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Le storie più belle che rischiano di non concludersi

By 13 Marzo 2020

Sei grandi cavalcate che lo stop delle competizioni a causa della pandemia potrebbe non farci vivere fino in fondo

Dopo farseschi tentativi di portarlo avanti, con giocatori fermati nel tunnel un attimo prima di scendere in campo, riscaldamenti multipli e zuffe tra governo, sindacati e Lega, il campionato di calcio di Serie A è stato sospeso fino al 3 aprile. Ci è voluto un po’ prima di sciogliere il paradosso di un paese fermo e del suo calcio in movimento, di un popolo in mascherina e di calciatori che si fondono in baci, abbracci e contatti di ogni tipo.

Non è stato immediato accettare trasversalmente l’idea che il calcio, inteso come passione sportiva e non come industria, potesse fermarsi, nonostante tutt’intorno l’emergenza COVID-19 si svelasse in tutta la sua gravità. E ci abbiamo messo un po’ a sgravare i calciatori dall’incarico di intrattenitori costretti a portare avanti uno spettacolo stonato, sghembo e surreale, solo per concedere 90 minuti di svago alle milioni di persone costrette in casa. Ora siamo già molto oltre, con i primi giocatori risultati positivi.

Che ci si stia confrontando con un evento epocale è ormai evidente a tutti. In 122 anni di storia, l’unico precedente di sospensione del campionato risale alla stagione 1914-1915, quando l’Italia si apprestava a fare il suo ingresso nella Prima Guerra Mondiale. E sebbene questa non sia una guerra ma un’epidemia, l’incertezza sul suo orizzonte porta a interrogarsi su cosa ne sarà delle competizioni in corso.

Per quanto si stiano già studiando possibili soluzioni (in Italia il consiglio federale si riunirà il 23 marzo per metterle ufficialmente sul tavolo), l’ipotesi che non si riescano a portare a termine tornei nazionali e internazionali non è affatto remota. Soprattutto se nelle prossime settimane – speriamo di no – in paesi come Inghilterra, Germania e Spagna (che sta per ufficializzare lo stop alla Liga), la curva dei contagi si impennerà come accaduto in Italia.

In questo scenario nebuloso e in continua evoluzione è impossibile fare previsioni. Saltano però all’occhio una serie di squadre che nel caso non si riuscisse a portare avanti la stagione calcistica vedranno vanificata una grande cavalcata. Più per celebrare i risultati ottenuti fin qui che per tracciare una mappa della sfortuna, abbiamo voluto elencarle, pur nell’evidenza che in questo momento lo sport sia ben lontano dall’essere una priorità.

 

Lazio

LaPresse.

Se c’è una squadra che più di qualunque altra verrebbe penalizzata dall’impossibilità di proseguire il campionato o dall’assegnazione del titolo in base all’attuale graduatoria, questa è certamente la Lazio. Sono anni che il club biancoceleste porta avanti un virtuoso progetto di consolidamento identitario. Anni in cui ha portato a casa tre trofei, senza tuttavia raggiungere l’obiettivo tanto rincorso e più volte sfiorato, la qualificazione in Champions League.

Delusioni che non hanno minimamente scalfito le convinzioni di una squadra con idee chiare e giocatori di talento, e che anzi sembrano aver cementato il gruppo e funto da spinta propulsiva per la squadra di Simone Inzaghi. Tutta la semina delle ultime stagioni ha dato frutti inattesi in questa. Così, settimana dopo settimana, dopo un inizio non proprio esaltante, l’opportunità di lottare per il titolo è passata da suggestione a possibilità concreta. I 21 risultati utili consecutivi (striscia ancora aperta) tra cui 16 vittorie, oltre ad offrire grande consapevolezza hanno spazzato via l’ultimo ostacolo della cautela verbale, concedendo all’ambiente laziale l’utilizzo legittimo della parola scudetto, pronunciata l’ultima volta vent’anni fa.

Arroccata nelle certezza di un impianto di gioco consolidato a cui Inzaghi ha sempre dato piccole accortezze, tra le squadre che in questo momento si trovano ai piani altissimi della classifica, la Lazio è quella che ha convinto di più. Che è riuscita a offrire con più continuità e più qualità rispetto alle altre una limpida rappresentazione di sé. Forse, tra le ipotesi su cui la Lega si troverà a lavorare, assegnarle uno scudetto ad honorem potrebbe non essere così folle.

 

 

Atalanta

 (Photo by UEFA – Handout via Getty Images)

La memoria personale dei momenti storici è legata ai luoghi in cui vengono vissuti. Quando, tra qualche anno, verrà rievocata quella notte in cui l’Atalanta è arrivata tra le migliori otto squadre d’Europa, i tifosi atalantini avranno un ricordo condiviso: erano tutti a casa. Quella del popolo nerazzurro sarà tutta un’aneddotica domestica, fatta di commozione sul divano o salti di gioia attorno al tavolo della cucina. Con abbracci ideali, gli unici concessi in questo momento, alla squadra che riunita nel cerchio di centrocampo del Mestalla salutava il suo pubblico con un messaggio scritto a pennarello su una maglietta: “Bergamo, questo è per te”.

Otto gol segnati tra andata e ritorno, il passaggio del turno quasi mai in discussione, e soprattutto la sensazione di una squadra talmente consapevole della propria forza da vivere quest’avventura europea non come un sogno da cui non intende svegliarsi ma come la comoda realtà di non porsi alcun limite. Sì perché a questo punto della competizione, l’Atalanta rappresenta la classica squadra che tutte le big vorrebbero incrociare e contro cui tutte le big potrebbero cadere. Un po’ come l’Ajax 2018-2019, con Ilicic nella versione potenziata e ancor più dominante di Dušan Tadić.

Per lo sloveno, a 32 anni e dopo una classica carriera di chiaroscuri, si è aperta l’opportunità concreta di una candidatura per il prossimo Pallone d’Oro. Per lui e per l’Atalanta non chiudere la stagione sarebbe una beffa; entrambi, tuttavia, potranno evitare rimpianti: uno perché più invecchia, più diventa forte (come ha detto lo stesso Ilicic), l’altra perché ormai da tempo si è smarcata dalla definizione di favola e sa che tutto è replicabile.

 

 

Liverpool

(AP Photo/Ian Walton)

È stata una gioia enorme, come solo la conquista della Champions League sa essere. Un successo ammantato di epica dopo l’indimenticabile rimonta della semifinale, quando il Liverpool ha ribaltato il Barcellona con un 4-0 di brutale perentorietà. Un’impresa così fragorosa che la eco si è sentita anche in finale, condotta in porto quasi col pilota automatico. Eppure è probabile che molti tifosi del Liverpool avrebbero scambiato quel trofeo, il più prestigioso, con un altro.

Il titolo di campione d’Inghilterra è un sogno che occupa le notti dei tifosi reds da trent’anni. Era il 1990, era il Liverpool di Kenny Dalglish, John Barnes e Ian Rush. Il campionato non si chiamava ancora Premier League ma First Division. L’anno scorso è sfuggito dopo un testa a testa con il City perso per pochi centimetri, quelli che separavano il pallone dal varcare completamente la linea della porta difesa da Ederson nel match scudetto vinto dalla squadra di Guardiola 2-1.

Ancor più che in altre stagioni, dunque, quest’anno l’obiettivo del Liverpool era solo uno, e dal primo giorno lo ha inseguito con furore, domando l’ansia di doverlo a tutti costi raggiungere. 26 vittorie e un pareggio prima di cadere col Watford il 24 febbraio, un passo falso impercettibile per una classifica che, al momento, segna 25 punti di distacco dal Manchester City secondo. Il momento a lungo atteso sta finalmente per arrivare, e cancellerà ricordi amari come lo scivolone di Steven Gerard che costò il titolo nel 2014. Nulla può impedire al Liverpool di sollevare il trofeo a lungo rincorso, nulla se non un campionato che non potrà concludersi. In questo caso, però, la logica porta a pensare che la Federazione inglese avrà vita comoda nel prendere una decisione “giusta”. È troppo marcato il dominio del Liverpool per non riconoscergli d’ufficio l’agognato titolo di Premier League.

 

Lipsia

Lipsia.

Il Lipsia visto fin qui in Champions League ha l’energia delle squadre della galassia Red Bull, l’adattabilità ai contesti di gioco del suo allenatore-prodigio Julian Nagelsmann, e la leggerezza tipica di chi non ha nulla da perdere. È la prima volta che accede alla fase a eliminazione diretta della Champions – peraltro qualificandosi come prima del girone -, eppure nel doppio confronto con il Tottenham ha dimostrato di saper gestire tempi e momenti di una una sfida lunga 180 minuti, come fosse una nobile della competizione.

Se è vero che si è trovata di fronte una squadra caotica e con l’attacco mutilo, è altrettanto vero che non ha mai rinunciato a offrire la sua proposta di gioco offensiva, sempre all’insegna del coraggio e della verticalità. Come l’Atalanta, anche il Lipsia rischia di essere un bel grattacapo per chiunque se la troverà di fronte nei quarti di finale. Così come non sembra aver intenzione di perdere terreno dalla vetta della Bundesliga (in cui al momento occupa la terza posizione), sebbene sia distante cinque punti da un Bayern Monaco che nelle ultime settimane pare abbia dato il cambio di marcia necessario per imporre in maniera definitiva la sua leadership.

È una stagione luminosa la prima di Nagelsmann alla guida del Lipsia, che rischia di essere oscurata dallo stop totale e definitivo alle competizioni sportive. Una decisione che non fermerà la crescita di un club nato solo dieci anni fa e la cui progettazione oculata e lungimirante le ha permesso di scalare cinque divisioni in 7 anni, affermarsi come una big del calcio tedesco e arrivare tre le otto migliori squadre d’Europa.

 

Benevento

Foto Cafaro/LaPresse

Una futura cena di Natale in casa Inzaghi rischia di diventare l’occasione per raccontare ai nipoti quell’assurda stagione 2019-2020, quando Simone stava accarezzando il sogno scudetto e Filippo si vedeva negare la promozione nonostante i 20 punti di vantaggio sulla seconda. La sconfitta maturata col Monza nella partita di Coppa Italia dell’11 agosto non lasciava presagire nulla di buono. Lo 0-0 col Pisa alla prima giornata di campionato alimentava quei timori. Poi il Benevento, grazie a un roster di assoluto valore per la serie cadetta e la flessibilità tattica con cui Filippo Inzaghi ha modellato la squadra, ha preso il mano la sua stagione e non l’ha più mollata, perdendo una sola volta in 28 partite e segnando un solco con le proprie inseguitrici.

Un campionato virtualmente chiuso a dicembre e su cui ora, come ovunque, aleggia l’incertezza per le decisioni che prenderà la Lega. Anche qui, come nel caso del Liverpool, per l’enorme divario di classifica è difficile pensare di non assegnare il titolo al Benevento, ma è comunque un’ipotesi. Una possibilità su cui il presidente del club, Oreste Vigorito, ha già espresso la sua opinione: “Se ci negano la promozione in Serie A, lascio il mondo del calcio”.

 

Leeds

(Photo by George Wood/Getty Images)

A 9 partite dalla fine, il Leeds guida il campionato di Championship con 71 punti, uno in più del West Bromwich Albion. Questa la distanza che separa lo storico club inglese dal ritorno in Premier League, dove manca dalla stagione 2003-2004. Un tempo lungo e tumultuoso, caratterizzato da fallimenti sportivi, problemi societari che hanno portato il club all’abisso della terza serie, cambi di proprietà, e dai quali il Leeds stava definitivamente per riemergere la scorsa stagione, quando la sconfitta nella semifinale playoff contro il Derby County di Frank Lampard ha rimandato l’appuntamento tanto atteso con la Premier League.

È chiaro che i tifosi dei whites vedano questa come la stagione che finalmente li riporterà nella massima serie inglese, e che un eventuale annullamento della competizione verrebbe accolto con grande amarezza. È un po’ meno immediato pensare che nello stesso periodo le strade di Marcelo Bielsa e Simone Inzaghi, i cui destini hanno cominciato a legarsi quando il Loco cedette la panchina della Lazio al suo attuale allenatore senza nemmeno iniziare l’avventura in biancoceleste, potrebbero essere interrotte bruscamente proprio a un passo dal successo.

 

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