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L’Ajax sta tradendo sé stesso?

By 5 Marzo 2020

Il crollo della squadra di Ten Hag è stato strutturale e ha riguardato le fondamenta della costruzione tattica. Ma l’Ajax ha soprattutto cambiato strategia, sacrificando la centralità del vivaio in favore di un mercato più aggressivo

In questi giorni in Olanda il rumore dei fucili caricati è impressionante. I bersagli sono Marc Overmars e Erik ten Hag, ma soprattutto l’idea di Ajax che hanno portato avanti – specialmente il primo – in questi anni. Storie di ordinaria umanità, sia la corsa sul carro del vincitore che la rapida discesa da esso quando la corona si sposta altrove. Il primo a saperlo è proprio Overmars, ritrovatosi di colpo all’interno di un remake di Ricomincio da Capo, il film nel quale Bill Murray riviveva quotidianamente la stessa, identica giornata. L’eliminazione dall’Europa League contro il Getafe ha riportato ai tempi dell’Ajax di Frank de Boer, quando gli ostacoli insormontabili si chiamavano Steaua Bucarest, Rapid Vienna, Molde e Dnipro.

Del resto, la strada intrapresa da Overmars  non poteva che essere lastricata di nemici, partendo da Marco van Basten per arrivare a Wim Jonk. Secondo l’ex Milan “l’Ajax non è più l’Ajax, si dà tante arie per il suo vivaio e poi si compra tutti i ragazzini brasiliani”, mentre l’ex Inter ha formato con Ruben Jongkind il Team Jonk, poco dopo essere stato messo alla porta da Overmars, “per proseguire il lavoro iniziato da Johan Cruijff, la cui filosofia è difficile da riscontrare nell’attuale Ajax”.

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(Photo by Erwin Spek/Soccrates/Getty Images)

Spostare la centralità del vivaio nella strategia Ajax a favore di un incremento delle spese, tanto a livello di stipendi quanto di liquidità da immettere sul mercato, era una politica che solo un rendimento sportivo come quello dello scorso anno poteva rendere inattaccabile. Una politica logicamente rischiosa, perché se “i giovani del vivaio non sono ancora pronti per il livello dell’Ajax” (Ten Hag dixit), non è detto che lo siano subito i nuovi acquisti, visto che nel recente passato non sono mancati esempi di giocatori che i primi mesi ad Amsterdam ci hanno capito poco, salvo poi diventare pedine fondamentali per la squadra (due nomi su tutti: Davinson Sanchez e Arkadiusz Milik). Pertanto i fucili pronti a fare fuoco non devono sorprendere.

L’obiettivo dell’Ajax è chiaro: tornare in pianta stabile tra le big d’Europa, dimostrando che la semifinale di Champions dello scorso anno non è stato un incidente di percorso. Il problema è che non possiede la struttura adatta per supportare una simile ambizione prescindendo dai risultati sportivi. Questa è la grande differenza con i top club, che può essere meglio illustrata comparando gli ajacidi al Bayern Monaco, il club indicato da Overmars quale modello di ispirazione della propria politica.

L’Ajax deve diventare il Bayern della Eredivisie, torneo che ad Amsterdam – va ricordato – è finito solo 7 volte dall’inizio del millennio. Una superiorità da costruire mediante un potere d’acquisto senza pari, che permette al club di setacciare il meglio offerto dal campionato, soffiandolo alle rivali, e nel contempo offrire stipendi appetibili per attirare nomi importanti dall’estero, siano essi talenti in ascesa alla David Neres o cavalli di ritorno (in Olanda) alla Dusan Tadic o alla Quincy Promes.

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Hakim Ziyech (Photo by Erwin Spek/Soccrates/Getty Images)

Il progetto sembra in apparenza pienamente sostenibile, confortato anche dai numeri. Nei primi 6 mesi dell’attuale stagione il bilancio dell’Ajax presenta 53 milioni di euro netti di guadagno, con 261 milioni in cassa e una spesa di 93 milioni (la maggior parte della quale in stipendi). Il nodo più problematico riguarda i proventi extra-campo. Confrontando gli introiti dell’Ajax con quelli dei top club europei nella stagione 2018/19 emerge che, a livello di entrate, gli olandesi hanno incassato il 25% (contro il 40%) da sponsorizzazioni e commercio, il 6% (contro il 43%) dai diritti televisivi e il 69% (contro il 17%) dalla vendita biglietti e dai premi UEFA.

In poche parole: l’Ajax ha bisogno come l’ossigeno di fare strada in Europa. “L’Ajax corre il rischio di diventare un Bayern Monaco in Olanda e uno Sparta Rotterdam in Europa”, ha scritto il settimanale Voetbal International, utilizzando lo Sparta come termine di paragone per indicare un club dal grande passato ma dal presente poco più che modesto.

A livello economico l’Ajax non ha i mezzi per entrare nella top 20 – “è la più piccola grande potenza del calcio mondiale” ha proseguito VI – e non per colpa di Overmars, al quale può essere al massimo imputata una politica rischiosa. Ci si chiede infatti per quanto sarà sostenibile un mercato da 50-60 milioni di euro l’anno in uscita sul mercato se si ripeteranno stagioni di precoci eliminazioni dalla Champions League, senza nemmeno arrivare in fondo all’Europa League? I numeri non mentono. Attualmente l’Ajax paga salari per una cifra superiore al budget annuale di Psv Eindhoven e Feyenoord. Nel 2012 tale voce di costo ammontava a meno di 50 milioni di euro, mentre oggi siamo attorno ai 100. È vero che, rispetto al periodo indicato, sono incrementate anche le entrate nette dal mercato, passando da 12 a 50 milioni di euro. Ma il jackpot raccolto in uscita grazie alla coppia De Ligt – De Jong non può arrivare ogni anno e, anche nel caso accadesse, poi i giocatori devono essere sostituiti in campo con interpreti di pari qualità.  Proprio questo è il punto che ha determinato la stagione negativa dell’Ajax.

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Quincy Promes (Photo by Rico Brouwer/Soccrates/Getty Images).

Il crollo della squadra di Ten Hag è stato strutturale e ha riguardato soprattutto le fondamenta della costruzione tattica. Le partenze di De Ligt, De Jong e Schone hanno indebolito il cuore del gioco ajacide. In difesa nessuno è riuscito a garantire né la fisicità di De Ligt, né il suo dominio sulle palle alte, ed è indicativo come uno dei migliori nelle retrovie, Joel Veltman, ottimo per senso della posizione e capacità di costruzione, sia risultato il principale responsabile del gol del Valencia che ha eliminato l’Ajax dalla Champions.

Un’Ajax drasticamente calato anche nella capacità di sfruttare le palle inattive, e anche in questo caso le partenze di De Ligt (in gol di testa contro Juventus e Tottenham) e Schone (rete al Bernabeu su calcio piazzato) si sono fatte sentire. Ma è a centrocampo che si è sviluppato il malessere dell’Ajax, che ha portato, da dicembre a oggi, a perdere contro Valencia, Getafe, Willem II, Groningen, Heracles Almelo, Az Alkmaar e Utrecht (sconfitta, quest’ultima, arrivata mercoledì in semifinale di coppa d’Olanda, con conseguente uscita dal torneo). Tutti sapevano che un giocatore dalla visione totale come Frenkie de Jong non poteva spuntare tutti gli anni, ma nessuna soluzione sperimentata da Ten Hag ha dato l’idea di costituire un buon surrogato.

Si è partiti con Mazraoui e Blind, con quest’ultimo rapidamente scalato in difesa per il pessimo impatto di Schuurs e sostituito dal costoso Marin, mai però integratosi negli schemi del tecnico. Poi è arrivato il doppio mediano Alvarez-Martinez, quindi accanto all’argentino è comparso Van de Beek (con Ziyech numero 10 e non più ala), fino al recente duo made in Ajax Eiting-Ekkelenkamp. Un tourbillon che ha finito con il depotenziare molti elementi anziché valorizzarli, come invece accaduto la passata stagione. Emblematico proprio il caso di Van de Beek, strepitoso lo scorso anno in una posizione ibrida tra numero 10 e falso nove, con picchi di rendimento mai raggiunti primi, confuso e sottotraccia nell’attuale stagione da centrocampista interno.

Donny van de Beek  (Photo by Rico Brouwer/Soccrates/Getty Images)

Una simile fragilità nelle fondamenta  ha minato lo sforzo compiuto dalla società di confermare tutto il pacchetto offensivo della passata stagione, con l’eccezione del panchinaro (e superfluo) Dolberg, ceduto al Nizza. Qualche infortunio nei momenti caldi della stagione ha fatto il resto, con il mercato di gennaio che ha tamponato poco e male la situazione, mostrando anche una piccola deriva alla ricerca del grande nome.

L’arrivo di Ryan Babel non ha infatti prodotto alcun risultato degno di nota, tanto da spingere in molti a chiedersi se, a parità di non-risultato, non fosse stato il caso di regalare minuti a qualche elemento dello Jong Ajax (contro il Getafe si è visto il brasiliano Danilo). Molto lucida l’analisi di Tadic a commento della crisi ajacide. “Se un giocatore compie un movimento in ritardo, salta tutto il sistema, perché scatena un effetto domino che ci lascia vulnerabili”. Da gennaio a oggi Ten hag ha proposto 20 giocatori diversi nell’undici titolare, più di ogni altra squadra di Eredivisie, a testimonianza della ricerca di una formula capace di restituire quella coesione gradualmente sbriciolatasi nel corso dell’anno. La flessione dei big, da Ziyech allo stesso Tadic fino al citato Van de Beek, ha tolto a Ten Hag la possibilità di tamponare e contenere il malessere.

(Photo by Erwin Spek/Soccrates/Getty Images)

Rimane quindi tutto da decifrare il futuro prossimo dell’Ajax, visto che a giugno molti pezzi da novanta verranno lasciati andare – Ziyech è già stato ceduto al Chelsea. Lasciando da parte le polemiche sull’anti-calcio del Getafe che hanno tenuto banco per giorni ad Amsterdam e dintorni, il paradosso è che l’Ajax in modalità big spender è stato surclassato per due volte in campo da un modello un po’ più old style di Ajax, ovvero l’Az Alkmaar di Arne Slot, il tipico club olandese nella sua accezione migliore, ovvero crescita di talenti, cessione, autofinanziamento e inizio di un nuovo ciclo. Le due squadre sono attualmente appaiate in vetta alla Eredivisie. “Eppure l’Ajax ha già pronte le armi per contrastare l’Az”, ha scritto Hugo Borst su Algemeen Dagblad. “Quali? A giugno gli comprerà 4-5 giocatori”. I fucili stanno già sparando.

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