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Josip Ilicic è andato oltre l’estetica

By 31 Gennaio 2020

5 giocate tipiche dello sloveno che stanno diventando iconiche

È il cinquantatreesimo minuto, l’Atalanta sta vincendo 3-0 in casa del Torino nella seconda partita del girone di ritorno della Serie A 2019/2020. Josip Ilicic corre verso il pallone fermo, incustodito: è lo scatto breve più veemente della sua carriera. Nessun avversario lo contrasta, molti giocatori in campo non lo stanno neanche guardando. Lo ha visto Salvatore Sirigu e incomincia a correre anche lui, incredulo.

Corre verso la propria porta, incustodita: è tardi. Il pallone assume una parabola altissima e al contempo veloce, quando cala a strapiombo si sente solo il “ciuff” della rete. Ilicic sorride con innata serenità, Sirigu ha la testa china: si volta, è ancora incredulo. Tra lui e l’attaccante ci sono almeno 50 metri. Ilicic è fermo, là dove ha calciato, e sul volto accenna un sorriso guascone: mentre el Papu Gomez si inginocchia e gli fa da sciuscià, gli altri compagni ridono come pazzi intorno a lui.

Esultano per un compagno che chiamano “la Nonna” perché quando gli chiedono “come stai?” lui risponde “male, male”. Dicono che abbia sempre un dolore Ilicic, in allenamento. In partita, invece, lo vedi toccarsi i fianchi dopo poche “accelerazioni”, piegato sulle ginocchia quando la palla scivola sul fondo del campo. Sembra infatti che necessiti di recuperare fiato dal primo minuto come se non concepisse il senso della fatica nel suo stile di gioco. Uno stile che fortunatamente abbiamo imparato ad apprezzare sempre con più costanza.

Foto LaPresse/Massimo Paolone

Se Ilicic avesse, infatti, realizzato questo gol un paio di anni fa, staremmo parlando in termini di estemporaneità e ammirazione, ma rimproverandogli quell’essere anarchico e indolente in mezzo al campo che ne ha rallentato l’esplosione prima a Palermo e poi a Firenze, dove è stato salutato due estati fa nell’indifferenza.

Oggi, invece, questo gol assume le sembianze di una pennellata d’autore che ha compreso come la bellezza possa essere maggiormente apprezzata quando è circondata da piccole sbavature. Un minuto dopo Ilicic realizza infatti un’altra rete, molto più semplice, deviata – sporcata – dal povero Sirigu, in una partita che terminerà addirittura 7-0: è la sua prima tripletta stagionale, il tredicesimo gol in campionato (già record personale).

La prestazione della scorsa settimana ha sublimato quindi una costanza di rendimento che lo sloveno ha finalmente raggiunto in carriera. Secondo il rating di whoscored, attualmente Ilicic è il secondo giocatore complessivamente più pericoloso della Serie A alle spalle di Cristiano Ronaldo. Risulta, infatti, nella top ten delle principali voci: è il decimo per dribbling riusciti (2.2), l’ottavo per tiri a partita tentati (3.6) e per passaggi chiave (2.2), il settimo per falli subiti (2.7) e il quinto per passaggi filtranti (0.2). Numeri mediamente più alti rispetto anche alle ultime due stagioni dove aveva già mostrato ampi miglioramenti in termini di rendimento.

(Photo by Emilio Andreoli/Getty Images)

Questo suo mutamento, da illusorio a cinico, deriva dalla capacità di Gasperini d’aver costruito un giocattolo arguto, a tratti impraticabile per gli avversari; ma anche da una maturità acquisita che, a 32 anni appena compiuti, rendono lo sloveno uno dei calciatori più tecnicamente dominanti della Serie A, forse il più bello esteticamente da osservare per la capacità di rendere armonici tratti anatomici così spigolosi.

In queste due annate e mezzo con la maglia dell’Atalanta, Ilicic si è costruito un repertorio di giocate ormai codificate. Le compie quasi sempre partendo da destra, la porzione di campo che Gasperini gli ha affidato in gestione per alimentare l’Atalanta di un secondo fuoco, opposto a quello del Papu Gomez che brucia più rapido e verticale. Ne sono state individuate cinque: un modo per antologizzare la straniante estetica di Ilicic, e familiarizzare con un atleta finalmente costante.

La coda di vacca rivisitata

Josip Ilicic

(Photo by Emilio Andreoli/Getty Images)

L’8 gennaio 1994, al Camp Nou, il Barcellona rifila una manita al Real Madrid. Ad aprire le marcature ci pensa Romario che si libera del basco Rafael Alkorta con una mossa sensazionale che verrà etichettata come “cola de vaca”, ovvero “coda di vacca”: il termine deriva dal movimento di 180° che compiono le vacche con la propria coda per scacciare le mosche. Il brasiliano riceve da Pep Guardiola spalle alla porta, fa piede perno sulla gamba sinistra, svolta allungando il pallone col destro, e sguscia via dal diretto marcatore per segnare incontrastato nel suo primo Clásico. In quel momento è l’attaccante più letale del pianeta e in estate si sarebbe laureato, a nostro discapito, campione del mondo.

Il brasiliano ha il baricentro basso – lo chiamano “Baixinho” – è esplosivo, tremendamente esplosivo. La sua tecnica è concepita esclusivamente per punire ed è un meraviglioso egoismo. Tutto il contrario di Ilicic, insomma. Eppure, i due hanno un paio di cose in comune: il 29 gennaio, giorno delle loro nascite distanziate di 22 anni, e la coda di vacca appunto.

“La Nonna”, tuttavia, propone una variante del gesto reso famoso da Romario. Anzitutto non gli serve per liberarsi di un avversario, ma per allungare la traiettoria di un passaggio. Non è un semplice colpo di tacco, tipico del suo repertorio: per calibrare la potenza, Ilicic ha bisogno letteralmente di agguantare il cuoio. È un colpo felpato, dove “felpato” è l’aggettivo più attinente al suo stile di gioco. Il gesto è reso ancor più complicato perché Ilicic riesce a compierlo mentre corre diagonalmente: senza caricare eccessivamente il peso sul perno destro, effettua l’ultimo appoggio stabilizzandosi quanto basta per poi muovere la gamba sinistra come un compasso: la fa sfilare dietro la schiena inarcando il busto e al momento giusto, con innata sensibilità, blocca la caviglia e velocizza la sfera.

L’unico difetto? Considerata la peculiare contingenza del gesto, non è possibile ammirarlo con frequenza.

Il passaggio filtrante

Josip Ilicic

(Photo by Francesco Pecoraro/Getty Images)

Quando Josip Ilicic compie un passaggio filtrante hai la sensazione di avere un joystick tra le mani. Quando con il suo passo felpato si accentra da destra e vedi un attaccante scattargli in verticale, inconsapevolmente muovi il pollice destro figurandoti un triangolo verde da schiacciare all’interno di un tasto tondo. Ilicic rende ogni volta straordinario questo gesto, che ripete almeno una volta a partita, compiendolo senza decelerare e senza alzare la testa. Lo sloveno muove le lunghe leve come se in realtà fossero delle zampette e nel momento in cui deve passare il pallone è come se avesse a disposizione sempre la mazza da golf adatta, in base alla distanza e alla superficie, per il putt decisivo: non ha bisogno di caricare il colpo e questo gli permette di essere imprevedibile fino alla fine.

Ilungo linea d’esterno

Il diretto corollario del passaggio filtrante è l’assist che Ilicic effettua con l’esterno mancino. Anche qui, lo sloveno non cambia il ritmo di frequenza della propria corsa, non ha bisogno di caricare eccessivamente il colpo: sembra impossibile e infatti la sensazione di meraviglia aumenta esponenzialmente. Soprattutto quando lo compie in verticale sul lungo linea, con il pallone che ondeggia sulla calce che delimita il campo.

 

Il tiro di piatto

Josip Ilicic

(Photo by Marco Luzzani/Getty Images)

Ilicic ha imparato a colpire di sciabola e di spada, ma è quando segna di piatto sinistro, col fioretto, che emerge la sua (nuova) essenza di finalizzatore. È la pulizia del gesto che impressiona, è quella capacità di rimanere armonico in un corpo spigoloso di 190 centimetri. Ilicic sbilancia leggermente il corpo, piegando lievemente il busto sulla propria destra, e poi indirizza nell’angolino basso, alla sua sinistra, senza compiere sforzo. È il tiro standardizzato di Messi: e se Salah se l’è fotocopiato addosso, quello di Ilicic ne è la riproduzione più fedele in Serie A.

La corsa con le braccia aperte

C’è una parte del corpo che determina Ilicic nel suo essere umano sfilato da angoli acuti: le braccia. Non appena lo sloveno riceva palla, automaticamente alza e protende gli arti superiori in avanti per proteggersi, con la capacità di mantenerli fissati in aria. Se procede felpato, sono principalmente i gomiti a difenderlo dai tentativi avversari di contrastarlo; se accelera abbassa leggermente le braccia e più acquisisce velocità più il loro moto diventa robotico, spostandosi rigidamente in diagonale.

L’ossimoro che si viene a creare tra questo movimento oscillante delle braccia e la capacità di trascinare il pallone delicatamente con i piedi è un’immagine del tutto straniante. È il modo con cui Ilicic ha guadagnato il proprio spazio nella storia contemporanea del calcio italiano. Sembra Steve O’Connor Després, il protagonista di Mommy (2014, di Xavier Dolan) che sullo skateboard può finalmente squarciare una parete invisibile che lo ingabbia. Ilicic corre con le braccia aperte: non è più un’illusione, esiste.

Francesco Saverio Simonetti

About Francesco Saverio Simonetti

Nasce in provincia di Caserta nel 1993, vive in provincia di Milano dal 1998. Laureato in Editoria, collabora per The Vision, ascolta Rino Gaetano, legge Giovanni Arpino, è spesso infortunato quindi scrive.

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