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Chissà se ci siamo meritati veramente Zidane

By 5 Maggio 2020
Zidane

Il campione francese è stato rivoluzionario per il modo di intendere non solo un ruolo, ma la figura del calciatore. Eppure, forse non è ancora stato compreso fino in fondo

C’è un thread su Reddit, ormai chiuso, che si pone una delle domande più difficili cui dare una risposta: quale sia la partita che riesca a sintetizzare tutto il talento di Zinedine Zidane. Le risposte sono diverse, anche se la più accreditata è Francia-Brasile, quarti di finale di Germania 2006.

In quel match, Zidane sbaglia in totale tre palloni, al 33esimo, al 54esimo e al 79esimo. Tre palle perse, nel tentativo di saltare un avversario.

Il resto sono 93’ in cui Zizou salta uomini, alterna veroniche, doppi passi e sombreri, verticalizzazioni e calci di punizione morbidi verso l’area, che generano il risultato finale in maniera sostanzialmente naturale. L’1 a 0 che segna il tabellino al triplo fischio di Cantalejo è quasi una logica conseguenza di una partita dove nonostante gli altri 21 + 6 giocatori scesi in campo siano fra i più forti giocatori al mondo, Zidane appaia decisamente di un altro livello.

E non è un caso che in questo match il francese non sia fra i marcatori, ma si fregi solo dell’assist per il goal di Henry: la sua carriera possiamo dire sia stata all’insegna di una spettacolarità unica nel suo genere, quieta come una sinfonia di Max Richter ed efficace come l’acqua calma che erode la roccia lentamente, senza farsi vedere, e di cui l’assist è l’espressione più chiara.

In Francia-Brasile del primo luglio 2006 c’è il vero motivo per cui Zinedine Zidane è a tutti gli effetti uno dei calciatori più forti della storia. Allo stesso tempo, è visibile anche il motivo per cui, quando pensiamo a chi il calcio lo ha cambiato, non pensiamo subito a lui.

Probabile che la relazione mentale sia inficiata dalle sue bizze comportamentali più che ai suoi trofei (ha sostanzialmente vinto tutto, a livello personale, di club e di nazionale), e ci si lasci confondere dal fatto che, ad esempio, sia primatista per cartellini gialli e rossi raccolti durante un Mondiale.

In lui, nel calciatore prima che allenatore, c’è però stato un aspetto geniale e ineluttabile, ribelle e unico, che ancor oggi si fatica a comprendere: se Messi e Ronaldo sono stati negli ultimi 15 anni protagonisti impossibili da eguagliare di un’epoca difficilmente ripetibile, allora Zidane ha saputo interpretare un nuovo modo di essere leader in un sistema organizzato di squadra.

Zidane

(Photo by Alexander Hassenstein/Bongarts/Getty Images)

Difficilmente troveremo un giocatore tanto decisivo negli equilibri di un collettivo, e al contempo tanto spettacolare: è però un fatto che se oggi si chieda chi sia il più forte calciatore della storia, difficilmente il suo nome salti fuori. Chissà perché Intendiamoci: non è in discussione la figura di un Luis Nazario da Lima Ronaldo o di un Messi, di un CR7 o di un Maradona.

Lui però rientra in quella categoria di giocatori che hanno rivoluzionato il modo di pensare il gioco, intaccando i canoni di valutazione che ci diamo per dire chi sia forte e chi non lo sia, chi riesca a essere leggenda e chi no, senza però essere il top of mind, quello che ti viene in mente non appena sorge la domanda: “Ma chi è stato il più forte?”.

Ci sono le debite eccezioni. Marcello Lippi, ad esempio, non ha mai avuto dubbi: in un’intervista a Radio2, nel 2019 ha dichiarato: «Ne ho avuto tanti (di calciatori ndr), nessuno si offenderà se dico che Zidane sia stato il più forte in assoluto che abbia mai allenato. Ma ho avuto anche Del Piero, Nedved. E in difesa gente come Nesta e Cannavaro. Montero e Ferrara. E Roberto Baggio».

Più forte di tutti, anche di Baggio che è stato probabilmente il miglior calciatore italiano nato fino ad oggi. Eppure, il nome di Zidane non riesce a regalare le stesse emozioni. Perché? A maggior ragione oggi, con quel record difficilmente eguagliabile delle tre Champions League vinte di fila da allenatore, che ne hanno sedotto e forse un po’ distorto l’immagine, distogliendo il ricordo di cosa abbia fatto prima della sua attuale vita da tecnico.

Lo Zidane calciatore è stato messo quasi in ombra dallo Zidane allenatore, e questo probabilmente non è giusto. Perché neanche i titoli sportivi che ha vinto, e probabilmente vincerà come tecnico, sono in grado di raccontare fino in fondo la rivoluzione che ha portato con sé.

Il 29 maggio 2014 è stato pubblicato un brano della band funk/elettronica australiana Vaudeville Smash, incisa con la collaborazione del giornalista sportivo László Ürge, meglio noto come Les Murray. Non sarebbe una notizia di per sé, se non che il titolo del pezzo sia Zinedine Zidane ed è probabilmente una delle pochissime, se non l’unica, canzoni dedicate a Zizou.

Ascoltandola e guardandone il videoclip, si fatica a trovare un’associazione logica all’immagine del campione francese. Il video è girato in una supermarket di quelli aperti 24 ore su 24, con dei freestyler con maschere e magliette della nazionale francese che di fatto distruggono la merce mentre palleggiano sul ritmo sincopato e la base campionata. Il testo non è così complesso da comprendere: una lunga lista di calciatori, i più importanti degli ultimi 25 anni, e una chiosa finale che non lascia spazio ad alcun appello: «But the strongest of them all», cui segue una logica risposta: Zidane.

Chissà se la band australiana che ha inciso il pezzo ha voluto tributare a “Yazid” la propria passione o la propria simpatia (un po’ come fu fatto in Baviera con il nostro Luca Toni.

Rimane una sensazione di disorientamento: se fosse musica, Zidane tutto sarebbe stato ma non funk, o disco, o suoni artefatti da strumenti elettronici. Zidane è stato probabilmente l’essenza più pura del gioco che amiamo, musica calma, analogica, concreta, ma non sintetica: il problema è forse capirlo fino in fondo, per poterlo interpretare in altri modi.

Zidane

(Photo by Tim De Waele/Getty Images)

L’insostenibile incapacità di osservare l’essenza del calcio

Merita, a questo punto del racconto, passare a un ricordo personale. Ho avuto la fortuna di vedere giocare dal vivo Zidane almeno una trentina di volte. Ne ho apprezzato goal, assist e anche reazioni scomposte. Ricordo per esempio la testata data a Kientz il 24 ottobre 2000 in Juventus-Amburgo: seduto al primo anello del Delle Alpi, in tribuna, non capii subito cosa fosse successo pur avendo l’azione a pochi metri da me. A causa della velocità del tutto, non mi fu chiaro che a colpire era stato per primo lui. Protestai come tutti gli altri allo stadio, salvo rivedere le immagini e capire. Anche in quel caso, si nascondeva ai miei occhi il suo essere speciale.

Il ricordo che più mi lega a lui però fu la prima volta in cui lo vidi dal vivo: il 10 dicembre del 1997, Juventus contro Manchester United, ultima partita del girone di qualificazione della Champions League. Una delle tante sfide contro la squadra di Ferguson che contrassegnarono la mia adolescenza di tifoso e, in generale, quegli anni.

Mancava Del Piero in quel match, e ai miei occhi di quindicenne devoto al giovane Alex sembrava che l’unica reale fonte di imprevedibilità di quella squadra fosse proprio Zidane: nonostante questo, non riuscivo a comprendere il perché lo si considerasse forte come il simbolo della Juventus. A quell’età, infatti, ero incapace di comprendere l’essenza del reale valore di quel giocatore che, sempre nel mio immaginario, aveva riempito il vuoto -sin dall’anno prima- della rinuncia al tridente e dei suoi interpreti, Fabrizio Ravanelli e soprattutto, il mitologico Luca Vialli.

Quando arrivò alla Juventus se ne parlò come di un giocatore molto forte, ma faticavo a capire dove la sua straordinarietà si manifestasse.

Le dichiarazioni del giovane Zidane, al termine al servizio, sembrano un manifesto del suo periodo in bianconero.

A distanza di quasi 23 anni, rivedere gli highlights di quel match mi portano a comprendere quanto fossi incapace di osservare il calcio. Zidane entra praticamente in tutte le azioni, con una classe di livello superiore, perché concreta nella sua spettacolarità. Eppure, neanche questo allora bastò. La sua eccezionalità non ha mai però fatto veramente presa sul “me” adolescente.

In quegli anni la dualità era fra Del Piero e Ronaldo, i nomi cool che sognavo alla Juve erano Figo e Beckham. Preferivo fenomeni istrionici ed esotici come Rivaldo o Weah alla silenziosità del francese. Vedevo poche partite, il mio gusto si formava su – si direbbe oggi – KPI differenti: goal, dribbling prima del tiro, azioni negli ultimi trenta metri.

Zidane era uno di quelli che pur rimanendo sempre al centro del gioco segnava poco. Non mi appariva decisivo, a maggior ragione considerando che fu presente in entrambe le finali di Champions League che avrei dato per scontato di vincere, e che la Juventus perse. Per dire, fu più facile innamorarmi di Raul Gonzales Blanco. Lo spagnolo mi sembrava più eroico, con il suo essere orgogliosamente madrileno, e decisivo perché fondamentalmente più prolifico.

Gli anni di Zidane alla Juve scorrevano ma per me, forse per noi tifosi, c’erano occhi solo per Del Piero, l’unico numero 10. Zidane rimaneva “solo” un numero 21: pur con un Pallone d’Oro, il Mondiale e l’Europeo vinto, quella valutazione mostre che anno dopo anno si gonfiava, rimaneva sacrificabile.

Avrei detto – e come me penso molti altri – cento volte sì alla cessione di Zizou, in cambio di un Del Piero a vita. Fui accontentato senza rendermi conto che stavo osservando con la maglia bianconera la matrice concettuale del campione moderno.

Zidane

(Foto LaPresse Torino/Archivio storico archivio)

Capire Zidane

L’estate 2001, quella della cessione al Real Madrid, fu anche quella del bacio della morte dato dall’Avvocato, in un commiato che non sembrava portare rimpianti. Quel “È più divertente che utile” rimarrà negli annali della tifoseria juventina che con il Lippi bis si consoleranno per la dipartita del francese con Buffon, Nedved e un altro ciclo di buon livello.

Allora, fu come vedere una ragazza con cui ti saresti messo volentieri ma che, per ragioni che non hai mai capito, l’hai lasciata andare perché tanto non sarebbe andata bene e ora sta con un tizio che hai conosciuto in Erasmus, il quale ti è sempre stato abbastanza antipatico.

Che non l’abbia capito neanche Gianni Agnelli, Zinedine Zidane? Che abbia fatto anche lui una valutazione troppo superficiale? La risposta fu (allora) naturalmente no, nonostante quella stessa stagione Zidane coronerà il sogno di diventare anche campione d’Europa con il club.

Il Mondiale del 2002, con quell’unica partita giocata da infortunato, sembrava confermare le parole di Gianni Agnelli: vederlo caracollare per il campo senza mordente, meno di cinquanta giorni dopo il goal decisivo in finale di UCL, appariva una sentenza persino severa. Gli bastava vincere una UCL per potersi definitivamente eclissare?

L’azione emblematica del Mondiale nipponico di Zidane.

In tanti, probabilmente, abbiamo pensato che, raggiunti i trent’anni, per Zidane fosse cominciata la parabola discendente di un giocatore decisivo solo in nazionale, ed episodicamente nel club. Eppure, non potevamo sapere che la fase finale della sua carriera ci avrebbe regalato l’affresco di quello che era, e probabilmente è, la sintesi del concetto di perfezione declinata su un campo da calcio.

Quel Mondiale 2006 in cui gioca la sua partita più perfetta. Zidane ci arriva da “dimissionario”: il 25 aprile 2006, in un’intervista a Canal+, ha dichiarato che dopo il Mondiale lascerà il calcio giocato, a 34 anni.

In un articolo di commento alla notizia, la Gazzetta dello Sport scrive: «La parabola di Zizou, probabilmente, ha trovato il suo apice proprio in questo ennesimo colpo da maestro: dopo aver raggiunto l’ultimo obiettivo rimasto (la Champions League vinta nel 2002 ndr), si è un po’ calmato. Il Real Madrid di questi tempi è una squadra ricca di stelle e povera di carattere. Il leader? Tutti e nessuno. Nemmeno Zidane, a volte, riesce a prendere per mano i compagni, ma forse gli è passata un po’ la fame. E non c’è da biasimarlo, perché il fisico non lo sostiene più come prima. Rimangono ancora i tocchi di classe, le giocate con la suola, i lanci millimetrici. Rimane il suo sorriso timido, ma contagioso, specchio di una persona corretta».

Non ci si aspetterebbe da un giocatore descritto come satollo di titoli e provato da una carriera logorante una delle più grandi interpretazioni che il calcio ricordi.

Zidane

(Photo by Alexander Hassenstein/Bongarts/Getty Images)

Attraversando gli anni un po’ disorientanti del Real Madrid dei Galacticos, frutto della filosofia Zidanes y Pavones voluta da Florentino Perez, si trova infatti uno Zidane che dopo la mezza rovesciata di Glasgow sembra entrare in un cono d’ombra senza squilli, un po’ come capiterà anche ai suoi compagni di quella squadra stellare, più ricca di talento che farà veramente la storia dieci anni più tardi con lo stesso Zidane in panchina.

Diede anche il nome a quella filosofia, Zizou, lasciandosi apparentemente cullare dall’essere più parte di un manifesto ideale che concreto protagonista: in questo, anche gli Europei del 2004 lo vedranno comparsa con la sua Francia, battuta da un goal del greco Charisteas ai Quarti di finale.

Sembra, appunto. Perché è proprio in Germania che Zidane recita il suo canto del cigno, guidando una squadra che, pur ricca di giocatori fortissimi, diventa straordinaria grazie alla sua interpretazione di un ruolo che non trova veramente definizione.

In quelle sette partite, Zidane non è un trequartista o un regista offensivo. Si muove per tutto il campo sostanzialmente facendo qualsiasi cosa. Imposta, pressa, rilancia, costruisce, conclude. Non si riesce neanche a dargli una definizione per ciò che fa, perché lo fa in maniera unica. Sembra che tutta la sua carriera, dal Cannes al Real Madrid, collassi in quei minuti e dia dimostrazione di qualcosa di inedito. Zidane centellina calcio come farebbe un alchimista, mettendo in mostra tutto il repertorio del fuoriclasse.

Zidane

(Photo by Andreas Rentz/Bongarts/Getty Images)

Soprattutto, recita la parte con una naturalezza che ti aspetteresti da un ragazzo appena arrivato al calcio che conta, non uno che sta per lasciare. Sembra voglia conquistare il mondo per tenerselo ancora tanti anni, non per salutarlo.

Si muove elasticamente, resistendo con il fisico ai tackle degli avversari ma è allo stesso tempo agile, molto più agile e veloce rispetto a giocatori più giovani di lui. Quando va al tiro, o gioca la palla, lo fa con una tonicità che non ti aspetti. Faccio fatica, riguardando le partite di quel Mondiale, a comprendere perché un giocatore così fisicamente brillante abbia scelto in quel momento di ritirarsi. Si potrebbe dire che fosse consumato dagli infortuni, ma non riesco a trovarne il nesso.

Per assurdo, il Ronaldo che continua a mietere record è esattamente in quella fase di carriera. Messi, nei match pre-lockdown, a 31 anni è sembrato a tratti meno brillante.

Per certi versi, sembra più uno stufo e che per una volta si sta divertendo, che sa di aver detto non tutto ciò che poteva dire, ma che voleva dire. Quel torneo sembra una rivendicazione del suo essere straordinario e unico: come Isildur si arroga l’anello del Potere dopo aver tagliato il dito di Sauron, Zidane sceglie di mostrarsi senza le stigmate del fenomeno silenzioso, urlando per una volta al mondo intero tutta la sua cristallina superiorità.

Il giorno della finale di Berlino, il 9 luglio 2006, Libération scrive in un articolo dal titolo “Venération Zidane”: «Per tutti oggi Zidane è il talento di Maradona e il carisma di Pelé. Una mescolanza di Abbé Pierre e di Gandhi. Di Martin Luther King e del Dalai Lama. E non soltanto per la stampa francese. La Zidanomania è mondiale. Incensato dalla grande stampa, come negli Stati Uniti: “L’uomo più cool del mondo”, si compiace il New York Times, che suggerisce di “fare un film di promozione con immagini dell’entusiasmo di Zidane e mostrarlo ai giocatori, giovani e vecchi».

Zidane

(© Marco Rosi LaPresse)

Sembra che neanche una carriera straordinaria sia bastata per portare il mondo a quel livello di consapevolezza: in principio di paragrafo, infatti, quell’ “oggi” descrive con forza che è grazie a quella kermesse che forse il movimento calcistico sta prendendo coscienza di cosa si stia per concludere.

Probabilmente anche Zidane sa che non potrà essere più in alto di dove è in quel momento. Probabilmente, sa anche che non ci sarà altro insegnamento da poter lasciare. Per riuscirci, dovrebbe superare se stesso, quello che in molti hanno visto pochi giorni prima, il primo di luglio, contro i verde-oro guidati dal suo amico Ronaldo che esce vistosamente ridimensionato dal confronto (il brasiliano praticamente non tocca il pallone). Ma lì, lo si può vedere, ha già rasentato la perfezione: sostanzialmente ha vinto da solo un match, facendo muovere gli altri 10 attorno a sé, senza alcun limite.

E poi ci sono gli avversari, quell’Italia che in quei giorni è più forte di tutto. Ci prova, Zidane, a battere gli azzurri, ma non ci riesce. Ci prova da solo e provando a rendere ancor più insidiosi i già fortissimi compagni di squadra. Come al solito, tenta delle cose incredibili, riesce anche a realizzarle (un goal in pallonetto su rigore al 9’ di una finale Mondiale? Chi o cosa ci sarebbe riuscito?), combatte anche contro se stesso (al 35esimo del secondo tempo sembra dover uscire dopo uno scontro di gioco con Cannavaro) ma poi si deve arrendere all’evidenza che non tutto dipende dalle sue capacità.

Probabile che a fargli capire che quella sera lo attenda solo la sconfitta sia quel colpo di testa che Buffon intercetta miracolosamente al 103’ minuto. Non è marcato come nel 1998 da Leonardo o Dunga, ha campo libero. Tira anche più forte. Questa volta però il colpo non gli riesce.

Zidane

(Photo by Alex Livesey/Getty Images)

La testata a Materazzi sembra essere solo una logica conseguenza del sapere che il suo capolavoro, quel Mondiale giocato in maniera superlativa, è destinato a chiudersi con l’anonimato della seconda posizione.

Jean-Philippe Toussaint, ne La malinconia di Zidane, scrive a proposito di quella partita: «Zidane non riesce a segnare, non ne può più dei compagni, dei suoi avversari, non ne può più del mondo e di se stesso».  In quel “se stesso”, forse, lo scrittore descrive la fatica dell’essere Zinedine Zidane in un mondo che non riesce veramente a riconoscergli fino in fondo la sua grandezza; c’è la difficoltà a trovare risorse per combattere e vedersi attribuito il titolo che gli spetta.

Se deve uscire, Zidane, lo farà con i galloni da protagonista. Anche se questo gli costerà una macchia indelebile sulla carriera, riuscirà a essere anche nell’atto finale archetipo, modello, inimitabile. Achille moderno, nel modo di stare in campo e anche di uscirne, protagonista di un’epica di vivere il calcio che non poteva stare in soli 90’.

«Più divertente che utile», disse l’Avvocato di lui. Una frase che non potrà mai descriverlo fino in fondo, Zizou.

La grandezza di un fenomeno silenzioso

Zidane: A 21st Century Portrait, il documentario di Douglas Gordon e Philippe Parreno uscito nel 2006, quando fu presentato a Cannes fu definito “il miglior film sul calcio di tutti i tempi”, pur in assenza di una trama reale.

Il film è sostanzialmente una lunga clip muta, realizzata puntando su Zidane 17 telecamere che ne hanno catturato qualsiasi movimento durante il match fra Real Madrid e Villareal il 23 aprile 2005.

La partita finì per la cronaca 1 a 1: Zidane fece un assist per Ronaldo e venne poi espulso. I due registi dichiarano che scelsero il talento francese perché, metaforicamente, simboleggiava l’uomo del ventunesimo secolo.

Probabilmente non c’è modo più grande per scavare nel mondo di Zidane e trovarci qualcosa che vada oltre il semplice gioco del calcio. Continuerà comunque a non essere fra quelli che citeremo, alla domanda “Chi è stato il più forte giocatore della storia?”, così come ci scorderemo di lui mentre faremo la lista di chi avremmo voluto vedere con la maglia della nostra squadra del cuore.

 Zidane

(Photo by Clive Brunskill/Getty Images).

Allo stesso tempo, però, rimarrà sempre colui che è riuscito a esprimere cosa sia la perfezione del calcio, come raramente è riuscito ad altri. Probabilmente, neanche Messi e Ronaldo potranno mai uguagliarne il livello, l’eleganza, l’intelligenza tattica: a loro per raggiungere l’estasi è richiesta una rovesciata saltando 2 metri e 94 o un goal dopo aver saltato sei avversari, partendo dalla metà campo e chiudendo il cerchio con un pallonetto a scavalcare il portiere.

A Zidane è bastato meno: un assist su punizione, una veronica a centrocampo, un passaggio in velocità. È bastato esserci e rivoluzionare il calcio nel cuore del campo, là dove nessuno è riuscito veramente a vederlo, finché ad un certo punto ha deciso di non giocare più. Probabilmente, ce lo meriteremo fino in fondo quando capiremo che la sua carriera è stata una finestra su un qualcosa che non esisteva prima, e difficilmente esisterà ancora.

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