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L’importanza di chiamarsi bomber

By 28 Ottobre 2019

Perché, al di là delle analisi tattiche ossessive, ancora oggi vale la regola che i nostri padri ci hanno sempre ribadito. A fare la differenza è la spina dorsale di una squadra: portiere, centrale difensivo, centrocampista di lotta e di governo e bomber

Moduli, allenatori, riconquista veloce o efficace della palla – da chi come Sarri vuole riprenderla il prima possibile a chi, come il Salisburgo vuole riconquistarla invece nella posizione più conveniente -, ripartenze a elastico, centrocampo a due, tre, quattro o cinque, alberi di natale e moduli cangianti ogni dieci minuti, tiqui-taca o gegenpressing, chi ha inventato chi o cosa. Siamo pieni di queste analisi ossessive di uno sport anaerobico per il fisico ma anche nel suo stesso spirito, perché nel calcio non è matematico che vinca il migliore. Non solo in senso assoluto, ma anche nello stesso match puoi esprimere il gioco migliore e perdere. Lo amiamo così tanto anche per questo, ci rovina così tanto la vita anche per questo.

Più si tenta di “scientifizzarlo”, più i Big Data si inseriscono nel suo Dna – ricordate Moneyball, film illuminante sul football americano? Nel calcio, come insegna Monchi, è più difficile un’operazione di quel tipo -, più si tenta di individuare la ricetta perfetta per la vittoria, più si è destinati al fallimento. Perché il pallone spesso vive di illusioni passeggere, di mister e presunti campioni che sembrano dover segnare epoche e poi, da Krasić a Zárate, vengono dimenticati semplicemente perché colleghi e difensori hanno imparato a “leggerli”.

E così ti sorprendi a capire che dalla fine del secolo scorso vale la regola che tuo papà, allo stadio e ogni estate, ti ha sempre ribadito. Conta la spina dorsale di una squadra, contano quei soliti quattro giocatori. Ogni squadra ha bisogno di quattro moschettieri nei soliti ruoli: portiere, centrale difensivo, centrocampista di lotta e di governo (un tempo l’avremmo chiamato centromediano metodista, oggi regista più o meno arretrato), bomber. Il resto, conta poco.

(Photo by Emilio Andreoli/Getty Images)

La Roma disastrata di Di Francesco è tornata a essere una pretendente alla qualificazione in Champions League perché Paulo Fonseca è un profeta del bel calcio moderno? No, è uno che conosce il suo sport e i giocatori (vedi come sta recuperando Pastore), che non ha la vanità egocentrica del maestro di pallone che dice “il mio calcio” e che sa adattarsi ad avversari e avversità. In più in Pau Lopez ha trovato tra i pali un più che onesto mestierante che lascia la difesa tranquilla, in Smalling un leader difensivo che non fa rimpiangere Manolas (anzi, rispetto al greco ha più visione), in Mancini un sorprendente centrocampista davanti alla difesa – sono due partite che fa quest’esperimento, ma a naso continuerà a lungo – e davanti il solito Edin Dzeko, che al di là di numeri e percentuali – un gol ogni 154’ in questa stagione, da quando è a Roma ha segnato un gol ogni due partite ma, soprattutto, 93 su 411 totali della squadra (1 ogni 4,4, che scende a 3,2 contando anche la quarantina di assist e scendiamo ulteriormente pensando ai gol provocati con tiri respinti, sponde sporche, etc) – a fare reparto da solo.

Una squadra apparentemente indebolita dal mercato, ha migliorato i punti cardinali del proprio scacchiere e si ritrova a un punto dal celebrato Napoli. Che non a caso di quei fab four si ritrova solo Meret, forse attualmente il miglior portiere italiano, sente la mancanza di Raul Albiol (meno forte di Manolas e Koulibaly, ma più decisivo per conoscenze tattiche e leadership), ha un centrocampo senza un regista vero (paga lo scarso carattere e la forma pessima di Zielinski e il fatto che per motivi diversi Allan, Ruiz ed Elmas non rendono al meglio nella parte nevralgica del proprio reparto) e gira solo se il centravanti di turno è in vena, da Mertens, autore di tre reti su cinque totali della squadra nel girone di Champions, a Milik, autore delle ultime tre reti in campionato. E contate che da quando il buon Dries è divenuto centravanti ha segnato 82 reti sui 316 totali della squadra (una ogni 3,85) che con i circa 40 assist (il belga l’anno scorso ha fatto un assist ogni due gol fatti, a Salisburgo ha fatto una doppietta e un assist, in media perfetta) arrivano a più di un gol ogni tre partite degli azzurri in cui ha messo lo zampino.

(Photo by Paolo Bruno/Getty Images)

Inutile guardare alla Juventus, che di centravanti ne ha tre (Higuain, Dybala e quel Ronaldo che se non entra in campo, i bianconeri non vincono) e che ha Szcezsny, Chiellini, Pjanic e uno dei tre a scelta davanti (e che gli unici problemi, non ha caso li ha perché ad ora De Ligt non riesce a sostituire degnamente il miglior difensore italiano). L’Inter di Conte, la sorpresa del campionato, si poggia su Handanovic, Skrinjar (e altri due mastini come Godin e De Vrji), Brozovic (e prima anche Sensi) e ben due bomber come Lautaro Martinez e Romelu Lukaku che hanno fatto 12 dei 24 gol nerazzurri finora in questa stagione, il 50%.

Si può fare il calcolo anche per sottrazione: la Lazio senza i gol di Immobile entra in crisi, il Milan non vince uno scudetto dai tempi di Ibrahimovič ed entrambe soffrono la discontinuità degli altri giocatori chiave (Strakosha e Donnarumma, Acerbi e Romagnoli, Biglia e soci o Lucas Leiva), mentre la salute di gioco, ma non di risultati della Fiorentina la spieghi con il talento ma la scarsa esperienza dei suoi cardini: Dragowski, Milenkovic, Castrovilli (ma anche Pulgar e capitan Badelj) e il falso nueve Ribery.

Persino la sorpresa Cagliari obbedisce a questo dettame (Olsen, Pisacane, Cigarini ma anche Nandez, e Simeone, che apre spazi per gli altri) o il Torino (Sirigu, il ritrovato N’Koulou, Rincon e Belotti) e più si scende più il teorema viene confermato da chi deve salvarsi e non può perdere tempo a mettersi in cattedra.

(Photo by Alessandro Sabattini/Getty Images)

Certo, ci sono anche gli Zaniolo e i Nainggolan, i Ruiz e i Parolo, i Luis Alberto e gli Insigne, che in ruoli diversi tra loro, sembrano altrettanto determinanti. Ma fateci caso, se la squadra non gira, scompaiono, sempre. Non la risolvono da soli, non trascinano la squadra, ma si fanno trascinare. Certo, Maradona e Messi sono l’eccezione che conferma la regola, ma chi ha vinto l’ultima Champions? Chi aveva Alisson, Van Dijk, Salah e una batteria di centrocampisti che dove peschi, peschi bene (Wijnaldum a Oxlade-Chamberlain, Henderson e Keita, ma tatticamente Fabinho è insuperabile). E non a caso Jurgen Klopp che una sua idea di calcio ce l’ha eccome, si è fatto comprare un fenomeno all’anno, durante ogni sessione estiva di calciomercato prima di quella vittoria, in quei ruoli chiave. E pazienza se se n’è andato Coutinho. Profeta sì, ma mica scemo.

Boris Sollazzo

About Boris Sollazzo

Boris Sollazzo è il padre di Carlo, critico e cronista cinematografico, autore televisivo, speaker radiofonico, telecronista e giornalista sportivo, pluricampione di fantacalcio. Spesso contemporaneamente. Ha scritto per quasi tutti i quotidiani e periodici e ora ha una trasmissione quotidiana su RadioRock. È il direttore artistico dell’Ischia Film Festival e del Cerveteri Film Festival.

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