lo stesso giornale, in un articolo di maggio riservato ai Mondiali del 1998, riporta: «Matias Almeyda (Lazio, 25) studia da Redondo: meno bello da vedere, più pratico, ha convinto Passarella e sarà il play – maker».

Mandatory Credit: Chris Cole/ALLSPORT

Una confusione che accompagnerà il preludio della partita più iconica della carriera di Fernando Redondo: il celebre Taconazo dell’Old Trafford. Nella stagione 1999/2000 la panchina del Real Madrid è stata affidata a Vicente Del Bosque, tecnico allora ancora poco conosciuto, dopo una crisi di risultati che aveva portato al doppio esonero in un anno di Guus Hiddink e John Toshack. I più lo vedono come un nome temporaneo, un nome interno alla “famiglia”, il tecnico del Real Madrid B e delle giovanili chiamato a guidare la squadra in un periodo di transizione. Del Bosque si rivela un gestore eccezionale di uno spogliatoio complicato.

Il Real arriva così ai quarti di finale contro una delle favoritissime. Quel Manchester United di Sir Alex Ferguson che l’anno precedente aveva strappato la Champions al Bayern Monaco nei minuti di recupero. Un articolo del Guardian, a firma Amy Lawrence, rende molto bene l’idea opaca che si aveva di Redondo all’epoca. Il giornalista lo descrive come «un centrocampista argentino irascibile, granitico, il quale con Hierro ha una grande influenza all’interno del Bernabéu. È particolarmente bravo con i gomiti: dovrebbe essere un duello interessante con [Roy] Keane». Un parallelo fuorviante con un giocatore radicalmente opposto allo stile di Redondo, il quale aveva già aveva mostrato il proprio repertorio tecnico e tattico dopo due annate da protagonista con il Real Madrid di Fabio Capello vincitore del campionato spagnolo nel 1996/97 e quello di Jupp Heynckes vincitore della Champions League la stagione successiva.

Nel “Teatro dei Sogni” di Manchester, intanto, il Real Madrid sembra anticipare l’era dei Galacticos. I Blancos hanno il controllo della partita. Una situazione impronosticabile per i rapporti di forza di quel tempo. Il Real era una squadra in ricostruzione, il Manchester la big del momento. Ivan Helguera, ricordando quella partita anni dopo, racconterà: «la verità è che eravamo molto spaventati». L’atmosfera all’Old Trafford è esplosiva. I fischi per McManaman (ex Liverpool prima della maglia madrilena) si sprecano. Al 20’ del primo tempo, tuttavia, un cross teso di Salgado in mezzo induce Roy Keane a calcolare male il tempo dell’intervento e deviare nella propria porta il pallone. Le marcature vengono aperte dal più improbabile degli autogol. A quel punto il Real dilaga. Redondo detta tempi e ritmi di gioco, si concede colpi di suola che mandano fuori giri giocatori come Scholes e Beckham. Il suo stile e la sua visione di gioco disordinano la rodata macchina di Ferguson in una maniera all’epoca mai vista.

Poco dopo il fischio d’inizio del secondo tempo, un controllo di palla da antologia permette a Raul di involarsi in porta e siglare il 2-0. Neanche il tempo di festeggiare e tre minuti dopo un’azione consegnerà Redondo all’immaginario collettivo. L’argentino si spinge palla al piede sul lato sinistro, dirigendosi verso il fondo campo avversario. Berg prova a marcarlo rallentandone la progressione. Poi  succede qualcosa di inaspettato. Redondo effettua uno strano colpo di tacco, nonostante non stesse propriamente dando le spalle a Berg, allungandosi il pallone in avanti. La sfera passa tra le gambe del difensore norvegese, permettendo a Redondo di liberarsi e raggiungere il limite della linea di fondo. Il tempo di alzare lo sguardo e disegnare un assist geometrico per i piedi di Raul. Risultato fissato sul 3-0, un posto nella leggenda. La partita finirà poi 3-2, ma nella testa di tutti in campo c’era stata una sola squadra. «Ma che cos’ha quel giocatore negli scarpini? Un magnete?», chiede Ferguson dalla panchina. Quel 19 aprile del 2000 rimarrà nella sua testa per lungo tempo. Lo stupore corre veloce anche tra i compagni. Ivan Campo, difensore del Real in quegli anni, dirà: «È stata la giocata dell’anno, non mi sorprese vedere Fernando provarla. Mi sorprese che venne fuori proprio in quel modo, così pulita».

Intanto, il cammino di Champions prosegue con l’eliminazione del Bayern Monaco. Mentre dall’altra parte del tabellone il Valencia di Hector Cuper, Mendieta e Claudio Lopez è la rivelazione del torneo: elimina la Lazio di Eriksson e il Barcellona. Il gioco dei blanquinegres è uno dei più interessanti di questa edizione. E quella di maggio sarà la prima finale tra due squadre dello stesso paese. Il Real sulla carta è il favorito, ma molti commentatori descrivono il Valencia come una squadra tatticamente più preparata. 

Bisogna immaginare che in questa stagione il gioco di Vicente Del Bosque è molto lontano dal Real Madrid dei Galacticos o dalla Spagna del 2010. Il tecnico spagnolo usa spesso un 5-3-2 con alcune particolarità tattiche: Ivan Helguera schierato al centro della difesa tra Ivan Campo e Karanka, ma con la libertà di alzarsi in verticale per accompagnare il centrocampo. Redondo è il regista, l’uomo che ha sempre il primo tocco nella costruzione dal basso, con la funzione di attirare a sé la pressione avversaria, liberarsene con un colpo tecnico del suo repertorio e appoggiare per McManaman mezzala di progressione o per il trequartista. Quest’ultima posizione viene alternativamente occupata da Savio o da Raul (quando il numero 7 non viene direttamente schierato nel tandem con Morientes al posto di Anelka). Si tratta di una casella molto più fluida di quello che la teoria dovrebbe indicare. In questo Real di Del Bosque quella posizione si muove a volte quasi da mezzala sinistra, a volte da trequartista puro. Nonostante il modulo poco propositivo il Real riesce a essere aggressivo, grazie soprattutto alle caratteristiche uniche dei singoli interpreti. Basti pensare ai due terzini, Salgado e Roberto Carlos, in grado di coprire tutto l’out esterno nelle diverse transizioni di gioco. 

(Photo by Martin Rose/Bongarts/Getty Images)

La partita è a senso unico sin dall’inizio. Ma è nel secondo tempo che il Real dilaga e Redondo sale in cattedra tenendo un piccolo seminario sul suo calcio. Intorno al 65’ tiene palla poco dopo la linea di centrocampo. Redondo rallenta, quasi a fermarsi. L’intenzione è proprio quella di innescare il pressing avversario. Viene raddoppiato immediatamente dai giocatori del Valencia. A quel punto gli basta un movimento impercettibile del corpo, quasi un passo di danza, per fare di quei due giocatori in opposizione una sorta di materia incorporea e perforabile. Solo pochi minuti prima c’era stata una sua lettura di gioco che aveva innescato un’azione pericolosa di Raul. Il telecronista di ESPN non può far altro che emettere la sentenza: «Adesso Redondo ha cominciato a controllare la partita con il suo calcio». La percezione generale era effettivamente quella di un giocatore che capiva il calcio prima degli altri, al di là della tecnica. Anche per questo ogni allenatore di club che ce lo ha avuto lo ha ritenuto fondamentale. Fabio Capello lo definì «tatticamente perfetto». E quando fuggì da Madrid per i dissapori con il patron Lorenzo Sanz, nonostante la vittoria del titolo, fece di tutto per portarlo al Milan. 

Al Milan ci arriverà però all’apice della sua carriera, proprio l’estate del 2000, quando Capello prenderà in mano la Roma. Strappato al cuore di Madrid contro la sua volontà. Sacrificato dal neo-eletto presidente Florentino Perez all’altare di una rifondazione cinica ma che aprirà una delle epopee calcistiche più importanti del calcio moderno. Un senso di vuoto per i tifosi di Madrid, non colmabile nemmeno dall’imminente arrivo di Figo; una grande opportunità per un Milan in cerca di un nome da copertina. Ma le cose andranno diversamente. Nei giorni successivi alla firma del contratto, Redondo si rompe il legamento crociato del ginocchio destro in allenamento dopo aver messo il piede in un buco nel terreno causato dalla pioggia. Il recupero sarà funestato da numerose complicazioni. Ci vorranno due interventi chirurgici per sistemare il problema. Nel frattempo Redondo chiede al Milan di non pagargli lo stipendio.

Il suo debutto avverrà solamente due anni dopo la firma del contratto, nella partita del 3 dicembre di Coppa Italia contro l’Ancona. Al suo ritorno l’affetto e la curiosità dei tifosi rimane invariato, gli dedicano continue standing ovation, ma è chiaro a tutti che qualcosa è cambiato definitivamente. Allo stesso tempo, però, il tramonto di Redondo, nel più classico degli incastri del fato, aprirà lo spazio per l’ascesa di Andrea Pirlo.  

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