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Quell’assurdo Real tra Galacticos e Pavones

By 13 Aprile 2021 Aprile 15th, 2021
Galacticos

Sono passati vent’anni da quando il Real Madrid dei Galacticos dovette affiancare ai grandi campioni della sua rosa i ragazzini delle giovanili, creando un contrasto anche grottesco. Un documentario rivive quell’epoca

“Zidanes y Pavones”: potrebbe essere il titolo di un film, mentre in realtà ha rappresentato un pezzo di storia del Real Madrid, forse uno dei più grotteschi. Quello in cui da un lato c’erano i primi Galacticos, un ammasso di talento senza precedenti, incarnato da Zinedine Zidane, e dall’altro i ragazzini delle giovanili, della “Fabrica”, come viene chiamata la Primavera dei blancos.

Di questo secondo gruppo, il simbolo assoluto, anche perché aveva un bel cognome da spendere, molto evocativo, è stato Francisco “Paco” Pavòn, difensore centrale abbastanza modesto, ma catapultato tra i titolari accanto a Palloni d’Oro e campioni del mondo. Con risultati alterni, va detto. Eppure un recente documentario, “Pavones”, uscito in Spagna su una piattaforma di servizi in streming, ha riacceso i riflettori su quei giovanotti.

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Casillas, Pavon, Ronaldo, Figo, Cambiasso, Zidane; Salgado, Roberto Carlos, Raul, Raul Bravo, Beckham. ©PANORAMIC/LAPRESSE

Un periodo contraddittorio

Si fa iniziare l’epoca dei “Zidanes y Pavones” quando entrambi questi giocatori arrivano in prima squadra. Zizou nell’affare da 160 miliardi di lire che lo porta in Spagna dalla Juventus nell’estate del 2001, Pavon semplicemente promosso dal Real Madrid B. Non sembra malissimo, Paco, che ha impressionato nella squadra giovanile guidata da una vecchia gloria dei blancos, Javier Tendillo.

L’allenatore Vicente del Bosque gli dà fiducia, accanto a Ivan Helguera o a Fernando Hierro; ci sarebbe anche Aitor Karanka come primo cambio, ma il futuro è tutto dalla parte di Pavon, che nel 2002 firma un contratto settennale con il Real Madrid, quasi a vita. Ha 22 anni e, seppur da riserva della riserva, ha conquistato la Champions League contro il Bayer Leverkusen, partita in cui Zidane ha segnato uno dei gol più belli della sua carriera.

Il cross per quella rete è di Roberto Carlos, altro fenomeno arrivato nei precedenti anni di mercato stellare del presidente Florentino Perez (sì, è lo stesso di oggi), che si sta dedicando ad acquistare un campione dopo l’altro nella rosa della squadra. È l’era, celeberrima, dei Galacticos, che si fa cominciare con l’affare Figo, strappato al Barcellona nell’estate del 2000, e che si va ad aggiungere all’ossatura che ha già conquistato la Champions del 2000: Raul, Morientes, Salgado, McManaman. E ad ogni sessione di mercato Florentino è come se volesse alzare l’asticella, non sempre comprando giocatori funzionali alla rosa, bensì accanendosi nel “figurinismo”, a un certo punto, specie dal centrocampo in su.

Nel 2002 ecco Ronaldo, nel 2003 David Beckham, nel 2004 Michael Owen, nel 2005 Robinho-Julio Baptista-Cassano: una gran confusione che porta solo allenatori licenziati e stagioni deludenti. Anzi, per fare spazio a queste stelle o presunte tali vengono sacrificati calciatori come Morientes, che finisce in prestito al Monaco ed elimina nel 2004 il Real dalla Champions League, segnando anche un gol di testa spettacolare. Oppure Esteban Cambiasso, che avrebbe potuto essere un buon ricambio a centrocampo, e che se va a costo zero nel 2004 aprendo la sua leggendaria esperienza all’Inter.

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©IMAGO/PANORAMIC/LAPRESSE

In tutto questo il povero Pavon che c’entra? Diciamo che le circostanze non lo aiutano, ed è come vedere una coperta che piano piano si restringe sempre più, lasciando Paco col vento in faccia. Hierro e Karanka se ne vanno, rimane solo Helguera come difensore centrale assieme a Pavon, in una squadra dove i centrocampisti difensivi vengono man mano accantonati, perché non si possono levare i Galacticos.

In più gli acquisti nel reparto arretrato, anch’essi arrivati a peso d’oro, deludono non poco, oppure sono sempre fuori per infortunio. Il caso più clamoroso è quello di Jonathan Woodgate, centralone inglese strappato nel 2004 al Newcastle e che in due stagioni a Madrid giocherà la bellezza di 14 partite, guadagnandosi il titolo al contrario di “Peggior acquisto in assoluto del XXI secolo”.

Pavon, insomma, deve tappare i buchi di una squadra in cui è diventato imprescindibile, ma che lo aiuta poco. In pratica si deve arrangiare con un ombrellino da cocktail davanti alle mareggiate che si trova davanti: provate voi, infatti, a difendere quando a centrocampo ci sono Figo-Beckham-Guti-Zidane, in attacco Raul e Ronaldo e in fascia uno come Roberto Carlos. Se i giocatori offensivi non sono in buona giornata il rischio imbarcata è dietro l’angolo.

La condizione di tappabuchi si protrae fino a quando, finalmente, il Real azzecca un grande acquisto in difesa, quello di Sergio Ramos, che dal 2005 in avanti di fatto leva il posto da titolare a Pavon, che nella sua ultima stagione al Real scende in campo solo in due partite di Coppa del Re prima di essere ceduto al Saragozza, nel 2007. Nel frattempo tutta la pletora di Galacticos o presunti tali era stata decespugliata, compreso Zidane, ritiratosi nel 2006.

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©MICHELE RICCI / LAPRESSE

Contrasti

Un quinquennio, quello dei “Zidanes y Pavones”, dal bilancio in chiaroscuro: una Champions, una Liga, un Mondiale per Club, una Supercoppa Europea e una Supercoppa di Spagna. Con il picco negativo della stagione 2004-05, tre allenatori in panchina (Camacho, Garcia Remon e Luxemburgo) e già a inizio marzo fuori da Champions e Coppa del Re. Non male nemmeno, come ricordo negativo a proposito di Coppa del Re, nell’edizione successiva della Coppa del Re, il 6-1 subito a Saragozza con poker di Diego Milito a umiliare tutta la difesa del Real, Pavon compreso.

Come ricorda il documentario Pavones, però, non c’era solo lo stopper nelle rotazioni dei vari tecnici. L’abbiamo già visto, in una sorta di folle asta del fantacalcio Florentino Perez aveva speso quasi tutto il budget per i Galacticos, e invece di prendere calciatori a 1, come fanno tutti i fantagiocatori, aveva completato la rosa con i ragazzini delle giovanili.

Nomi promettenti in realtà c’erano: uno in cima all’elenco, quello di Javier Portillo, il giocatore più prolifico nella storia del Real Madrid B, ideale erede di un Raul che si stava avvicinando alla trentina, e in realtà persosi tra un prestito e un altro, compresa una dimenticabile parentesi alla Fiorentina (un gol in 11 partite nel 2004), ma anche con tappe degne di un pacco postale: Bruges, Gimnastic di Tarragona, Hercules di Alicante, Osasuna e Las Palmas .

Nel documentario l’attaccante racconta di come quando i big erano venuti a conoscenza della sua misera paga (misera in confronto alla loro, naturalmente) non gli avevano permesso di pagare quando si andava fuori a cena. “Nel Real – racconta Portillo in Pavones – era molto difficile entrare e altrettanto facile uscire. Ogni anno quando sembrava che potessi guadagnare posizioni nelle gerarchie arrivavano certi nomi, mi rendevo conto che non avrei giocato mai e quindi finivo ceduto”.

Altri “pavones” di quell’epoca: Raul Bravo, Ruben Gonzalez, Borja Fernandez, Antonio Núñez, Oscar Miñambres o Alvaro Mejía. Molti di questi tifosi essi stessi del Real Madrid, come Bravo, che ricorda “il sogno di tutta la vita diventato realtà”, mentre per altri è stata un’esperienza da incubo.

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6 maggio 2003, semifinali di Champions Real Madrid-Juventus, Javier Portillo e Antonio Conte. ©MARCO ROSI \ LAPRESSE

Nel documentario colpisce il caso di Gonzalez, scoppiato a piangere dopo una sostituzione con Queiroz in panchina e di fatto bruciato ad alti livelli. È il 9 novembre del 2003, il Real con mezza difesa fuori e lo stesso Ruben a scartamento ridotto per problemi alla spalla, viene piallato 4-1 a Siviglia, con il primo gol che è un comico autorete di sedere di Helguera colpito da un rinvio di testa di Gonzalez: al 25′ Queiroz toglie il canterano, evidentemente sotto choc, tanto che una volta in panchina si mette a lacrimare. “Ho capito in quei momenti che la mia avventura al Real era finita”, ammette Ruben, che in effetti verrà ceduto al Borussia Moenchengladbach nel successivo mercato invernale. Da allora non ha più rivisto quel match né più indossato la maglietta dei blancos.

Una partita-simbolo dell’era “Zidanes y Pavones”, perché guardate che formazione aveva schierato Queiroz: Casillas; Pavon, Helguera, Ruben, Raul Bravo; Beckham, Guti, Figo, Zidane; Raul, Ronaldo. I giovani mandati allo sbaraglio (tre gol del Siviglia arrivarono nei primi 14 minuti) e stelle impotenti davanti alla mareggiata.

Insomma, l’altra faccia, triste e poco conosciuta, di un’epoca che è passata alla storia recente del calcio. Mentre nel frattempo il Barcellona, con la sua Masìa, stava seminando in vista dei futuri successi, tra Messi, Iniesta, Fabregas, Pedro, Piqué e compagnia. Molti di questi diventati loro stessi dei “Zidanes”, quindi delle stelle di valore assoluto.

Pavon dopo il Saragozza è finito a giocare in Francia, all’Arles-Avignon: il ritiro, ad appena 31 anni, nel 2011. Basta col calcio, insomma. Nonostante avesse potuto usufruire del sussidio di disoccupazione, Paco arriverà a rifiutarlo: “Sarebbe immorale, che lo diano a chi lo necessita veramente”, spiegherà la sua decisione. Adesso fa parte dell’Assocalciatori Spagnola e quando gli chiedono dell’epoca in cui divideva lo spogliatoio con grandi campioni e Palloni d’Oro risponde: “Comunque ti rende orgoglioso essere ricordato per questo motivo”.

 

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