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Quando Di Matteo è salito sul tetto d’Europa

By 25 Febbraio 2020

Nel 2012 Roberto di Matteo subentra a Villas Boas alla guida del Chelsea. Il suo compito è traghettare i Blues fino alla fine del campionato, invece l’ex centrocampista batterà clamorosamente il Bayern Monaco nella finale di Champions League

 

Klopp, Zidane (tre volte), Luis Enrique, Ancelotti, Heynckes, Di Matteo, Guardiola e Mourinho: questi sono gli ultimi allenatori ad aver vinto la Champions League. Stanno tutti allenando ancora tranne Heynckes, che si è ritirato a vita privata, e Roberto Di Matteo, disoccupato da tre anni e mezzo, ormai. Ultimo avvistamento, con l’Aston Villa: licenziato.

Già, Di Matteo: quando si parla di Bayern Monaco-Chelsea non si può non tornare con la mente a quella finale dell’Allianz Arena di Monaco di Baviera del 19 maggio del 2012, quando i tedeschi sembravano destinati a mangiarsi i Blues e che invece terminarono la partita in lacrime, con Didier Drogba a segnare l’ultimo rigore della lotteria, dopo l’1-1 tra tempi regolamentari e supplementari. Un’apoteosi per l’ivoriano e per l’allenatore nato in Svizzera: la cui carriera, però, da quel giorno in avanti, è andata letteralmente a picco.

L’assistente

(Photo by Alex Livesey/Getty Images)

Quando Roman Abramovich acquista il Chelsea nel giugno 2003 e comincia a innaffiare il club di sterline, con un portafoglio che sembra senza fondo, mai nella vita si sarebbe immaginato che i Blues sarebbero arrivati in finale di Champions League soltanto in stagioni tremendamente disgraziate. Punta su Mourinho e quello viene eliminato una volta dal Barcellona e una dal Liverpool: ok, arrivano le Premier, ma in Europa son dolori.

Il mago di Setubal se ne va il 20 settembre del 2007 con lo spogliatoio in subbuglio e il sostituto dello “Special One”, Avram Grant, arriva addirittura a un calcio di rigore di John Terry (ricorderete lo scivolone di JT sotto la pioggia di Mosca al momento del tiro) dal sollevare la “coppa dalle grandi orecchie”, storica ossessione dell’oligarca russo.

Ci riprova con la scuola portoghese nell’estate del 2011: arriva Andre Vilas-Boas, ex vice di Mourinho, dopo le gestioni Scolari, Hiddink e Ancelotti. È uno dei tecnici più “cool” del momento, con il Porto ha vinto l’Europa League completando una stagione perfetta conquistando anche campionato e coppa nazionale. In pratica, una sorta di “triplete”. È giovane, ha appena 33 anni, parla e veste bene, ha grandi progetti, i fotografi sgomitano per accaparrarsi i migliori scatti di questo nuovo guru del calcio europeo.  Abramovich l’ha pagato come un calciatore, sborsando 15 milioni di euro al Porto.

(Photo by Shaun Botterill/Getty Images)

Lo “Special Two“, come verrà presto ribattezzato, vivrà mesi d’inferno a Londra. Cercherà di effettuare un ricambio generazionale sbagliando, però, completamente i destinatari: Lampard, Terry, Anelka, Ashley Cole ed Essien, in pratica la spina dorsale della squadra. E se in Champions League più o meno la situazione regge, in Inghilterra il percorso dei Blues è piuttosto complicato: a marzo si ritrovano addirittura fuori dalle prime quattro posizioni che garantirebbero la qualificazione automatica per l’edizione successiva della massima competizione europea. Quando il Chelsea perde 1-0 contro il West Bromwich Albion Abramovich si rassegna e decide di cambiare mister. “Il club si rammarica che il rapporto con l’allenatore André Villas-Boas sia durato troppo poco”, si legge nel comunicato stampa di licenziamento.

Nove mesi e poi via; al suo posto arriva uno dei suoi assistenti, che aveva portato proprio il WBA in Premier nel 2010, e cioè Roberto Di Matteo. Uno che col Chelsea comunque aveva avuto un rapporto privilegiato: suo il gol nella finale di FA Cup del 1997 contro il Middlesbrough, la più rapida nella storia della manifestazione, e primo trofeo per i Blues dopo 27 anni di astinenza. Di Matteo era stato uno dei primi “emigranti” che dalla Serie A erano andati all’estero: lui, peraltro, figlio di abruzzesi trasferitisi in Svizzera. Prende il posto di Villas-Boas come “caretaker”, un modo elegante per dire che fungerà da traghettatore, niente più. Un trimestre per capire chi è meritevole di rimanere e poi piazza pulita in estate, di nuovo: la più classica delle gestioni di un fallimento.

Tutt’altro stile

“Adorato dai tifosi e dallo spogliatoio”. Così viene descritto Di Matteo dal “Guardian” il giorno dopo la decisione di Abramovich. In un gruppo pieno di primedonne un punto a favore del tecnico italiano è quello di portare nel taschino un passato rispettabilissimo ai Blues, appunto. A differenza di Villas-Boas, allenatore senza un passato sui campi nemmeno da amatore, il nativo di Sciaffusa se non si fosse rotto una gamba a 31 anni avrebbe forse vinto addirittura di più, invece di doversi ritirare e di passare diverso tempo addirittura in stato depressivo.

Il primo esame, tuttavia, Di Matteo lo deve affrontare praticamente al pronti-via: c’è il ritorno degli ottavi di finale di Champions League contro il Napoli, a Stamford Bridge. All’andata è stato un mezzo massacro per il Chelsea, che ha strappato un 3-1 al San Paolo giocando oggettivamente malissimo: la fiammella della speranza, alias gol in trasferta, l’ha segnato Mata sbloccando la partita, prima della mareggiata firmata Lavezzi (doppietta in una delle migliori esibizioni del “Pocho” in Europa) e Cavani. Anche Petr Cech ha limitato i danni, ma il Chelsea è apparso senza armi davanti al Napoli di Frustalupi, con Walter Mazzarri squalificato.

Basterebbe un 2-0 per passare il turno, ma vatti a fidare. Di Matteo la butta lì nel pre-gara: “Può essere la svolta per la nostra stagione contro la squadra rivelazione della Champions League“.  In realtà i Blues sotto la nuova gestione hanno già giocato e vinto due partite, in FA Cup e in Premier, contro Birmingham City e Stoke rispettivamente. Tuttavia è il Napoli il primo vero banco di prova, e Di Matteo si affida alla vecchia guardia: dentro Cole, Terry, Lampard ed Essien, più l’inamovibile Drogba che sta, con la sua personalità, lentamente quasi cancellando dalla rosa uno come Fernando Torres, arrivato dal Liverpool come macchina da gol e trasformatosi in pulcino bagnato.

Ed è proprio l’ivoriano a sbloccare la partita con la specialità della casa: colpo di testa in tuffo su cross di Ramires da sinistra. All’inizio della ripresa una combinazione molto Chelsea-style sposta la bilancia della qualificazione verso Londra: corner di Lampard, zuccata di Terry, 2-0. Napoli a terra? Macché: Inler pesca il jolly da fuori e il Napoli guadagna di nuovo i quarti di finale, seppur per poco. Un rigore di Lampard per mano netta di Dossena porta la sfida ai supplementari, dove i Blues su magia di Drogba firma il 4-1 definitivo: Chelsea avanti, Napoli a casa con Mazzarri che brontola dicendo “Avremmo dovuto capitalizzare di più le occasioni”.

Insomma, il talismano Di Matteo fa tre su tre. In Premier la situazione migliora mentre ai quarti di Champions cade anche il Benfica: 1-0 a Lisbona e 2-1 a Stamford Bridge. Quando, però, il sorteggio delle semifinali accoppia i Blues all’imbattibile, sulla carta, Barcellona, già si parla di missione impossibile per Drogba e compagni, che appaiono come la classica vittima sacrificale della corazzata di Pep Guardiola. Ne verrà fuori una delle più grosse sorprese nella storia recente della Champions League.

Il bus

Il 18 aprile del 2012 ben poche persone in Europa pensano che il Chelsea possa eliminare una squadra che, per dire, agli ottavi di finale aveva segnato dieci gol in due partite al Bayer Leverkusen, con Lionel Messi autore di un pokerissimo, nientemeno, che nel match di ritorno. “Dovremo essere perfetti”, ammette Di Matteo alla vigilia, con una faccia che in realtà non è che lasci presagire molto. E infatti nella gara di Stamford Bridge il Chelsea tira solo una volta in porta contro le sei dei rivali, ma fa centro, mentre il Barça resta a secco.

(Photo by Laurence Griffiths/Getty Images)

Il gol è di un Drogba che stravince a distanza il confronto con Messi. Contropiede fulmineo, da Lampard, che ruba palla proprio a Messi, per Ramires e assist per l’ivoriano, quando il primo tempo è agli sgoccioli. Il Barcellona tiene palla per il 76% del tempo, tira otto angoli contro uno, ma Cech esce inviolato, salvato dalla traversa su pallonetto di Alexis Sanchez, da Ashley Cole su tocco a botta sicura di Fabregas e dal palo su rasoiata di Pedro.

Sembra comunque la classica serata storta, pronta ad essere spazzata via di lì a una settimana al Camp Nou: e infatti quando il primo tempo sta per finire il Barça è avanti 2-0, John Terry è stato espulso (ginocchiata a Sanchez a palla lontana) e Gary Cahill si è infortunato lasciando spazio a Bosingwa. Insomma, il Chelsea pare pronto a uscire a testa alta, se possibile limitando i danni dopo le reti di Busquets e Iniesta, senza i due centrali difensivi titolari.

E invece, dal nulla, a un battito di ciglia dall’intervallo, segna Ramires: il brasiliano, in una delle rarissime sortite offensive del Chelsea che non fossero alleggerimenti per Drogba, pesca Valdes posizionato male e lo batte con un pallonetto. Così, a 45′ dal termine, i Blues sono incredibilmente di nuovo avanti nel doppio confronto. Una rete pesante come un macigno che permette ai londinesi di “riposizionare l’autobus” davanti alla porta di Cech.

(Photo by Alex Livesey/Getty Images)

Un muro che sembra crollare di nuovo quando Drogba, all’ennesimo sfiancante ripiegamento, commette un fallo tanto stupido quanto evidente su Fabregas in area: rigore. Qualcuno in tribuna stampa sta già aggiornando il tabellino, con Messi sul dischetto pronto a calciare, e invece il sinistro dell’argentino si stampa sulla traversa. La partita da qui in avanti diventa ancora di più un monologo del Barcellona, il Chelsea (che ha abbassato Mikel a stopper accanto a Ivanovic) si disinteressa totalmente della fase offensiva, se non con momenti quasi da videogioco, o da vaudeville, tipo un destro da centrocampo di Drogba che per poco non beffa Valdes.

L’ivoriano, in modalità Eto’o-Inter, terzino aggiunto, a un certo punto deve lasciare spazio a Fernando Torres, mentre Messi centra un altro palo, con un sinistro rasoterra. I numeri del dominio sul campo del Barcellona sono quasi imbarazzanti: 72%-28% di possesso-palla, 660 passaggi completati contro 117, cinque tiri in porta contro tre. Eppure il risultato non cambia: anzi, arriva in una delle azioni più surreali mai viste, un contropiede solitario partendo dalla propria metà campo, il 2-2 di Fernando Torres, che scarta anche Valdes e regala la finale di Champions League ai suoi. Per “El Paìs” è stato un monologo tragico del Barcellona.

 

“Drogbaaaaaaaa”

Il Bayern in finale, perdipiù a Monaco, sembra un ostacolo insormontabile per la squadra di Di Matteo. Il Chelsea ci arriva, il 19 maggio, senza quattro squalificati, nemmeno di poco conto: John Terry, Ivanovic, Meireles e Ramires. Quattro titolari compreso il capitano: in sostanza, Di Matteo deve reinventarsi l’undici di partenza. Alla partita ci arriva, comunque, sullo slancio di una FA Cup vinta 2-1 contro il Liverpool. Roba impensabile due mesi prima, quando l’ex centrocampista aveva preso le redini della squadra; per il resto ha perso solo tre partite in Premier, dove è fuori dalla zona Champions ma, paradossalmente, in finale di quella stessa manifestazione. Morale, se dovesse vincerla il Chelsea si qualificherebbe in automatico per l’edizione successiva nonostante il sesto posto in campionato.

Già, ma come? “Possiamo fare la storia: quando hai eliminato il Barcellona puoi battere chiunque”, dichiara Di Matteo, a cui in fondo non dispiace giocarsela da totale sfavorito, situazione in cui ha dimostrato di sapersela cavare alla grande. Le scelte sono obbligate, l’unica sorpresa è Ryan Bertrand come finta ala sinistra, date le propensioni difensive del giovane attualmente al Southampton, che debutta in Champions proprio quella sera. Mai nessuno prima e dopo di lui. “Dovevo dare una mano ad Ashley Cole nei raddoppi su Robben: tutto qua. Ero tranquillo”, ha ricordato di recente.

 

(Photo by Laurence Griffiths/Getty Images)

E come il Barcellona in semifinale, anche il Bayern Monaco si impantana tra incubi e incertezze. Ci vogliono 83 minuti perché la partita si sblocchi e davvero qui pare il crollo definitivo del muro Blues: magia di Kroos e colpo di testa di Thomas Mueller. È uno dei 27 (27!) tentativi verso la porta di Cech che effettueranno i bavaresi nel corso dei tempi regolamentari.

Sufficienti? Macché. Cinque minuti dopo e primo corner per il Chelsea, contro i 20 che tireranno i padroni di casa: calcia Mata e, imperioso, devastante, pur spinto da Jerome Boateng, decolla Didier Drogba, con una frustata che piega le mani a Neuer. Incredibile, inspiegabile, folle, ma il Chelsea è ancora vivo, e dopo i supplementari in cui succede ben poco arriva la situazione forse perfetta per una sfavorita: i rigori.

Si dirà in seguito che a quelli del Bayern tremavano le gambe, e che più di uno si sarebbe rifiutato di presentarsi sul dischetto. Il primo errore tuttavia è di Mata, ma il “sorpasso” alla rovescia lo piazzano Olic e soprattutto Schweinsteiger, a cui Cech devia sul palo il quinto rigore. Il match point è di nuovo per Drogba, che uno così non lo sbaglia mai nella vita: rincorsa brevissima, Neuer spiazzato e Chelsea in paradiso, nella maniera più incredibile, quasi alla Steven Bradbury, il pattinatore australiano campione olimpico dopo che tutti i rivali erano caduti o erano inciampati tra di loro. A sollevare la coppa nel cielo di Monaco di Baviera sono Lampard, capitano per quella sera, e John Terry, che pur squalificato è presente sul podio.

E Di Matteo? Il “caretaker” è riuscito nel miracolo, tanto da meritarsi la conferma e un contratto per altre due stagioni, altro che semplice traghettatore. Durerà poco: sconfitto dall’Atletico Madrid nella Supercoppa Europea, schiantato dalla Juventus nei gironi di Champions League da cui il Chelsea uscirà, “declassato” in Europa League, Abramovich lo licenzierà senza troppe remore. È durato solo sei giorni in più di Villas-Boas, compresa l’estate, però.

Lo chiamerà lo Schalke 04 nell’ottobre del 2014: sesto posto in campionato e dimissioni, non senza essersi tolto la soddisfazione di un 4-3 nientemeno che al Santiago Bernabeu in Champions. Inutile, ma storico. Molto peggio con l’Aston Villa: quattro mesi in Championship fino all’ottobre 2016, cacciato con la squadra al diciannovesimo posto. Da allora, nessuno ha più voluto investire su Di Matteo, l’uomo che ha vinto una Champions, ma di cui tutti si sono dimenticati.

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