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Fatih Terim, sognando Napoleone

By 24 Marzo 2020
Fatih Terim

Storia della poco fortunata campagna d’Italia dell’allenatore turco che si ispirava a Bonaparte

Il 4 novembre 2001 Fatih Terim è l’allenatore del Milan, quando si siede sulla panchina dello stadio Delle Alpi in vista della sfida al Torino. Non è molto solida la sua posizione, anche se appena due settimane prima ha vinto un derby abbastanza folle: sotto di un gol nel primo tempo, nella ripresa era passato a una spavalda difesa a tre ribaltando il risultato con quattro reti in venti minuti.

Al 2-1 di Contra, un siluro di sinistro all’incrocio dei pali, il tecnico turco si era lasciato andare a un’esultanza smodata verso la panchina: e poi la capocciata di Inzaghi su cross di Rui Costa e il tocco facile di Shevchenko assistito da Serginho. Insomma, una grande vittoria per un ambiente che si gode i titoli dei giornali: “Milan stellare”, “Grande prestazione di squadra” e “Crediamo nello scudetto dopo una partita così”.

In testa c’è il sorprendente Chievo, e dietro i rossoneri arrancano nonostante una campagna-acquisti estiva faraonica che aveva portato a suon di miliardi (di lire) Pippo Inzaghi e Manuel Rui Costa. Quest’ultimo era arrivato da una Fiorentina in pesante crisi economica, praticamente a braccetto assieme proprio a Terim: purtroppo per lui e per il Milan, pronti via e a Brescia si era rotto un braccio dopo un banale contrasto a centrocampo, nella gara d’esordio. Un infortunio che avrebbe condizionato tutta la stagione, sua e della squadra, progettata per dare spettacolo e per vincere tutto e che invece si era ridotta, in alcuni momenti, a usare Laursen, uno stopper, come centravanti aggiunto nei momenti di assalto disperato.

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Insomma, il Milan stellare si era visto solo per venti minuti nel derby e alla seconda giornata, casualità, contro la Fiorentina: un po’ pochino. E anche quel 4 novembre gira male: Torino in vantaggio con gol di Cristiano Lucarelli, solito primo tempo buttato via e la reazione rabbiosa nella ripresa che produce un paio di tiri in porta e, giusto intorno al 90′, un calcio di rigore: lo conquista e lo tira, malissimo, Inzaghi. Palla in curva Scirea, il Toro vince e il giorno dopo i rossoneri silurano Terim: al suo posto arriva Carlo Ancelotti, che stava andando a firmare col Parma.

“Gli ho chiesto di venire da noi, ricordandogli l’impegno morale che aveva preso con me quando aveva deciso di ritirarsi dal calcio: se il Milan l’avesse chiamato come allenatore lui avrebbe dato la precedenza rispetto agli altri”, spiega così la decisione Adriano Galliani, amministratore delegato rossonero, liquidando al contempo il tecnico turco, che saluta per sempre l’Italia. Addio anche all’imitazione di Maurizio Crozza a “Quelli che il calcio”. Ancelotti, invece, aprirà un ciclo quasi decennale di successi col club di Via Turati.

 

Firenze sogna

Nato in una poverissima famiglia di Adana, nel sud della Turchia, difensore centrale da giocatore soprattutto al Galatasaray, capitano della Nazionale in 35 occasioni, Terim per il Milan era stato una sorta di incubo, prima di diventarne l’allenatore.

Nel dicembre del 1999 nell’ultima giornata del girone di Champions League la disfatta rossonera all’Ali Sami Yen è senza dubbio una delle più sanguinose di sempre: avanti 2-1 contro il Galatasaray fino all’87’, i rossoneri vengono sorpassati dalle reti di Hakan Sukur e dal rigore di Umit Davala, che poi arriverà proprio al Milan sotto la breve gestione-Terim, finendo un po’ ai margini, invece, con Ancelotti.

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Gli uomini all’epoca di Zaccheroni passano così, nel giro di un caffé bevuto al bar, dagli ottavi di finale di Champions al nulla cosmico; sì, perché con quel 3-2 in Coppa Uefa viene ripescato proprio il Galatasaray, che nel maggio del 2000 quella manifestazione l’andrà addirittura a vincere sconfiggendo l’Arsenal in finale ai calci di rigore.

È l’apoteosi di Terim e di un calcio turco che non a caso di lì a due anni porterà la Nazionale nientemeno che al terzo posto al Mondiale: una squadra che di fatto è la replica di quel Galatasaray più poche aggiunte da altri club. I tifosi italiani comunque iniziano a prendere confidenza con quei suoni strani, di cui quasi non sai in realtà dove siano i nomi o i cognomi: Umit Davala, Okan Buruk, Emre Belozoglu (questi ultimi due andranno all’Inter), Hasan Sas, il capellone Ergun Penbe, e naturalmente Hakan Sukur, il capitano, il cuore e l’anima di tutto il movimento calcistico. Mai la Turchia era stata così “pop”, calcisticamente parlando, come in quel periodo.

Terim vince la Coppa Uefa aggiungendo al blocco turco vecchi filibustieri come Claudio Taffarel, Giga Popescu e, con ogni probabilità il più forte di tutti, Gheorghe Hagi. Forte e incostante, altrimenti contro l’Arsenal non si farebbe espellere: eppure ai rigori, appunto, ha ragione il Galatasaray e Fatih decolla verso l’olimpo degli allenatori europei: la sua “arringa” alla squadra nel prepartita in camicia bianca e cravatta, elegante e forse incurante del caldo che si stava respirando in spogliatoio, descrive il magnetismo che sta esercitando sui suoi ragazzi. Non si muove una mosca, infatti, fino all’urlo belluino, l’incoraggiamento definitivo, prima di entrare in campo.

D’altronde il gruppo è unitissimo, specie da quando lo stesso Terim ha pagato di tasca sua parte degli stipendi della squadra, con il club in crisi economica.

Potrebbe andare ovunque, forse, il tecnico turco, dopo quel trionfo. Ambizioso lui (Fatih in turco significa “conquistatore”, del resto), ma comunque meno del presidente della Fiorentina, Vittorio Cecchi Gori. È un’estate difficile per i viola, che hanno perso il loro fenomeno, Gabriel Batistuta, trasferitosi alla Roma. “Terim l’abbiamo scelto perché è capace di vincere anche senza campioni”, gongola Cecchi Gori alla conferenza stampa di presentazione.

E Fatih, che lascia a malincuore la sua casa di Tarabya: “La Turchia per dieci anni ha praticato uno stile difensivo, poi sono arrivato io e le ho cambiato mentalità, così abbiamo cominciato a vincere”.

A causa delle Olimpiadi di Sidney, la Serie A inizia addirittura a fine settembre, creando così un’interminabile precampionato. Comincia prima la Coppa Uefa, addirittura, e la Fiorentina viene eliminata dal Tirol Innsbruck. “Con Trapattoni non sarebbe successo”, sbotta Cecchi Gori, rimpiangendo il suo ex allenatore. Terim replica accusando il presidente di non aver rinforzato a sufficienza la rosa. “Sono venuto qua con l’obiettivo di rendere grande la squadra, ma se stanno così le cose allora potrei anche andarmene”.

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E già si parla di un avvicendamento con Ulivieri, mentre i tifosi stanno col tecnico e contestano Cecchi Gori. “Non mi faccio offendere da uno che non è nemmeno fiorentino – replica VCG -. Se mi chiede scusa se la caverà con una multa, altrimenti vedremo”.

L’esordio in campionato è comunque positivo: solo un gol nel recupero di Amoroso consente al Parma di pareggiare 2-2 contro i viola. La prima sconfitta è solo alla quinta giornata, quando il Perugia passa al Franchi 4-3 con poker del greco Vryzas. “AAA, cercasi società seria”, si legge su qualche striscione all stadio, ad opera dei tifosi della Fiorentina. In realtà la squadra, in mezzo a tante tensioni, prosegue per la sua strada e perderà una sola partita da lì fino alla fine del 2000, a Roma contro i giallorossi, con Batistuta che la risolve e scoppia a piangere.

In compenso arrivano vittorie di prestigio contro l’Inter e il Milan (un 4-0 memorabile con reti di Nuno Gomes, Cois, Chiesa e Rui Costa: “La Fiorentina ridicolizza i rossoneri”, si legge) e un pareggio in casa della Juventus, addirittura il secondo posto in classifica. I guai sono a livello societario, con dimissioni e marette varie tra i dirigenti Luciano Luna, Giancarlo Antognoni e Mario Sconcerti, in un bailamme di accuse e smentite: la verità è che la crisi è profonda, e che Cecchi Gori è quasi con l’acqua alla gola, economicamente parlando (200 miliardi di deficit, verrà valutato il buco in estate). “Se non firma Terim vi facciamo un culo così”, cantano i tifosi al Franchi: sì, perché il contratto del turco è per una stagione con solo un’opzione sulla successiva. Il presidente è sicuro: “Rimarrà a lungo con noi, mi chiami quando vuole e ci accordiamo”.

Turkey national soccer team Coach Fatih Terim during a training session at Allianz Riviera stadium in the frame of the Eurocup 2016, in Nice, France, 16 June 2016. EFE/JuanJo Martin For editorial news reporting purposes only. Not used for commercial or marketing purposes without prior written approval of UEFA. Images must appear as still images and must not emulate match action video footage. Photographs published in online publications (whether via the Internet or otherwise) shall have an interval of at least 20 seconds between the posting.

E invece no, con un colpo di teatro l’allenatore annuncia pubblicamente che lascerà il club a fine campionato. Ci sono già le sirene proprio del Milan a condizionarlo. “Non ho fiducia nel futuro – ammette in un’affollata conferenza stampa -. Non ho dormito tutta la notte, scusate”. La Fiorentina prima pensa di fargli causa e poi lo licenzia, direttamente, un mese dopo, alla sesta partita consecutiva senza vittoria: 2-2 in casa col Brescia, il 25 febbraio 2001.

Nel frattempo, però, in Coppa Italia si è qualificato per la finale eliminando il Milan e confermandosi bestia nera dei rossoneri. Quel trofeo lo vincerà Roberto Mancini, che prende il suo posto in panchina pur tra le polemiche, non possedendo il patentino di allenatore di prima categoria.

 

L’Imperatore

“Terim? Mai trattato”. Svicola Adriano Galliani a poche ore dalla famosa conferenza stampa in cui l’allenatore turco annuncia il futuro addio alla Fiorentina. L’ennesimo bluff del dirigente milanista che probabilmente, è vero, in quel gennaio del 2001 ancora non ha un accordo con il nuovo tecnico, ma su cui comunque sta lavorando sottotraccia.

E infatti la firma arriverà, e lunedì 16 luglio 2001 davanti alla Stazione Centrale di Milano c’è il primo bagno di folla: la squadra viene da una brutta stagione, con l’esonero di Alberto Zaccheroni e l’interregno di Cesare Maldini, che aveva portato comunque l’indimenticabile 6-0 all’Inter nel derby. E’ l’ennesimo ciclo che si chiude per farne ripartire un altro, Zac mai amato davvero da Berlusconi e allora dentro Terim, soprannominato “L’imperatore” perché è un grande fan di Napoleone Bonaparte di cui ha in casa un ritratto.

Fatih Terim

 EFE/JuanJo Martin 

“Mi ricorda la campagna acquisti degli olandesi”, gongola Galliani, ora sì che lo può ammettere, il giorno del raduno ufficiale. E Terim, a chi gli chiede come ci si sente sapendo che già sono cominciate le voci su Ancelotti, al momento ancora disoccupato: “Io sono pronto a tutto, ma ho un grande vizio: sono molto desiderato e difficilmente mi cacciano”. Due anni di contratto, tre miliardi a stagione e grandi progetti: “Sono sicuro che tra due mesi la società verrà da me per concordare con me ulteriori miglioramenti”.

Oltre a Inzaghi e Rui Costa sono arrivati dalla rivelazione Alaves il terzino romeno Contra e l’attaccante Javi Moreno. E a centrocampo, quasi di nascosto, per 30 miliardi più il cartellino di Drazen Brncic, Andrea Pirlo dall’Inter. “L’abbiamo preso perché sa coniugare bel gioco e risultati”, conclude ancora Adriano Galliani. Paolo Maldini, il capitano: “Se non faremo bene sarà tutta colpa nostra: c’è tanta euforia e questo significa anche un aumento delle responsabilità”. Una sorta di freno onde evitare proclami troppo faraonici? La sentenza in realtà è netta: “Terim per come tipo di lavoro e mentalità mi ricorda Arrigo Sacchi”. Gli ex giocatori concordano: “Calcio concreto e divertente”, secondo Baresi e Donadoni.

Nel precampionato salta subito all’occhio la volontà di creare un Milan offensivo: Rui Costa-Shevchenko-Inzaghi è un tridente potenzialmente devastante, ma dietro manca una difesa all’altezza. Contra, che sarebbe il terzino titolare, si spinge troppo in avanti, e idem Coco o addirittura Serginho dall’altra parte.

L’inizio in Serie A è stentato, Rui Costa si rompe un braccio subito e il Brescia vola 2-0 con doppietta dell’albanese Tare: nella ripresa la raddrizzano Brocchi e Shevchenko, su rigore, ma è un passo falso evidente. Ancora peggio la netta sconfitta di Perugia, 3-1, e il pari interno col Venezia. Terim è già meno spavaldo: “Non siamo una grande squadra”.

Fatih Terim

(Photo by Adam Davy/EMPICS via Getty Images)

Le critiche crescono, i malumori si insinuano a partire dallo stesso Galliani, che non apprezza molto certi atteggiamenti del turco a Milanello come i sigari e le conferenze stampa in pantaloncini. “Improvvisazione nei programmi di lavoro, carenze nella preparazione, indulgenza nella concessione dei giorni di riposo”: Alberto Costa del “Corriere della Sera”, sempre molto ben informato sugli spifferi di casa Milan, scrive i capi d’accusa. “È rimasto solo Ariedo Braida, vero grande sponsor di Terim, a difenderlo”.

Si salva nel derby, ma contro il Torino arriva l’ultima mazzata. C’è Ancelotti che nelle stesse ore sta andando a firmare per il Parma, che deve sostituire Renzo Ulivieri. E il lunedì dopo il k.o. con i granata va in scena una sorta di balletto: Galliani va, assieme a Braida, a casa di Carletto a Felegara, più o meno chiedendogli di lasciar perdere l’impegno già preso con tanto di stretta di mano con Calisto Tanzi. “Rotta verso Milano”, gli propone. E così succede, il Parma virerà su Passarella (disastro totale, cinque sconfitte in cinque partite e siluramento) e il Milan troverà il suo allenatore più importante del nuovo millennio.

E l’Imperatore? Tutta la magia, l’eloquenza, la prosopopea? Sparite. Stando ai collaboratori di Terim da quando era arrivato al Milan si era trasformato, era più cupo, più triste. Forse sapeva già di avere il destino segnato. Quando riceve la telefonata di licenziamento da parte di Galliani è in un mega-hotel di Istanbul in veste di conferenziere: argomento, come si gestisce e si motiva una squadra di calcio.

Cadrà comunque in piedi, perché lo richiamerà il Galatasaray, primo dei suoi tre ritorni in tre momenti diversi. Al momento è ancora sulla panchina dei giallorossi con cui ha conquistato dal 2001 in avanti, altri quattro campionati.

Fatih Terim

EFE/JuanJo Martin

E poi la Nazionale turca, altra grande madre: si era fatto conoscere al grande pubblico agguantando nel 1996 una storica qualificazione all’Europeo, uscendo subito peraltro, e poi nel 2008 in Austria e Svizzera dove, invece, va molto meglio. Raggiunge addirittura la semifinale contro una Germania per la quale la partita è quasi un derby, viste le migliaia di turchi accolti tra i propri confini (qualcuno di loro, come Ozil, diventerà campione del mondo, ma gli esempi sono molteplici) e solo una delle pochissime reti in carriera di Philipp Lahm gli impedisce di giocarsi l’Europeo contro la Spagna.

È l’ultimo vero grande miracolo dell’Imperatore, che affronta quella partita senza quattro titolari squalificati eppure cade solo al novantesimo, a testa altissima. Lui sì che aveva vinto a Vienna, comunque, sede della partita dei quarti di finale contro la Croazia, a differenza dell’esercito dell’Impero Ottomano, fermato a pochi chilometri dalla capitale austriaca nel 1529.

Solo in casa sua, però, ha potuto e saputo ottenere grandi risultati. Solo in patria è stato amato, stimato, quasi idolatrato. Il giorno dopo il licenziamento da parte del club rossonero, da qualche parte a Kahramanmaras, nella Turchia sud-occidentale, un negozio di articoli sportivi aveva esposto questo cartello: “Non vendiamo più prodotti del Milan”. Viva l’Imperatore.

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