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Il grande equivoco su Christian Eriksen

By 20 Febbraio 2020

Media, tifosi e contesto interista sembrano avere un’idea tattica e tecnica piuttosto distorta del talento danese

Per la terza volta in una settimana fitta di impegni importanti, domenica sera, contro la Lazio, Christian Eriksen è partito dalla panchina. Agli occhi di molti, quella di Antonio Conte di escluderlo dai titolari in una partita fondamentale per gli equilibri al vertice è stata una decisione forte. Il danese è entrato a 14 minuti dalla fine, in un momento complicato in cui l’Inter era costretta a recuperare un gol di svantaggio contro una Lazio compatta e ferocemente intenzionata a portare a casa la vittoria.

Posizionato nella zona della trequarti, in questo scampolo di gara Eriksen ha cercato con insistenza il pallone, soprattutto con movimenti incontro al portatore. Un tiro dal limite dell’area ben respinto da Strakosha, un assist delizioso offerto con l’esterno a Lukaku, qualche appoggio semplice in mezzo al campo e un paio di palloni persi. Questo il bottino messo insieme da Eriksen nel poco tempo a sua disposizione.

L’Inter è così uscita dall’Olimpico con una sconfitta che l’ha portata dalla testa della classifica al terzo posto, a tre punti di distanza dalla Juve e a due dalla Lazio. Un risultato negativo che in parte ridimensiona i nerazzurri e soprattutto ha infiammato il dibattito attorno all’acquisto di Christian Eriksen. Lo scarso utilizzo di Antonio Conte e la poca incidenza di Eriksen nei minuti (pochi) fin qui giocati, hanno già messo in dubbio il valore di un’operazione presentata come il colpo decisivo per ridurre il gap con la Juve e tentare l’assalto al titolo. Il danese è già stato definito “enigma”, “mistero”, “problema”, addirittura flop. E se da una parte la frenesia trasversale di emettere sentenze premature non sorprende, dall’altra è innegabile che ci si sarebbero aspettati una gestione e un impatto diversi.

Foto Alfredo Falcone – LaPresse

Tuttavia, ciò che più colpisce di tutto questo gran ciarlare non è quanto si stia parlando di Eriksen a sole tre settimane dal suo arrivo in Italia, ma come si stia parlando di Eriksen. Su tutti i fronti. A sentire e leggere quello che si dice sul suo conto, è come se davvero in pochi sapessero esattamente che tipo di giocatore fosse, quali fossero le sue precise caratteristiche, che forma avesse il suo talento.

Parliamo di un giocatore che per anni è stato re degli assist e di occasioni create in Premier League, che l’anno scorso ha disputato una finale di Champions League, che è universalmente riconosciuto tra i top 10 – facciamo pure top 5 – al mondo nel suo ruolo. Insomma, non proprio uno sconosciuto. Al contrario, un giocatore con uno status di un certo tipo, che ne presuppone l’approfondita conoscenza da parte di ogni appassionato di calcio e di tutti gli addetti ai lavori. Certo quello di Eriksen è un talento sofisticato che si sviluppa perlopiù su aspetti poco appariscenti: è un giocatore cerebrale, che capisce e vede il gioco come pochi, che sa farsi trovare sempre nella posizione migliore per ricevere il pallone, oltre, naturalmente, a disporre di una qualità di primissimo livello in entrambi i piedi. Eppure è stato ugualmente curioso scoprire che dalle nostre parti in molti non avessero idea di come si muove sul campo Eriksen. Qualcuno si aspettava un epigono di Sneijder, altri un giocatore tutto tacchi e suola, altri ancora un dribblomane seriale.

Questa inattesa impreparazione su un talento di caratura mondiale ha evidentemente creato uno squilibrio enorme tra aspettativa e resa (tenendo sempre a mente il tempo ristrettissimo in cui ha avuto occasione di mettersi in mostra). In generale, su di lui sembra esserci un grande, enorme equivoco. Il problema, se al momento ne esiste uno, è che l’equivoco non riguarda solo la percezione distorta del giocatore da parte di opinione pubblica e una parte dei media, ma coinvolge anche il contesto interista.

(Photo by Emilio Andreoli/Getty Images)

Eriksen è arrivato all’Inter il 27 gennaio. Due giorni dopo ha fatto il suo debutto con la maglia nerazzurra nella sfida di coppa Italia con la Fiorentina, entrando a 25 minuti dalla fine nella posizione di trequartista con licenza di abbassarsi per contribuire allo sviluppo del gioco. In quell’occasione l’Inter è scesa in campo per la prima volta con un 3-4-1-2, con Sanchez alle spalle di Lukaku e Lautaro. Una scelta che sembrava andare nella chiara direzione di provare un sistema diverso da quello utilizzato fino a quel momento per favorire l’inserimento di Eriksen, subentrato a gara in corso proprio al posto del cileno.

Nella successiva partita di campionato disputata a Udine, più per emergenza a centrocampo che per scelta tecnica, Eriksen è partito titolare, questa volta con compiti invertiti, ovvero partire da mezz’ala destra nel ritrovato 3-5-2 per poi oscillare nella zona della trequarti alla ricerca degli spazi giusti per creare. Un’Udinese bassa, intensa e abile a intasare il centro, ha reso difficile il primo tempo dell’Inter e di Eriksen, che al 60esimo ha lasciato il posto a Marcelo Brozovic. Conte, parlando della prestazione del danese, ne ha sottolineato le indubbie qualità tecniche ma ha detto che deve ancora trovare la giusta condizione fisica e, soprattutto, che ci vorrà un po’ di tempo prima che entri nell’idea di gioco della squadra.

Nelle successive tre gare, per Eriksen sono arrivate tre panchine. E se tutto lasciava intendere che il suo inserimento graduale non fosse altro che la logica conseguenza di una migliore immersione in un impianto di gioco estremamente meccanico e codificato come quello di Conte, la scelta di concedergli poco più di 10 minuti in una gara cruciale per la lotta scudetto e le dichiarazioni rilasciate dal tecnico al termine della partita con la Lazio impongono una riflessione.

(Photo by Emilio Andreoli/Getty Images)

«In tutte le situazioni si deve trovare equilibrio, aspetto che condiziona anche la scelta su chi schierare. Non possiamo pensare che un giocatore cambi le sorti di una squadra. Siamo arrivati fin qui senza Eriksen, quindi dobbiamo stare sereni e lavorare per inserire i nuovi nel migliore di modi». Queste parole di Conte dopo il ko dell’Olimpico hanno un tono decisamente più fermo rispetto a quelle immediatamente successive all’arrivo di Eriksen, e testimoniano da una parte l’orgoglio del lavoro svolto nel costruire una forte identità grazie alla quale l’Inter si trova a giocare per traguardi importanti, dall’altra una certa insoddisfazione per le risposte date fin qui dal danese.

Le difficoltà di ritagliargli un ruolo nella sua Inter sembrano dipendere principalmente da due fattori, uno di natura strettamente tattica e uno legato alle caratteristiche del giocatore. Il problema tattico è vincolato al set di giocate di una squadra che sul campo, per volere del suo tecnico, deve rispettare precise direttive. Tra queste, quella su cui Conte ha sempre puntato con convinzione e che spesso ha pagato dividendi al punto di diventare un dogma, prevede le combinazioni delle due punte che devono essere innescate con un passaggio dai quinti di centrocampo. Una giocata che l’Inter ricerca con costanza, a cui si affida nei momenti positivi e in quelli di difficoltà, ma possibile solo se si svuota la zona della trequarti, proprio dove Eriksen si troverebbe più a suo agio.

Per trovargli una collocazione in questo intoccabile sistema, non resta che schierarlo come mezz’ala, affidandogli compiti sia di costruzione che di rifinitura. Anche in questo caso, però, c’è uno scoglio, rappresentato dalle sue limitate doti atletiche. Eriksen non è un giocatore che fa del dinamismo un’arma, non ha gamba per strappare o coprire le ampie zone di campo come Conte richiede ai suoi interni nelle fasi di pressing.

(Photo by Emilio Andreoli/Getty Images)

Il fatto, che rappresenta l’equivoco di fondo, è che le caratteristiche di Eriksen sono note. O almeno dovrebbero esserlo. Non è una novità delle ultime settimane che Eriksen non sia un agonista sfrenato e ami galleggiare nella trequarti campo. In linea con lo spaesamento generale, sembra che Conte si sia trovato tra le mani un giocatore che non conosceva e che sta scoprendo solo in questi giorni. Chiedergli di mangiarsi il campo, di aggredire rabbiosamente un avversario o di vincere quattro contrasti a partita è come chiedere a Godin di partire da esterno alto a piede invertito per accentrarsi e calciare a giro sul palo lontano.

Al di là del fisiologico periodo di adattamento che non può essere ridotto a tre settimane, proprio questo disallineamento tra esigenze di Conte e qualità del giocatore, così come il sofferto rebus su come inserirlo in squadra, lasciano pensare che Eriksen non sia tra i più adatti all’idea di calcio dell’allenatore dell’Inter, che a ben vedere, in carriera non ha mai avuto in rosa giocatori con caratteristiche simili.

Qualcuno, in questi giorni di serrato dibattito, ha caldeggiato l’ipotesi di una divergenza di vedute tra tecnico e società, con il primo che avrebbe voluto portare a Milano Arturo Vidal e la seconda che gli ha fatto trovare Eriksen. Tesi molto simile a una congettura, soprattutto considerato il credito guadagnato da Conte con i risultati ottenuti fin qui, anche se le parole di Marotta (“È già il vero Eriksen”) marcano una distanza di vedute tra l’allenatore e la dirigenza nerazzurra.

A prescindere da come stiano realmente le cose, Eriksen sembra proprio il tipo di giocatore che mancava all’Inter, una squadra che ha dimostrato in più di un’occasione di andare in difficoltà quando non trova le sue giocate preimpostate – soprattutto se gli avversari si dispongono a specchio – , che per ammissione del suo tecnico era costretta ad andare sempre al massimo per vincere le partite, e che ha un enorme bisogno di qualità e creatività per sparigliare le carte e trovare soluzioni diverse. Se Conte vuole restare aggrappato al treno di testa, deve scendere a compromessi con il suo integralismo e studiare un piano per sciogliere questo bizzarro equivoco di nome Eriksen.

One Comment

  • Angelo Di Terlizzi ha detto:

    Ciao Federico,Eriksen è un fantastico trequartista, una fantastica punta, una fantastica mezzapunta, si fa trovare schierato coi compagni a centrocampo, sa tenersi la palla in mezzo ai piedi, è preciso nei cross e nei passaggi, ed è capace di non farla prendere agli avversari, problema atavico che da anni purtroppo in certe partite affligge l’Inter, cioè l’incapacità di fare 3 passaggi in croce… Meglio per Conte che trovi subito il modo migliore per impiegarlo, i giocatori ora li ha, non può più nascondersi, altrimenti comincio davvero a pensare che il primo a essere messo in discussione sia proprio lui…

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