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Radomir Antic, molto più di un semplice riparatore

By 8 Aprile 2020

Radomir Antic ha allenato le tre big di Spagna. Ma è alla guida dell’Atletico che è riuscito a entrare nella leggenda grazie al clamoroso doblete del 1996. Ecco un ritratto dell’allenatore che si è spento due giorni fa

 

È stato l’unico tecnico ad aver diretto le tre grandi di Spagna: Real Madrid, Barcellona e Atletico Madrid. Un traguardo che ha reso Radomir Antic unico e speciale, ma che impallidisce davanti all’aver resistito tre anni di fila, più altre due tappe a stagione in corso, senza essere silurato da Jesus Gil, forse il più grande mangia-allenatori della storia. E che grazie al serbo ha ottenuto i successi più importanti da presidente dell’Atletico Madrid, specialmente l’incredibile “Doblete” Liga-Coppa del Re nel 1996, quando i Colchoneros non erano proprio considerati tra i favoriti.

 

Traghettatore di successo

Radomir Antic

(Photo by Andreas Rentz/Bongarts/Getty Images)

Non era la prima volta che Radomir Antic, serbo ma figlio di due bosniaci, si sedeva su un “banquillo” di una squadra di Madrid. Come spesso gli ricapiterà in seguito (come al Barcellona nel 2003, dopo la cacciata di Van Gaal, per normalizzare un po’ l’ambiente), era stato chiamato in qualità di “tinkerman”, di “aggiustatore” da un Real che all’inizio della primavera del 1991 sta attraversando una delle crisi peggiori degli ultimi decenni.

Ha cominciato la stagione con John Toshack, ma il gallese è durato poco: licenziato e dentro “La Saeta Rubia”, Alfredo Di Stefano, in una sorta di triumvirato con Ramon Moreno Grosso e José Antonio Camacho. È emergenza, spunta il nome di Luis Aragones che è sotto contratto con l’Espanyol, ma i traghettatori resistono, almeno fino al 25 marzo, quando dopo tre sconfitte e un pareggio gettano la spugna e arriva il serbo, reduce da eccellenti stagioni al Partizan e, soprattutto, a Saragozza, con tanto di qualificazione alla Coppa Uefa.

Il presidente del Real, Ramon Mendoza, si è dimesso ma ha convocato nuove elezioni, in cui rivincerà, sconfiggendo un immobiliarista che era stato anche in politica: Florentino Perez. In compenso proclama: “Contratto fino al termine della stagione”, perché in realtà convinto addirittura di portare, se verrà eletto, Arrigo Sacchi al Santiago Bernabeu. E invece no, in panchina rimane proprio Antic, che dopo le difficoltà iniziali risolleva il Real fino alla terza posizione nella Liga e alla qualificazione quantomeno per la successiva Coppa Uefa.

© MARCO ROSI LAPRESSE

Un grandissimo risultato, ottenuto semplicemente rimettendo i pezzi della scacchiera al loro posto. A Butragueno dice: “Piantala di sfiancarti a rincorrere il pallone, quando lo perdiamo torna indietro di qualche metro e riposati, poi voglio vedere i difensori terrorizzati nel vederti entrare fresco in area”. Risultato, primo e unico titolo di capocannoniere del “Buitre”, con 19 reti: miglior risultato individuale in carriera.

Va da Hagi, l’acquisto stellare dell’estate precedente, che sotto la gestione Toshack è stato disastroso, utilizzato come ala sinistra, non il suo ruolo: “Gli ho dato più libertà di movimento ed è tornato il campione che era, non si staccava mai da me, era diventato come un figlio”. E poi reinventa Hierro centrocampista, ad esempio: insomma, un aggiustatore di lusso, che viene confermato a furor di popolo.

E a gennaio 1992 è addirittura primo nella Liga, al termine del girone d’andata grazie a una vittoria 2-1 sul Tenerife al Bernabeu: eppure, qualche fischio, isolato, si sente dagli spalti. È in testa, il Real, ha otto punti di vantaggio sul Barcellona, ma per qualcuno non gioca bene: effettivamente Mendoza è infatuato del calcio “moderno”, voleva Sacchi e il colombiano Maturana, ma si è trovato lì quel traghettatore adesso così amato da squadra e tifosi.

Il lunedì sera dopo il 2-1 al Tenerife c’è “El Galà de la prensa spagnola”, molti giornalisti stanno brindando pensando a tutto meno che a Radomir Antic, probabilmente; eppure arriva la notizia che Mendoza l’ha licenziato, e operando una sorta di “golpe interno” mettendo in panchina Leo Beenhakker, l’olandese che era direttore tecnico. Una decisione assurda, qualcuno pensa che sia uno scherzo mentre molla i cocktail e corre verso le varie redazioni a rifare l’edizione del giornale, ma che costerà il campionato al Real, sconfitto a Tenerife all’ultima giornata e sorpassato dal Barcellona in uno dei finali più sportivamente drammatici della Liga.

 

Gol da fermo

Radomir Antic

(Photo by Christof Koepsel/Getty Images)

Maturana, D’Alessandro, Basile e Sanchez: e prima ancora Jair, Heredia, Cruz, Ovejero e D’Alessandro; e in precedenza Aragones, Ovejero, Pastoriza, Ovejero e Heredia. Quindici allenatori, qualcuno in più tappe, in trenta mesi: questo è l’Atletico Madrid dal settembre del 1992 al giugno 1995. Una squadra e un club senza controllo, in cui i tecnici saltano come tappi di spumante e uno è la contraddizione dell’altro: santoni, conservatori, innovatori, traghettatori e vecchie glorie.

È “l’apoteosi” della presidenza Gil, il vulcanico presidente dei Colchoneros famoso, fin lì, soprattutto per il rapporto controverso, chiamiamolo così, con gli allenatori. Roba che Zamparini, Preziosi o Cellino sembrano davvero dei dilettanti.
Quando arriva Radomir Antic c’è chi pensa che anche lui subirà lo stesso trattamento. È reduce da tre stagioni eccellenti con l’Oviedo, in cui è arrivato, tanto per cambiare, da subentrante, al posto di Jabo Irureta (quello che farà grande il Deportivo La Coruna).

Mentre la Jugoslavia sta scomparendo nella guerra civile in cui è precipitata, i suoi pretoriani vengono soprattutto da lì: i croati Jankovic e Jokanovic e il difensore Jerkan. Poi, nel più classico remake del “grande campione in calo che trova il riscatto lontano dai riflettori”, Robert Prosinecki, che arriva in prestito proprio dal Real Madrid, rinunciando a buona parte dello stipendio, e torna a dare spettacolo, come quando deliziava l’Europa in maglia Stella Rossa.

Appena firmato con l’Atletico Madrid, tuttavia, Radomir Antic dice “lui” per rinforzare la squadra, ma il croato ha già trovato un accordo col Barcellona. Idem Jokanovic, eccellente mediano, che invece va al Tenerife ritenendo i Colchoneros un club troppo problematico, troppo instabile. In effetti ha chiuso la stagione 1994-95 al quattordicesimo posto, è ancora un grande di Spagna, formalmente, ma non vince la Liga dal 1977.

Radomir Antic

LaPresse.

L’Atletico in compenso ha 33 giocatori in rosa, e l’allenatore serbo nonostante la sua pragmaticità non sa cosa farne, con la maggior parte di essi. E ha pure le casse semi-vuote, quando deve comprare qualcuno. Va a prendere il portiere Molina dall’Albacete in Segunda, e il bulgaro Penev gratis dal Valencia. Rimangono, nonostante molte sirene tentatrici, due dei pezzi pregiati: l’elegante centrocampista offensivo Caminero (quello del gol all’Italia nei quarti di finale dei Mondiali di Usa ’94) e soprattutto Diego Pablo Simeone.

In questo centrocampo pieno di qualità e grinta, Antic sente che manca ancora qualcosa, manca ancora qualcuno: l’identikit ce l’ha in testa, ed è quello di un fantasista serbo che da quattro anni bazzica Atene, ma né al Panathinaikos né all’Olympiakos, le due grandi elleniche, bensì al più modesto Panionios, che gravita a metà classifica. Nel momento in cui Gil gli chiede un’alternativa a Prosinecki si sente rispondere: “Beh, allora Milinko Pantic”. Immaginiamoci il presidentissimo rispondere: “Chi?”. Ed effettivamente sembrava uno scherzo, un gioco di parole, Antic che vuole Pantic, quasi come “Aristoteles per Socrates” o giù di lì.

Sarebbe costato molto meno di Prosinecki, ma non lo conosceva nessuno tranne l’allenatore figlio di due partigiani: “Se non hai i soldi per comprarlo decurtameli dallo stipendio, ma compralo assolutamente”, sarebbe stato l’aut aut. E in effetti Pantic, che all’epoca ha 29 anni e che Antic aveva già allenato al Partizan, arriverà, diventando una delle chiavi dell’Atletico Madrid, l’epitome dello specialista dei calci da fermo, un vero maestro delle punizioni e degli angoli. Insomma, un giocatore di culto, tanto che arriveranno a realizzare un suo busto fuori dal Vicente Calderòn, l’ex stadio dei biancorossi. “Joder, qué jugador!”, avrebbe esclamato Gil vedendolo all’opera per la prima volta in un’amichevole prestagionale, “Cazzo, che giocatore!”.

Milinko Pantic. Mandatory Credit: Stu Forster /Allsport

 

Un’incredibile cavalcata

Il resto è storia, una stagione di grazia per tutti, nessuno escluso. La squadra gioca con un 4-4-2 molto offensivo, addirittura spregiudicato, oggi sarebbe un 4-2-3-1: Kiko e Penev davanti, fisico e sportellate, e dietro la fantasia di Pantic abbinata a quella di Caminero, in mezzo a remare Simeone e Vizcaino, catalano di Tarragona, gregario di lusso, dal 1990 al servizio dei compagni più dotati. Il capitano è Solozabal, cresciuto nel vivaio: con lui come centrale gioca Santi, come Molina arrivato dall’Albacete. Quando, anni dopo, l’Atletico tornerà stabilmente ai vertici del calcio spagnolo ed europeo grazie alla coppia di stopper Godin-Miranda, si scomoderanno i paragoni con questi due predecessori. I terzini sono Geli a destra (anche lui proveniente dall’Albacete, ma l’anno prima) e Toni a sinistra, che dopo Solozabal è quello che è da più tempo all’Atletico Madrid assieme a Vizcaino.

Nel gruppo della Nazionale spagnola solo Caminero è quello stabile, gli altri ruotano, rincalzi dei rincalzi o direttamente dimenticati. Insomma, un blocco di calciatori “normali”, senza stelle, in un club parecchio instabile e senza i soldi del Real Madrid o del Barcellona.

Eppure, pronti via e quattro vittorie all’inizio del campionato, dodici partite senza sconfitte. Cominciano a piovere gol da palla inattiva, alla fine saranno più della metà del totale, Pantic è stato preso proprio per quello, e a specialista si aggiungono specialisti: un nome su tutti, Simeone, che andrà a bersaglio 12 volte, record in carriera, spessissimo anticipando tutti sul primo palo, assistito dal fantasista serbo.

Kiko.  Mandatory Credit: Allsport UK /Allsport

L’Atletico non specula, gioca con la difesa alta e i ritmi vengono di conseguenza, qualcuno crede che non durerà il bluff e che presto i Colchoneros torneranno indietro in classifica e invece non è così. Come al Real Madrid, consegne e trucchetti per tutti: a Kiko, per esempio, forte fisicamente ed esuberante, chiede equilibrio (“continua con le tue giocate, ma ogni due fanne una semplice”), e asseconda la rabbia sportiva di Penev, scaricato dal Valencia dopo che era tornato ad essere determinante dopo un’operazione per un cancro ai testicoli (“tutti venivano agli allenamenti con macchine normali, lui in Porsche, ed era sempre l’ultimo a entrare nel pullman per scaramanzia”). Insieme segneranno ben 27 gol su 75 totali della squadra, secondo miglior attacco della Liga, quattro in doppia cifra (Penev 16, Simeone 12, Kiko 11, Pantic 10).

Farà praticamente tutto il campionato in testa, l’Atletico: lascerà la leadership solo dopo la tredicesima giornata, dopo aver perso il derby con il Real 1-0 al Bernabeu, ma se la riprenderà subito. Poi solo a guardarsi le spalle, con un inevitabile calo nel girone di ritorno e la certezza matematica solo all’ultima giornata, il 26 maggio del 1996, 2-0 all’Albacete: angolo di Pantic e testa di Simeone, tanto per cambiare, e rasoiata di Kiko lanciato direttamente dal portiere Molina. Jesus Gil in tribuna esulta alla sua maniera, l’attaccante manda baci e con il contemporaneo pareggio del Valencia a Vigo è trionfo: 87 punti a 83. Con la doppia goduria di vedere il Real Madrid sesto, addirittura fuori dalle posizioni europee, costretto a chiamare Fabio Capello per ripartire (e infatti vincerà il campionato, ma questa come si dice è un’altra storia).

 

Boskov e la mamma

Radomir Antic

© MARCO ROSI LAPRESSE

E la festa è completa perché poche settimane prima, alla Romareda di Saragozza, era già arrivata la Coppa del Re: 1-0 al Barcellona di Figo, Hagi, Prosinecki e compagnia. Già, Saragozza, una città fondamentale per Antic, il suo primo assaggio di Spagna in assoluto, da calciatore, nel 1978: “Firmai su un tovagliolo, ma fu tutto casuale: io giocavo per il Fenerbahce, ma il colpo di Stato in Turchia mi costrinse a guardarmi intorno, il Saragozza stava preparando la nuova stagione in Serbia e il suo allenatore mi convinse a raggiungerli per un provino, ma mi tesserarono subito”.

E chi era il tecnico della squadra aragonese? Un altro serbo, un altro mito, che anche lui sarebbe passato dal Real Madrid: Vujadin Boskov. “Un professore – avrebbe ricordato Antic –. Mi ha insegnato tutto della vita, persino come investire i soldi guadagnati come giocatore”. Moglie e figli dietro, in macchina terrorizzati visto il paesaggio non certo splendente arrivando dalla Catalunya: “Ma dove ci stai portando? Dovrai assumertene la responsabilità!”.

Altra persona fondamentale nella vita del tecnico serbo, la mamma. Dopo che il figlio, sportivo nato come moltissimi slavi (ping pong, basket, addirittura pugilato prima del calcio), era apparso per la prima volta su un giornale, con la maglia del Partizan Belgrado, ed era andato a mostrare in famiglia il ritaglio, si era sentito dire: “Adesso sì che sei arrivato lontano, adesso sì che la gente potrà pulirsi il culo con la tua faccia”. Ecco, una bella doccia fredda, per far abbassare le ali al giovanotto. Giocare di squadra, vincere di squadra, mai da solo.

Come quell’Atletico, che nella finale di Copa del Rey prevale sul Barcellona grazie a un gol di Pantic di testa nei supplementari. Nulla in confronto a quello che il serbo avrebbe fatto nella stagione successiva, quando ai blaugrana segnò addirittura quattro volte in un colpo solo, in un 5-4 leggendario.

Radomir Antic

(Photo by Michael Steele/Getty Images)

Quello del 1996 è stato l’ultimo titolo di Liga vinto dall’Atletico fino al 2014, quando in panchina c’era Simeone, che con Antic non andava sempre d’accordo, ma che dava sempre tutto in campo. Un “doblete” storico ottenuto grazie a un allenatore speciale, legatissimo ai colori biancorossi tanto da tornare altre due volte, in versione “tinkerman”, nel 1999 e nel 2000, periodo quantomai buio per i Colchoneros e culminato con la retrocessione in Segunda Divisiòn.

“La prima cosa su cui mi misi a riflettere appena firmato il contratto con l’Atletico nel 1995? Provare a pensare al tifoso medio della nostra squadra, gente della classe media che faticava ad arrivare a fine mese, magari, ma che non ammetteva l’inferiorità davanti a nessuno. Per questo quando entravamo in campo giocavamo per vincere, senza speculare sul pareggio. Per il calcio spagnolo, eravamo una novità assoluta”. Ed è stato proprio l’Atletico ad annunciare la morte del gentiluomo Radomir Antic, uno di cui era impossibile parlare male.

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