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Le eliminazioni più inaspettate delle italiane in Europa League

By 27 Febbraio 2020

Mai fidarsi delle gare di ritorno del secondo torneo continentale

 

Inter e Roma partono da una posizione di vantaggio in vista delle gare di ritorno dei sedicesimi di finale di Europa League, ma la prudenza non è mai troppa. Specialmente nella seconda competizione continentale, le italiane hanno spesso affrontato alcune sfide con la testa molto libera, così libera da portare a rovinose eliminazioni. In una piccola galleria degli orrori, che comprende anche nerazzurri e giallorossi, proviamo a raccogliere quattro tonfi inaspettati, maturati nel corso degli ultimi 25 anni di Europa League (o Coppa Uefa, ovviamente).

 

Inter-Lugano, 1995-96

Foto LaPresse Torino/Archivio storico

Negli anni ’90, la Coppa Uefa è stata spesso il giardino preferito dell’Inter, vincitrice del torneo nel 1991, nella finale tutta italiana con la Roma, nel doppio confronto con il Salisburgo nel 1994 e quindi ancora nel 1998, anche stavolta in un ultimo atto tra club italiani contro la Lazio, ma in gara secca.

Nel 1995, però, è tutta un’altra musica. I nerazzurri di Ottavio Bianchi iniziano il campionato con una vittoria (1-0 sul Vicenza) e una sconfitta (2-1 a Parma), ma in entrambi i casi a segnare è un difensore, anche se risponde al nome di Roberto Carlos. Il 12 settembre l’Inter oltrepassa il confine per andare a sfidare il Lugano, sembra un trentaduesimo di finale decisamente morbido. Segna ancora una volta Roberto Carlos e la pratica sembra già chiusa, ma gli svizzeri trovano il pareggio grazie a un’indecisione di Pagliuca su un corner di Carrasco, a segno per un clamoroso gol olimpico dopo che il portiere aveva già regalato a Galvao la chance per il pari, sprecata da due passi.

Bianchi si sente sulla graticola dopo l’1-1 e attacca per non finire sbranato: «Ho una squadra giovane, serve tempo, è inutile chiedermi subito risultati», come se per battere il Lugano servisse il Real Madrid. Per Moratti sono ore di fuoco, perché non avrebbe voluto confermare Bianchi, ereditato dalla gestione Pellegrini. Il nuovo patron ripensa ai dubbi estivi e finisce per mangiarsi ulteriormente i gomiti quando a San Siro arriva il Piacenza di Gigi Cagni, la provocazione con cui Moratti voleva presentarsi a inizio anno.

LaPresse.

Il tecnico imbriglia l’Inter, finisce 0-0. Per la prima stagione intera da presidente, il nuovo proprietario si era presentato con acquisti importanti: non solo Roberto Carlos, ma anche Paul Ince, Maurizio Ganz, quel Sebastian “Avioncito” Rambert arrivato dall’Argentina con un connazionale meno in voga ma che scriverà pagine indelebili come Javier Zanetti, il talento randagio di Benny Carbone, Maurizio “el segna semper lu” Ganz e una batteria di difensori italiani: la grande promessa Salvatore Fresi (7 miliardi dalla Salernitana), Alessandro Pedroni dalla Cremonese e Felice Centofanti dall’Ancona.

L’Inter perde a Napoli 2-1 e volano gli stracci. Pagliuca se la prende con i raccattapalle del San Paolo dopo averne spintonato uno, sparando dichiarazioni dal razzismo neanche troppo velato: «Perdevano tempo in continuazione, mi hanno fatto perdere la pazienza. Avranno sì e no tredici anni e hanno già imparato l’arte di fare i furbi, finirà che a diciassette anni andranno a rapinare le banche».

Il momento terribile del portiere non passerà neanche nella sfida di ritorno con il Lugano: a San Siro in panchina c’è Luisito Suarez, chiamato al posto di Bianchi come soluzione interna in attesa di concludere la trattativa Hodgson. L’Inter gioca una partita non bella, ma fino a una manciata di minuti dalla fine è ancora qualificata in virtù dello 0-0. Non ha ancora fatto i conti con Pagliuca, che se possibile fa peggio di quanto visto in Elvezia: la punizione del solito Carrasco trova un buco che non dovrebbe esserci, il portiere si dispera. Lugano addio, cantavi.

 

Juventus-Fulham, 2009-10

LaPresse.

La Juventus pre Conte-Allegri-Sarri, al giorno d’oggi, è un ricordo sbiadito, un goffo campionario di acquisti mediocri e figure discutibili ormai totalmente sfumato dai segni del tempo. Torniamo al 2009-10. È la stagione aperta da Ciro Ferrara – ci fu chi, dopo la prima panchina dell’ex difensore al posto di Claudio Ranieri, titolò «Mai allenati così», e lo fece con accezione positiva – e chiusa da Alberto Zaccheroni, che già in parabola visibilmente discendente riuscì a togliersi lo sfizio di diventare il terzo allenatore, dopo Jozsef Viola e Giovanni Trapattoni, ad aver guidato le tre “grandi strisciate” del calcio italiano.

È anche la stagione in cui Diego si presenta con uno show all’Olimpico di Roma, un’illusione che si trasforma in delusione cocente. La Juve esce ai gironi di Champions e scende in Europa League, mentre in campionato sgomita per un piazzamento in zona continentale. I bianconeri avanzano eliminando l’Ajax e già si sogna una cavalcata trionfale, tanto più che agli ottavi l’urna riserva il Fulham, decisamente non una corazzata.

La partita d’andata pare dar ragione ai pronostici: Legrottaglie, Zebina e Salihamidzic, terzetto di marcatori non proprio chic, danno manforte alle scelte di Zaccheroni, che lascia fuori Del Piero per andare con i due trequartisti (Candreva e Diego) a ridosso di Trezeguet. In mezzo al tris bianconero c’è un autogol di Legrottaglie che però non sembra segnale di sventura, tanto più che in quel piccolo tempio conosciuto come Craven Cottage, delizioso impianto londinese posto sulle sponde del Tamigi, a un tiro di schioppo da Stamford Bridge, David Trezeguet apre le danze dopo soli 2 minuti.

(Photo by Phil Cole/Getty Images)

Ma ci sono fior di fantasmi ad agitare le menti bianconere, che qualche giorno prima della trasferta a Londra avevano visto il Siena, ultimo in classifica, riemergere dal 3-0 (Del Piero-Del Piero-Candreva nei primi 10 minuti di gara) fino al 3-3, con Abdelkader Ghezzal sugli scudi. La Juventus, con una bislacca maglia oro, si fa divorare dalla furia agonistica del Fulham di Hodgson.

Bobby Zamora impatta al 9’ vincendo un duello fisico con Cannavaro, l’ex Pallone d’oro si fa buttare fuori per un fallo su Davies lanciato (decisione invero abbastanza discutibile) e Zaccheroni deve abbinare Grygera a Zebina nel cuore della difesa. L’eroe di serata, per il Fulham, è Zoltan Gera, un tuttofare della trequarti, ungherese trapiantato già da diversi anni in terra d’Albione. Un mani di Diego in area di rigore rimette tutto in parità: Gera non sbaglia dal dischetto, 3-1 a inizio ripresa. Chimenti tiene in vita i suoi su Dempsey ma è proprio l’americano, nel finale, a completare il ribaltone con un pallonetto spettacolare.

 

Roma-Slovan Bratislava, 2011-12

Foto Alfredo Falcone 

Thomas Di Benedetto è appena diventato il nuovo presidente giallorosso e la Roma lo festeggia con una clamorosa sconfitta a Bratislava. È calcio d’agosto, andata degli spareggi di Europa League, e nessuno pensa che i giallorossi possano davvero non ribaltare l’1-0 con lo Slovan davanti al pubblico dell’Olimpico. Luis Enrique, del resto, per la sua prima gara ufficiale alla guida della Roma ha stupito tutti, lasciando fuori sia Francesco Totti che Borriello per sfoggiare un tridente giovanissimo, con Bojan Krkic e Caprari e sostegno di Stefano Okaka.

Ma i giallorossi non pungono, l’asturiano getta nella mischia i due veterani e assiste non senza un pizzico di sbigottimento al gol decisivo di Dobrotka, a segno sugli sviluppi di un calcio d’angolo. Sarebbe un passaggio a vuoto come tanti, ma arriva dopo un’estate in cui sulla Roma si è abbattuta come un tornado una dichiarazione di Franco Baldini, futuro dirigente di spicco voluto dalla dirigenza americana in attesa del via libera dalla Federazione inglese, nonché cavallo di ritorno dopo gli anni con la famiglia Sensi: «Totti ha davanti ancora 4-5 anni di carriera. Se saprà guardare solo al calcio e non farsi carico di altro. Ma deve liberarsi della sua pigrizia e di chi usa il suo nome, anche a sua insaputa. Deve smettere di lasciar fare, più leggero sarà, più lontano andrà col pallone». E allora basta una sconfitta nell’andata di un playoff di Europa League per rendere il ritorno una partita dal peso specifico indicibile.

Foto Alfredo Falcone – LaPresse

Totti è in campo all’Olimpico e serve, dalla bandierina, l’assist per il vantaggio di Perrotta dopo una decina di minuti. Logica imporrebbe una goleada, e la Roma gioca bene, crea occasioni, ma non riesce a dilagare. Sull’1-0, sorprendendo tutti, Luis Enrique richiama in panchina Totti per inserire Okaka. Finisce malissimo, perché Stepanovsky, a 8’ dalla fine, trova l’incredibile 1-1 che estromette la Roma dall’Europa League ancora prima della fase a gironi, presagio nefasto per una stagione sull’ottovolante, con Luis Enrique costretto a dichiarazioni forti già a fine agosto: «La contestazione del pubblico per il cambio del capitano? Sono qua anche per fare scelte impopolari. Lo rifarei, non devo giustificare le mie scelte e non sono tipo da andarmene alle prime difficoltà: resterò alla Roma fino a quando i giocatori mi seguiranno».

Più delle immagini del campo, di Roma-Slovan Bratislava 1-1 rimangono circa 3 minuti di arte contemporanea catturati all’uscita dell’Olimpico, e una frase che negli anni è diventata un tormentone: «Ho pagato 26 euro pe’ vede’ Verre». Chissà che ne pensa il buon Valerio, che oggi sta dimostrando di essere un giocatore più che degno della Serie A con la maglia dell’Hellas Verona.

 

Lazio-Ludogorets, 2013-14

Foto Marco Rosi/LaPresse

Chiudiamo il cerchio con l’attuale rivale dell’Inter, il Ludogorets, che nel 2014 muove i primi passi nel calcio europeo di un certo livello. Il club di Razgrad, rifondato nel 2001, prende parte all’Europa League 2013-14 dopo aver sfiorato la Champions League: ko nei preliminari con il Basilea a un passo dalla fase a gironi.

I bulgari dominano il gruppo con il Chornomorets, eliminando Dinamo Zagabria e PSV Eindhoven e chiudendo con la bellezza di 16 punti. Ai sedicesimi di finale, i bulgari incrociano una Lazio stanca, che ha chiuso al secondo posto il Gruppo J alle spalle del Trabzonspor e in campionato arranca a metà classifica, con tanto di avvicendamento Petkovic-Reja in panchina. Il pronostico pende comunque dalla parte dei romani, che all’Olimpico combinano un mezzo disastro e pregiudicano la qualificazione: finisce 0-1, gol di Bezjak, nella notte in cui Felipe Anderson, fin lì oggetto misterioso, sembra appiccicarsi addosso definitivamente l’etichetta del bidone, sbagliando malamente un calcio di rigore.

Foto Marco Rosi/LaPresse

A Sofia, però, è un’altra storia. La Lazio si riscopre aggressiva, passa immediatamente in vantaggio con un gol di Keita Balde, quindi vola sullo 0-2 con una rete sull’asse Onazi-Perea. (Breve recap su Brayan “El Coco” Perea: attaccante colombiano classe 1993, incautamente accostato a Edinson Cavani da parte di Igli Tare. Ora gioca nell’Independiente Santa Fe).

Bezjak riapre la partita, Federico Marchetti fa di peggio, trascinandosi in porta un sinistro da 35 metri di Zlatinski. Reja ha ancora nel taschino l’asso Miroslav Klose, che sbaglia due volte ma non la terza, ribadendo in rete una corta respinta di Stoyanov su colpo di testa di Biglia. Nuovamente in vantaggio a 8 minuti dalla fine, la Lazio dovrebbe limitarsi a controllare. Ma non è ancora finita, perché il difensore ex Siena Cosmin Moti, che un anno più tardi entrerà nella storia della Champions per aver parato due calci di rigore nella serie finale contro la Steaua Bucarest, lancia in avanti un pallone all’88’ e la difesa biancoceleste combina un disastro difficile da rendere a parole. Biava si fa anticipare sullo stacco, Konko si addormenta nel tentativo di proteggere un’uscita folle di Marchetti. Juninho Quixada tocca una sfera che diventa una palla avvelenata, e rotola in rete nello stupore generale. Mai fidarsi dell’Europa League.

 

Bonus track: i tabellini delle italiane incriminate nelle quattro partite di ritorno

 

Inter (4-4-2): Pagliuca; Festa, Fresi, Paganin, Centofanti; Zanetti, Seno (31’ st Manicone), Carbone (9’ st Orlandini), Roberto Carlos; Rambert (9’ st Fontolan), Ganz. All.: Suarez

 

Juventus (4-3-2-1): Chimenti; Salihamidzic, Zebina, Cannavaro, Grosso (40′ st Del Piero); Camoranesi (7′ st De Ceglie), Felipe Melo, Sissoko; Diego; Candreva (28′ pt Grygera); Trezeguet. All.: Zaccheroni

 

Roma (4-3-3): Stekelenburg ; Cicinho (8′ pt Rosi), Cassetti, Burdisso, Josè Angel; Perrotta, Viviani, Simplicio; Caprari (24′ st Verre), Totti (28′ st Okaka), Bojan. All.: Luis Enrique

 

Lazio (4-3-3): Marchetti; Konko, Biava, Ciani, Radu; Onazi, Ledesma, Biglia; Candreva (19′ st Lulic), Perea (26′ st Klose), Keita (39′ st Gonzalez). All.: Reja

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