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Dieci giocatori che hanno reso iconico il Valencia

By 18 Febbraio 2020

Un album delle figurine da stropicciarsi gli occhi. Non sono molti, infatti, i club che sono riusciti a far indossare la propria maglia a una lista così lunga di grandi talenti. Perché dal Valencia ci sono passati praticamente tutti, anche se in pochi si sono fermati. Troppo forte il richiamo delle big d’Europa, troppo impari la lotta con le società più ricche del Vecchio Continente. Un ricambio continuo in cui si sono alternati top player, meteore e qualche giocatore impensabile, ma che è riuscito comunque a trasformare i pipistrelli in una delle squadre più ammirate del nuovo millennio. Ma quali sono stati i calciatori più iconici degli ultimi 25 anni della prossima avversaria dell’Atalanta in Champions League? Ne abbiamo scelti dieci per voi.

 

Gaizka Mendieta

Shaun Botterill /Allsport

Uno dei pochissimi baschi a non aver nemmeno sfiorato né l’Athletic né la Real Sociedad né le altre squadre della zona. Questo perché ha seguito le orme di papà Andres, portiere campione d’Europa (seppur come riserva) con il Real Madrid nel 1966: Mendieta senior aveva concluso la carriera al sud, tra Villarreal e Benicassim, comunque nella Comunità Valenciana.

Così suo figlio Gaizka non si sarebbe allontanato da lì: esordio da professionista al vicino Castellòn, l’arrivo in sordina in un Valencia in piena ricostruzione, l’inizio addirittura come terzino destro. Ex vice-campione spagnolo juniores dei mille metri a ostacoli, inizialmente è una specie di Sergi Roberto, lo mettono dove c’è bisogno: qualcuno, dice la leggenda, come Jorge Valdano, allenatore durato poco al Mestalla, gli avrebbe consigliato addirittura di andarsene, non vedendo in lui granché di speciale.

Molto meglio, invece, con Claudio Ranieri. È  proprio con l’italiano che Gaizka Mendieta vince da protagonista il primo titolo in maglia “Che”: la Coppa di Spagna del 1999 contro l’Atletico Madrid, segnando anche un gol clamoroso nella finale. Ormai non è più terzino ma regista centrale, il ruolo con cui ha toccato i vertici del calcio europeo risultando eletto addirittura miglior centrocampista della Champions League per due edizioni di fila, nel 2000 e nel 2001.

Alex Livesey /Allsport

Già, due edizioni e due finali perse, contro Real Madrid e Bayern Monaco, una davvero sanguinosa, ai rigori, a San Siro; Mendieta in quest’ultima apre le danze dopo due minuti dal dischetto, una sua specialità, ma arriverà il pari di Effenberg. In quegli anni sta toccando vette di rendimento clamorose, il Real Madrid lo vorrebbe, Mendieta apprezza il flirt, ma il Valencia non ha la minima intenzione di vedere il suo capitano vestito di “blanco”.

Meglio la Lazio, che spende 90 miliardi di lire per farne di lui il successore di Nedved, nel frattempo acquistato dalla Juve: sarà un tremendo flop, con 20 presenze appena e addirittura pendenze di pagamento procrastinatesi nel tempo. Però Mendieta era Valencia e Valencia era Mendieta; non solo era il capitano, ma era stato soprannominato “El murcielago”, “Il pipistrello”, come il simbolo stesso dello scudo del club.

Un tipo tranquillo, il basco, appassionato di libri thriller, di Inghilterra e di musica indie già da ragazzino: ogni tanto, lo ammetterà lui stesso, se ne scappava in Terra d’Albione per assistere in incognito a qualche concerto o per fare incetta di dischi. E proprio in Inghilterra terminerà la carriera, al Middlesbrough (dove perderà un’altra finale, ma di Coppa Uefa, contro il Siviglia), dopo un’altra disastrosa tappa al Barcellona. Lì ha investito in ristoranti e case e ogni tanto si diverte come deejay. Il gruppo musicale Los Planetas gli ha dedicato addirittura una canzone: “Ho acceso la tv e c’era una partita, e Mendieta ha segnato un gol veramente incredibile”, diceva il ritornello di “Un buen dìa“.

 

David Villa

(Photo by Manuel Queimadelos Alonso/Getty Images)

Giocatore e persona fuori dai canonici cliché, figlio di minatori, un bisnonno che si chiamava Trotsky come il rivoluzionario russo, una nonna di nome Libertad e lui in prima fila sempre in difesa dei diritti dei lavoratori del nord della Spagna, della sua terra, le Asturie.

Da Gijòn a Valencia fino al Barcellona e alla vetta del mondo, capocannoniere del Mondiale del 2010, l’ultimo graffio con l’Atletico Madrid e la Liga del 2014: “Maravilla”, in una parola, o “El Guaje”, “Il ragazzino”, in asturiano.

Al Mestalla David Villa ha cominciato la sua scalata al vertice: ci arriva nel 2005 dal Real Saragozza e si capisce subito che non è uno qualunque, visto che nel primo campionato segna 25 volte. Saranno 130 le reti complessive in tutte le competizioni in cinque stagioni: una macchina da gol per una squadra che fatica a ingranare e che cambia troppi allenatori, vincendo solo una Coppa di Spagna nel 2008.

È da giocatore del Valencia che Villa conquista, però, l’Europeo del 2008 e il Mondiale del 2010 con la Spagna: la maglia numero 7 che prima di lui indossava Raul, con le Furie Rosse, non gli pesa affatto. Se ne andrà al Barcellona per 40 milioni lasciando un vuoto abbastanza incolmabile.

 

David Silva

(Photo by Richard Heathcote/Getty Images)

Beati i tifosi che al Mestalla dal 2006 al 2010 ogni weekend hanno potuto ammirare nella loro squadra due dei migliori giocatori spagnoli di ogni epoca: i due David, Villa e Silva. Quest’ultimo lo sentivano più loro, visto che era cresciuto nel settore giovanile: legatissimo alla città pur essendo nato alle Canarie, Silva non ha escluso un ritorno quando scadrà il contratto con il Manchester City.

Giocatore di classe e intelligenza calcistica superiore, in gioventù esterno sinistro velocissimo e tecnico abile anche come trequartista, un po’ troppo individualista a volte per sua stessa ammissione. Anche lui come Villa pilastro della Spagna vincitrice di tutto. Riservato e poco mediatico, una delle pochissime volte in cui si è esposto pubblicamente è stato per raccontare della nascita prematura del suo ultimo figlio. È produttore di vino assieme all’amico Sisi, compagno di squadra all’epoca delle giovanili valenciane.

 

 

Santiago Canizares

 (Photo by Shaun Botterill/Getty Images)

Saltare un Mondiale, quello del 2002, che altrimenti avresti giocato da titolare perché una boccetta di profumo ti cade sul piede, squarciandoti un tendine: anche questo è stato Canizares, uno dei migliori portieri spagnoli a cavallo del nuovo millennio.

Ricordato forse più per questo episodio che per una carriera di tutto rispetto, spesa soprattutto tra Real Madrid (una Champions conquistata da riserva di Illgner nel 1998) e Valencia, di cui è stato il titolare indiscusso per un decennio, fino a quando Ronald Koeman non decide di farlo fuori quasi senza preavviso, assieme ad altre due colonne della squadra come Angulo e Albelda.

Personaggio estroverso e divertente, a seconda del momento con capelli biondo platino o rosso-fucsia, dopo aver smesso con il calcio si è dato al rally, ai reality-show e all’opinionismo sportivo. Ha anche scritto un libro: “Papà, quiero ser futbolista“, in cui spiega ai genitori come gestire le aspettative dei figli che vogliono diventare calciatori.

 

Ariel Ortega

Detto “El burrito”, “L’asinello”. Piccoletto, tracagnotto, tra gli esempi migliori di calciatore discontinuo ma capace di giocate assurde dal nulla: anche alla Sampdoria e al Parma se ne sarebbero resi conto. In Spagna ci arriva dopo aver dettato legge in Sudamerica con il River Plate, ma non trova un allenatore molto disposto ad accettare i suoi ritmi: è Claudio Ranieri, che se lo ritrova in rosa dopo la cacciata di Jorge Valdano.

Eppure segna nove gol in 29 partite, tra cui un capolavoro al Camp Nou contro il Barcellona rimontato da 0-3 a 4-3. I giornali il giorno dopo parlano di “Burrada”, cioè “Asinata”, nel senso della prestazione monstre di Ortega. Di lui Ranieri dirà: “Ha molta qualità, ma non gli piace per nulla allenarsi, e questo non va bene: in più è sempre stanco”. L’allenatore lo farà fuori, così come aveva fatto pochi mesi prima con Romario, nientemeno.

 

Joaquin

(Photo by Luis Bagu/Getty Images).

“Genio y figura”, personaggio che ancora oggi delizia le platee della Liga a quasi quarant’anni con il “suo” Betis.  Quando arriva al Mestalla, proprio dai biancoverdi, è uno degli esterni più “cool” d’Europa: alla fine un po’ delude, poiché vince solo una Coppa del Re, ma lascia comunque dei ricordi indelebili. E pensare che tutto aveva rischiato di andare a monte perché l’allora presidente del Betis, Lopera, non voleva che andasse al Valencia e quindi l’aveva ceduto in prestito all’Albacete, senza il consenso del giocatore.

Arrivato poi nella capitale manchega, tutto si era aggiustato grazie all’intervento di un notaio: anche perché nessuno del club della Mancha si aspettava l’arrivo di Joaquin. Forse una maniera per lucrare più soldi dal trasferimento.

 

Claudio Lopez

Graham Chadwick /Allsport

Il Valencia si mette sulla mappa della Champions League sostanzialmente nella primavera del 2000, quando in casa, al Mestalla, umilia prima la Lazio (5-2) e poi il Barcellona (4-1), ipotecando il passaggio del turno, fino alla finale poi persa contro il Real Madrid.

Di quella squadra il riferimento offensivo è “El Piojo”, “Il pidocchio” Lopez, che finirà ceduto proprio alla Lazio al termine della stagione per 35 miliardi di lire. “Da piccolo rompevo le scatole sempre a tutti, ecco il motivo di questo soprannome, mia mamma a un certo punto si era dimenticata che mi chiamassi Claudio”, dirà l’argentino, prima punta atipica, non altissima, con un piede sinistro capace di tutto.

Arriva a Valencia nel 1996 e con Ranieri diventa il terrore delle difese avversarie: specialmente quella del Barcellona, a cui segnerà dodici gol in quindici partite. Tra queste prodezze, l’assurda settimana in cui tra Liga e Coppa del Re, poi vinta dai “Che” nel 1999, timbra sei volte in tre incontri. Van Gaal, tecnico blaugrana all’epoca, ammette: “Non ho nessuno in squadra che sappia fermarlo“.

 

Pablo Aimar

 Laurence Griffiths /Allsport

Altro trequartista argentino “Ortega-style”, anche lui proveniente dal River Plate. Aimar, a differenza del “Burrito”, ha lasciato anche dei titoli e non solo litigi con gli allenatori: protagonista assoluto nel periodo con Rafa Benitez in panchina, vince la Liga del 2002 e completa il “doblete” campionato-Coppa Uefa del 2004.

Idolo totale del Mestalla, “El Payaso” arriva nel mercato di gennaio del 2001, ancora sotto la gestione-Cuper, quindi. Un trasferimento concluso alle 2 del mattino del penultimo giorno di trattative, all’epoca il più caro nella storia del club: 21 milioni e contratto addirittura di sette anni. Fin da subito diventa il re della trequarti, l’intesa con Mendieta è telepatica: debutta contro il Manchester United in Champions il 14 febbraio, indossando per errore la maglia numero 22, mentre aveva scelto il 35.

È titolare nella finale di San Siro contro il Bayern, ma viene sostituito dopo l’intervallo da David Albelda. Adorato da gente come Maradona o Messi, la “Pulce” argentina ammetterà di essere rimasto pietrificato un giorno in cui riuscì a scambiare la maglietta con Aimar al termine di un Valencia-Barcellona, quando Lio era ancora un giovane e imberbe panchinaro.

 

Vicente

(Photo by Friedemann Vogel/Bongarts/Getty Images)

C’è stato un periodo, diciamo a cavallo del millennio, in cui la Liga non era solo roba di Barcellona o Real Madrid; anche altre squadre, molto meno titolate delle due grandi di Spagna, potevano dire la loro, tipo Deportivo La Coruna o lo stesso Valencia.

I “Che” che trionfano due volte in tre anni, tra il 2002 e il 2004, hanno un’ala sinistra che qualcuno paragona addirittura a Ryan Giggs: lo stile è quello, e nonostante fosse arrivato a sostituire un altro che aveva lasciato il segno al Mestalla come Kily Gonzalez, Vicente Rodriguez ben presto avrebbe fatto dimenticare l’argentino.

Elegante, abile nel dribbling, a 22 anni viene eletto miglior giocatore spagnolo della Liga (13 reti e 10 assist le sue statistiche in stagione): è il 2004, appunto, e il Valencia di Benitez ha vinto di nuovo il campionato, bissando il trionfo con la conquista della Coppa Uefa, 2-0 in finale all’Olympique Marsiglia. Il secondo gol della partita è di Vicente, su rigore.

 (Photo by Martin Rose/Bongarts/Getty Images)

Cresciuto al Levante, l’altra squadra della città, con cui aveva esordito ancora minorenne in Segunda Division, avrebbe un futuro luminosissimo davanti a sé: tuttavia un infortunio in una partita di Champions contro il Werder Brema lo limiterà pesantemente. Tra operazioni e recuperi mai avvenuti del tutto, la seconda parte della carriera della “Joya de la corona”, come lo chiamavano, sarà un lento e inesorabile tramonto fino al ritiro a poco più di trent’anni.

 

Amedeo Carboni

 Firo Foto/ALLSPORT

“Amedeo, ma dove vai?”. Parole e musica di Carlo Mazzone ai tempi della Roma, quando il suo terzino sinistro  si era spinto troppo in avanti. Poi il trasferimento in Spagna, dove sarebbe diventato una leggenda, e addirittura direttore sportivo del club valenciano.

Amedeo Carboni, insomma: la sua assenza per squalifica ancora vissuta come una delle cause principali della brutta sconfitta nella finale di Champions del 2000 contro il Real Madrid. Per il resto, appunto, un mito, al Mestalla, dove ha giocato fino a 41 anni suonati: anche lì, segnando poco (una volta sola, alla Real Sociedad, il 6 maggio del 2000), ma formando con Angloma una coppia di laterali difficilmente replicabile in Europa.

Imprescindibile per i suoi allenatori fin quando la carta d’identità non ha presentato davvero il conto: pilastro per Cuper, indispensabile per Rafa Benitez nell’indimenticabile 2004 della doppietta campionato-Coppa Uefa. E pensare che all’inizio le difficoltà di adattamento erano state enormi: «Non mangiavo paella, ma chiedevo riso in bianco, e le mie figlie piangevano perché non capivano niente di spagnolo», ricorderà. Un contratto firmato su un tovagliolo con la clausola di poter andare all’allenamento in moto ed ecco l’inizio di una storia ventennale d’amore reciproco con la città. Nonostante nelle prime cinque partite avesse rimediato due espulsioni.

 

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