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Cinque cose che abbiamo imparato da questo derby

By 10 Febbraio 2020

Una partita che in realtà sono due. E forse tre oppure 38. Un intero campionato, volendo, perché uno spettacolo come quello del derby giocato il 9 febbraio 2020 difficilmente lo dimenticheremo. Sei gol, due pali, una traversa. Un tempo dominato dal Milan, l’altro frustato dall’Inter. Il derby di ieri ci lascia tanto, per bellezza e intensità, conferme e nuove consapevolezze. E ci dà almeno cinque lezioni.

Il Milan sta tutto in Ibra

Foto LaPresse – Spada

Perché il Milan di questi tempi batta l’Inter di questi tempi serve un miracolo. E se c’è un giocatore che può farlo, quello è Zlatan Ibrahimovic, l’uomo che ha trasfigurato il Milan plasmandolo a sua immagine e somiglianza. Il Diavolo non è mai somigliato tanto allo svedese col naso grosso come nel primo tempo di ieri. E se si guarda alla differenza nella partita contro l’Hellas Verona, in cui Zlatan non c’era, c’è davvero un abisso.

Nei primi 8 minuti, i rossoneri avevano già creato tre limpide palle gol, presidiando l’area avversaria e i suoi paraggi con costanza e continuità. Era il segnale che qualcosa sarebbe successo, e di fatti è andata così. Ovviamente ci ha pensato Ibra, che ha trasformato in occasione un pallone che per chiunque sarebbe stato ingiocabile, mettendo una sponda facile facile sul piede di Rebic, e poi si è messo in proprio segnando il 2-0. Zlatan, appunto. Segna e fa assist ma sarebbe riduttivo vederla così. Con lui in campo giocano tutti meglio. Rebic per primo, che torna la torpedine elettrica che era stato contro Brescia e Udinese, sbuca dappertutto, appare sempre dove un istante prima non c’era. Ma anche Calhanoglu e Castillejo.

Ibra c’è anche quando sembra non esserci, determina anche le azioni in cui non tocca la palla. La sua presenza è ossigeno per una squadra in affanno e acqua fresca a cui i compagni si abbeverano. E non dite che è una questione di spirito e carattere, per favore, sarebbe riduttivo. Ibra è il calcio, anche a 38 anni, anche in una condizione che non può essere al top e forse non lo tornerà mai. Un monumento. In movimento.

 

Pioli ha un problema con i derby

Foto LaPresse – Spada

Se è vero, come diceva Agatha Christie, che tre indizi fanno una prova, da ieri abbiamo una certezza: Stefano Pioli ha un problema coi derby. Soprattutto con quelli che le sue squadre giocano bene e dominano all’intervallo. Il film di ieri è un film già visto, di quelli col finale scontato. Ce l’avevano spoilerato da tempo, Pioli e i suoi attori, in due episodi precedenti di una trilogia che al tecnico emiliano sicuramente piace poco.

Gli era già capitato due volte di andare in vantaggio per 2-0 all’intervallo. L’11 gennaio 2015, da allenatore della Lazio, coi gol di Mauri e Felipe Anderson, rimontati dalla doppietta di Totti, quella immortalata del selfie sotto la Sud. E poi il 15 aprile 2017, all’ombra della Madonnina ma sulla panchina opposta rispetto a quella di ieri: Candreva e Icardi, ripresi da due difensori centrali, Romagnoli e Zapata, l’ultimo al 97′, per il 2-2 dello sgangherato Milan di Vincenzo Montella. Eppure ieri le cose sono andate diversamente. I maligni diranno perché Pioli è riuscito addirittura a perderlo, un derby che sembrava avere in tasca dopo 45 minuti, ma la verità è che se Conte ha stravinto il confronto dei nervi, Pioli ha dato eccellenti lezioni di tattica per un tempo pieno. Il Milan della prima metà partita è stato il miglior Milan della stagione, per distacco. Probabilmente uno dei migliori, se non il migliore, di questi ultimi anni di confusione tattica e progettuale. E anche se oggi questa ennesima rimonta non può che far male, col tempo potrebbe persino portare a qualcosa di buono. Chissà.

 

La traversa di Eriksen è una promessa

(Photo by Emilio Andreoli/Getty Images)

Quando ha calciato quella punizione da 30 metri, da una posizione tutt’altro che comoda, sembrava impossibile potesse anche solo spaventare Donnarumma. E invece Christian Eriksen si è presentato così a San Siro. Con una traversa colpita dopo 9 minuti in campo che è al tempo stesso biglietto da visita e promessa. Eccolo Eriksen, il giocatore che ha reso grande il Tottenham degli ultimi anni, il giocatore che ieri è mancato all’Inter nel primo tempo e che può far fare il salto definitivo che varrebbe lo scudetto.

A vederla, quella traversa, ha riportato alla mente un altro grande della storia nerazzurra recente, quel Wesley Sneijder che fu regista in campo del triplete di Mourinho, e che si presentò esattamente nello stesso modo, esattamente contro lo stesso avversario, con una traversa improvvisa e inattesa nel suo primo derby, che per inciso in quel caso fu anche la sua prima partita assoluta in nerazzurro. Il paragone è forse azzardato e certamente prematuro, ma la suggestione è tanta.

 

Uomini derby non ci si improvvisa

LaPresse.

Il derby è roba da specialisti veri, da gente che lo sente come gli squali sentono il sangue anche a chilometri di distanza. Di Ibra si è già detto e scritto tanto (anche se non è mai abbastanza, con uno così), non resta che affrontare il discorso lato Inter. Quattro gol, quattro marcatori, che incidentalmente sono quattro su cinque degli ultimi due derby giocati e vinti dai nerazzurri. All’andata la risolsero Brozovic e Lukaku, che alla vigilia si erano presi a male parole e forse pure qualcosa di più.

L’anno scorso furono De Vrij e Vecino a segnare due volte nel 3-2 dell’Inter. Il quinto marcatore, Lautaro, ieri non era presente causa squalifica, altrimenti ci sarebbe stato da scommettere pure su un suo gol. L’Inter è  un gruppo di giocatori straordinariamente consapevoli di se stessi, dei propri mezzi, dei propri pregi e difetti. Prendete Lukaku, che ogni partita che gioca alza un po’ di più quell’asticella che qualcuno sembrava avergli fissato troppo in alto già questa estate. Sono 17 gol in campionato, in 23 presenze. Tre nelle ultime due partite. Lukaku sposta gli equilibri con la stessa facilità con cui sposta i difensori avversari quando muove quel corpo da 93 chili di muscoli. E che dire di De Vrij, che nel primo tempo è l’unico ostacolo allo tsunami Ibra, uno scoglio che argina il mare, alla faccia di Battisti e Mogol, e nel secondo mette capoccia e firma sul gol del sorpasso. Perché no, uomini derby non ci si improvvisa, e niente di ciò che accade è un caso.

Barella non è pronto, di più

Non fermatevi a leggere il tabellino, perché è eloquente, sì, ma non dice tutto. Non vi racconterà, per esempio, che tra i trascinatori di un’Inter uscita trasfigurata dall’intervallo è lo stesso ragazzino che tre mesi fa era stato scelto da Conte come emblema di una squadra inesperta che non poteva certo competere con le grandi d’Europa. “A chi dobbiamo chiedere qualcosa in più? A Nicolò Barella che arriva dal Cagliari?”, disse l’allenatore. Scelta inopinata, col senno del poi (ma anche col senno del prima, a dirla tutta). La verità è che a Barella non devi chiedere qualcosa in più, non ce n’è bisogno. Te la dà lui, da solo, perché è sempre stato abituato così. È da quando ha 18 anni che si assume le sue responsabilità e pure quelle degli altri, l’ha fatto al Cagliari, è vero, ma anche in Nazionale, e non è un caso che sia diventato un perno del centrocampo tutta tecnica e palleggio di Mancini. Ieri Barella ha giganteggiato, in fase di recupero palla e conduzione della stessa. L’Inter ha un campione in casa, altro che giocatore inesperto. Barella non è pronto, è molto di più.

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